Vito Bruschini.
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Il romanzo del boss dei boss.
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Da Corleone alla conquista del potere.
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Parte 2.
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2018. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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LIBRO 3.
Cadaveri eccellenti.
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1. Il fumo uccide
2. Tommix in Sicilia
3. La vendetta del capo
4. Una lunga scia di sangue
5. Mattanza senza fine
6. L'onore si pu solo perdere
7. La festa  finita
8. Chi sar il prossimo?
9. La strage continua
10. I missili di Comiso
11. C'era un generale a Palermo
12. Sagunto viene espugnata
13. Il regno di Saro
14. Palermo come Beirut
15. Un poliziotto di strada
16. Crolla il muro dell'omert
17. Caccia ai pentiti
18. Il blitz di San Crispino
19. La cambiale di Moncada
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LIBRO 4.
Lo Stato a Corleone.
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1. Chnati alla tempesta
2. Il papa nella rete
3. Mafia alla deriva
4. La giustizia della mafia
5. Nel nome del popolo italiano
6.  primavera a Palermo
7. Settembre nero a Palermo
8. Il patto scellerato
9. Guerre sotterranee
10. Colpire al cuore dello Stato
11. La strategia della iena
12. Una morte inutile
13. Cadaveri molto eccellenti
14. 1992, l'anno della rivoluzione
15. I preparativi dell'attentatuni
16. La scelta dell'ingegnere
17. Qui muore la speranza...
18. 57 giorni di agonia
19. L'orgia dei pentiti
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LIBRO 5.
Il vendicatore.
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1. La milizia armata
2. La morte al citofono
3. Sei bare d'estate
4. Palermo come Beirut
5. Il grande architetto
6. Una semplice domanda
7. Vogliamo trattare?
8. La squadra di Ultimo
9. 'U papellu di Rano
10. Catturate la belva
11. Fuga dai corleonesi
12. Una vita borderline
13. Il patto scellerato
14. La resa dei conti
15. Affari di Stato
16. Menti raffinatissime
17. La fine del corleonese
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FINE Indice.
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LIBRO 3.
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Cadaveri eccellenti.
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1. Il fumo uccide.
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Palermo, via Pecori Giraldi, giugno 1979.
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La droga, come qualsiasi prodotto commerciale, per essere smerciata con un buon profitto, si deve adeguare ad alcune regole di mercato. Innanzitutto, deve essere di ottima qualit e questa viene stabilita a seconda del terroir di provenienza. Ad esempio, la coca pi buona del mondo proviene dal distretto di Cochabamba in Bolivia, tanto che il termine bamba ha finito per identificare genericamente qualsiasi tipo di droga di qualit superiore. La seconda regola  che non deve essere tagliata troppe volte. Tutti i pusher sono avidi di guadagno e la tentazione di diluirla con sostanze improbabili  davvero forte. E cos la dose finisce per trasformarsi in un veleno, con conseguenze spesso drammatiche. La terza regola deriva dal maggiore o minore controllo degli organi di pubblica sicurezza su una determinata piazza: pi controllo c', e pi il prezzo sale; meno controllo c', e pi droga circola, con il risultato di comprimere i prezzi delle dosi, favorendone quindi lo smercio.
Il commissario Boris Galeffi, sprofondato sul sedile della Giulietta di servizio, vagava con la mente tra queste considerazioni e ricordava con nostalgia ai tempi del contrabbando delle sigarette. Aveva abbastanza anni per aver assistito, nel corso della sua carriera, al passaggio dal traffico delle bionde a quello della droga. Il contrabbando delle sigarette aveva cominciato a indebolirsi con la diffusione della moda dell'ecologia, della vita all'aria aperta, del benessere, che agli inizi degli anni Settanta aveva conquistato ampie fasce di popolazione. Ricordava con nostalgia le estati in campeggio. Anche lui, come molti colleghi, aveva acquistato una caravan e per un po' se ne era andato in giro per l'Italia con la moglie e la figlia ancora piccola.
Ma c'erano anche altri fattori che avevano portato alla crisi della sigaretta: gli studi e le statistiche elaborate dalla ricerca sul cancro. Quelle cifre suonarono il campanello d'allarme per i numerosi fumatori, che scoprirono di avere i polmoni spalmati di catrame, come facevano vedere certe foto terroristiche pubblicate sui settimanali.
Il commissario Galeffi estrasse dal pacchetto l'ennesima sigaretta e la incoll a un angolo della bocca. Il brigadiere fu lesto a sfilare l'accendino elettrico dalla sua sede nel cruscotto, porgendogli poi il cilindretto incandescente. Il commissario tir due profonde boccate, facendo ardere il tabacco.
Qualche secondo dopo, la Giulietta si trasform in una camera a gas. Malgrado i finestrini aperti, la nuvola di fumo indugiava sul tettuccio dell'auto, impregnandone la tappezzeria. Poi, lentamente, trov una via di fuga da uno spiraglio nel finestrino e scivol fuori, fondendosi all'umidit della calda notte palermitana.
I due poliziotti non parlavano. Ognuno chiuso nei propri pensieri, fissavano le finestre spente del terzo piano di un palazzone di via Pecori Giraldi, nel quartiere Roccella. Erano in attesa che si accendessero per irrompere nell'appartamento e sorprendere il proprietario con le mani nel sacco.
L'uomo a cui da giorni stavano facendo la posta, era Leoluca Colicchia, un corleonese della banda di Ninuzzu 'u Ciancatu e di Saro Rano, detto 'u Vasciu, per ricordare la sua modesta statura. Il commissario sperava di beccarlo con la roba, almeno cos gli aveva spifferato la gola profonda che lo aveva messo su quella pista.
Boris Galeffi aspirava lunghe boccate mentre rincorreva i suoi pensieri. Ricordava i primi carichi di morfina base, che con i suoi uomini della squadra mobile di Palermo era riuscito a scoprire e a sequestrare. Quella droga arrivava dalla Turchia e sbarcava a Trapani, oppure con i TIR attraversava lo Stretto, diretta a Palermo, centro di raccolta. Ma poteva provenire anche dal cielo e atterrare direttamente a Punta Raisi.
La morfina base non era ancora eroina. Andava trattata, lavorata in un lungo processo chimico. Erano necessarie apparecchiature non troppo costose, ma era fondamentale una preparazione scientifica di prim'ordine.
Con il tempo, la polizia arrest alcuni chimici francesi, tutti marsigliesi. Questi confessarono e denunciarono i siciliani. Dissero che li avevano ingaggiati direttamente al loro Paese per mettere su, nei dintorni di Palermo, alcuni laboratori per la trasformazione della morfina in eroina.
Nel giro di qualche mese, il contrabbando di sigarette divent un'attivit di serie B. Ma non fu un'esperienza inutile per le famiglie mafiose. Le cosche, passando agli stupefacenti, si ritrovarono una struttura logistica gi operante: l'intera filiera del traffico della droga, utilizz gli stessi contatti, le stesse vie di traffico, le stesse banche e le stesse organizzazioni criminali usati per spostare le scatole delle bionde. Con un piccolo, ma non insignificante particolare: i guadagni della droga erano mille volte pi remunerativi di quelli delle sigarette.
Boris ricordava ci che gli ripeteva sempre i primi tempi il procuratore Pietro Scandurra, quand'era ancora un sostituto: E cos quella merda ha invaso anche la nostra terra, rendendo schiavi i nostri figli e imbastardendo l'economia intera di una nazione. Con tutti quei soldi, prima o poi i mafiosi si compreranno anche i nostri politici.
Con un smorfia di disgusto, Galeffi fece schizzare dal finestrino il mozzicone della sigaretta. La scia della brace si dissolse nel buio della notte prima di toccare terra.
Lo sguardo torn a fissare le finestre del terzo piano. Erano ancora spente.
Dal pacchetto estrasse un'altra Nazionale. Il brigadiere gli porse l'accendino incandescente e con due profonde boccate accese una nuova sigaretta. Ingoi il fumo, trattenendolo per qualche secondo nei polmoni. Poi lo soffi via con forza.
Quell'operazione era nata quasi per caso grazie alla segnalazione di un ristoratore. L'uomo aveva trovato una P.38 nello sciacquone del bagno del suo locale di fronte al Molo Santa Lucia, in via Francesco Crispi. Aveva avvisato la polizia e un paio di agenti si erano recati sul posto per verificare il ritrovamento. La pistola era incartata in un foglio di plastica e immersa nell'acqua della cassetta. Il commissario Galeffi, avvisato del fatto, aveva ordinato di lasciarla al suo posto e di mettere sotto controllo il locale, in attesa che qualcuno andasse a ritirare il pacco.
Da quel giorno ai camerieri veri se ne aggiunsero due finti. Gli agenti non dovettero aspettare molto: dopo neppure una settimana, nel ristorante entrarono due pregiudicati, uno era di Altofonte e l'altro della zona di via dei Mille. Ordinarono il pranzo, poi il primo si alz e and nel bagno. Uno degli agenti lo riconobbe e avvis subito la Centrale.
Il criminale dopo un po' torn a sedersi al tavolo dell'amico. Nel frattempo, era arrivata la parmigiana, ma non fecero a tempo ad assaggiarla perch nel locale irruppero il commissario Boris Galeffi e alcuni uomini della squadra mobile. Furono silenziosi e rapidi. I due mafiosi si accorsero di loro quando ormai ce li avevano alle spalle. Si ritrovarono con la faccia spiaccicata sui piatti di melanzane e i polsi ammanettati dietro la schiena, senza aver avuto neppure il tempo di tentare un minimo di resistenza.
In questura non rivelarono il motivo per cui la P.38 era stata nascosta nel ristorante, n chi ce l'avesse portata. Non dissero se stavano preparando un attentato e a chi. Ma la fortuna questa volta fu dalla parte del commissario. Nella tasca del mafioso di via dei Mille fu trovata una ricevuta per il pagamento dell'utenza elettrica di un appartamento di via Pecori Giraldi.

In quelle stesse ore Saro Rano aveva raccolto nella sua villa, nei pressi del Parco dell'Uditore, i principali boss delle famiglie corleonesi. Oltre a lui e a Piddu 'u Tignusu, c'erano Leoluca Culicchia, Bernardo Bova e suo figlio Giovanni di San Giuseppe Jato, Raffaele Iovino, un certo Mariuzzu - il pi giovane tra i suoi killer - e altri quattro mammasantissima delle vicine frazioni di Corleone.
Saro aveva voluto convocare i suoi pi stretti e fedeli collaboratori per un importante annuncio.
Se vi ho scomodato, disse ai capi famiglia dopo aver versato personalmente a tutti i presenti un rosso delle sue vigne,  perch noi corleonesi siamo stanchi di raccogliere le briciole che Stefano Bont, Totuccio Indelicato e i loro amici hanno il garbo di lasciarci. Quei due hanno intrapreso un traffico che gli fa entrare nelle tasche una montagna di piccioli, ma si guardano bene dall'ammetterci al grosso dell'affare. Con la scusa che le raffinerie hanno un costo elevato, pi di qualche chilo alla volta non vogliono darcene. Dobbiamo sempre accontentarci della loro elemosina? Voi cosa dite? Vi sta bene questo trattamento?
 vero quello che dice Saro. I palermitani ci trattano con sufficienza, intervenne Bernardo Bova, un anziano boss, alleato di 'u Vasciu sin dalla prima ora. Ma cosa possiamo fare, secondo te?
Non essere impaziente, Bernardo, fammi sentire anche il parere degli altri. Il tono era di sfida e i boss avevano timore a pronunciarsi.
I palermitani, come Indelicato, possono permettersi d'importare grandi quantitativi di morfina, s'intromise suo cognato Leoluca Culicchia, perch lui ha dei cugini in America e non deve pagare sull'unghia la droga. Da noi invece vogliono essere pagati in anticipo perch non siamo loro parenti e non si fidano di noi corleonesi.
Potremmo chiedere a Bont e a Indelicato di concederci qualche chilo in pi, fece Raffaele Iovino, un altro tra i boss pi fidati.
E quindi dobbiamo presentarci con il cappello e accontentarci di quello che loro vogliono elargirci?, domand provocatoriamente Saro. Non si chiama carit, questa?.
Gli altri boss non sapevano dove volesse arrivare. Con gli occhi sui bicchieri, pensavano a una soluzione, ma quei rozzi contadini non riuscivano a vedere gli affari con la lungimiranza di Saro Rano. Non erano in grado di escogitare strategie di lungo respiro, come lui. Anche per questo era lui il loro leader.
L'amico Piddu, che conosceva bene il suo carattere, lo affront in modo diretto: Saro, non ci girare intorno. Dicci cos'hai in mente.
Se vogliamo aumentare gli affari, dobbiamo aprire una raffineria tutta nostra. Guadagneremo cinque volte di pi e con quei soldi potremo aumentare l'importazione della morfina base.
Ti dimentichi una cosa, gli rispose Piddu.
Gli occhi di Saro brillarono, conoscendo gi quel che l'amico gli voleva contestare. E cio?
Ci serve un chimico. Dove lo andiamo a prendere? A Marsiglia?, domand 'u Tignusu: non a caso si era guadagnato quel soprannome.
Senza rispondere, Saro si alz dal tavolo e si avvicin alla porta. Ordin a uno dei suoi guardaspalle: Chiamami Macchiarella.
Poco dopo lo scagnozzo torn, seguito da un uomo di una quarantina d'anni. Indossava un vestito elegante e costoso e un paio di occhiali scuri. Quei boss non lo intimidivano: era sicuro di s perch la sua abilit era cos preziosa che lo proteggeva meglio di una corazza.
Venga avanti, lo accolse con insolita gentilezza Saro. Poi si rivolse agli altri amici: Vi presento il dottor Michele Macchiarella.  lui il nostro chimico.
Avevi gi la soluzione in tasca, comment Piddu.
Il dottore ha accettato di darci una mano.  passato dalla nostra parte. Non lo ha fatto perch gli siamo simpatici, vero?, il suo tono era fin troppo ironico. Ma perch gli  convenuto. Gli ho promesso una percentuale davvero conveniente. Al confronto il suo precedente datore di lavoro ha fatto la figura dello spilorcio.
 possibile sapere per chi lavorava?, chiese Piddu.
Glielo dica, dottore, fece Saro.
La sicurezza ostentata dall'uomo sembr venire meno. Replic seccamente: Stefano Bont.
I presenti rabbrividirono. Piddu si avvicin a Saro e in un orecchio gli sussurr: Sei consapevole che questo far scoppiare una nuova guerra?
Non ti preoccupare, Piddu. Prima che loro avranno iniziato ad armarsi, noi questa guerra l'avremo gi vinta per mancanza di avversari, rispose con arroganza Saro.  venuto il nostro momento. La pazienza  la virt dei forti e noi che siamo nati contadini sappiamo cosa significa saper aspettare. Ora la Commissione  stata privata di alcuni di quelli che ci vedevano come il fumo negli occhi. Sono riuscito a mettere al vertice Michele Russo, insieme a Stefano Bont. Il Papa  nostro amico e chi non  con noi sar eliminato.

2. Tommix in Sicilia.

Il brigadiere interruppe il flusso dei pensieri del commissario Boris Galeffi. Senza rompere il silenzio, gli indic le finestre al terzo piano del palazzone di via Pecori Giraldi. Stanza dopo stanza, qualcuno stava accendendo le luci nell'appartamento.
Ci siamo, sussurr il commissario nel radiotelefono, comunicando all'altra pattuglia di tenersi pronta all'incursione.
Il commissario era un uomo d'azione. Non mandava mai in avanscoperta i suoi uomini, era sempre lui il primo a sfondare le porte. Diceva che, nel bene o nel male, fino ai cinquanta c'era arrivato, e perci non era giusto che un ragazzo con la met dei suoi anni rischiasse di beccarsi la prima pallottola.
Dunque, saliva i gradini del palazzo a due a due, alla testa della pattuglia formata dal brigadiere Alfonso Sibona, un piemontese trasferito per punizione in Sicilia perch aveva mandato a quel paese un superiore della questura di Asti, la sua citt natale. Dietro di loro altri cinque agenti salivano in fila indiana, alcuni con i mitra e altri con le pistole, a cui avevano tolto la sicura. A differenza dei suoi uomini, per, Boris, pur essendo un provetto e un tiratore abilissimo negli scontri a fuoco, preferiva mostrarsi disarmato di fronte ai suoi avversari.
Su ogni pianerottolo si affacciavano tre porte. Una era di fronte all'ascensore e le altre due ai lati delle scale. Il commissario aspett che anche l'ultimo degli agenti raggiungesse il gruppo. L'appartamento dove dovevano fare irruzione era quello al centro. Mentre i poliziotti si disponevano intorno alla porta, il commissario si prese il suo tempo per calmare il fiato grosso. Da un po' di mesi aveva notato che una breve corsa era sufficiente a farlo ansimare. La moglie se ne era accorta e avevano persino litigato perch lui non ne voleva sapere di farsi visitare dal medico. La scusa era sempre la stessa: non poteva lasciare il commissariato neppure per un giorno.
Il brigadiere Sibona si era posizionato dalla parte opposta della porta. Lo guard in modo interrogativo, come per chiedergli cosa stessero aspettando. Il commissario Galeffi fece un sospiro, poi con il pugno batt violentemente il legno della porta.
Polizia. Aprite!, tuon.
Nel silenzio serale il rumore violento dei colpi ebbe come effetto quello di creare agitazione nel condominio. Si aprirono altre porte. Qualche inquilino mise il naso fuori dall'uscio. Persino sullo stesso pianerottolo dell'irruzione una ragazza incuriosita si mostr ai poliziotti, ma uno di loro con un gesto inequivocabile le ingiunse di ritirarsi.
Il commissario Galeffi torn a bussare energicamente: Non costringeteci a buttare gi la porta! Aprite!. Temeva che potessero sbarazzarsi della droga, gettandola nel water.
Ma all'improvviso, dall'interno, si ud un grido soffocato: Aiuto!. Era il lamento di una donna disperata.
Sar un bluff?, domand preoccupato il brigadiere.
Ora lo scopriremo, Boris Galeffi indic la serratura a uno degli agenti.
Il poliziotto si avvicin. Prese la mira e spar un colpo che fece saltare il chiavistello. Boris gli fece cenno di indietreggiare e con un calcio spalanc la porta.
Se entrate, l'ammazzo!, si ud dall'interno.
Il commissario fu bloccato dalla voce di un uomo, pi disperata di quella della donna.
Vi prego! Andatevene! Mi vuole ammazzare. Ho un coltello puntato alla gola, strill la giovane, con il tono stridulo di una ragazzina.
Calmati, non voglio che nessuno si faccia del male, gli url Boris, nascosto dietro la cornice della porta. Non aggravare la tua posizione. Non hai ancora fatto niente di male. Non  neppure resistenza. Non ancora.
Hai sentito cosa ho detto? Se non ve ne andate, la scanno come un capretto, continu a gridare l'uomo, preso dal panico.
Non era palermitano. Boris stabil che l'inflessione doveva essere quella della campagna. Forse di Corleone... Volesse il cielo che sia un corleonese, pens. Sarebbe stata la prima volta che la polizia incastrava uno della banda di Ninuzzu 'u Ciancatu.
Io sono il commissario Boris Galeffi. Tu come ti chiami?.
Dall'interno dell'appartamento provenivano soltanto il pianto e i lamenti della giovane donna. La domanda aveva spiazzato il bandito: doveva assecondare il commissario o mandarlo al diavolo?
Allora? Mi vuoi dire il tuo nome?, insistette Boris. Hai capito chi sono io?. Il commissario aveva fama, tra i malviventi, di essere uno molto comprensivo.
Silenzio. Il brigadiere fece cenno al suo superiore di voler entrare, ma Boris non se la sentiva di rischiare la pelle di nessuno. Gli fece capire di avere ancora pazienza. Sentiva di essere sulla buona strada.
Va bene, disse al criminale, ti capisco, non ti vuoi fidare di me. Evidentemente non mi conosci. Io ora entro e cos parleremo da uomo a uomo.
Tu non vai da nessuna parte o la apro in due questa cazzo di testa, url disperato l'uomo.
Non te la prendere con lei. Non ha fatto niente. Comportati da uomo. Sto entrando. Non sono armato. Ripeto: non sono armato. Quindi non mi puoi sparare. Se tu non mi spari, io do ordine ai miei uomini di stare calmi e di non ucciderti. Non voglio una carneficina. Hai capito?.
Visto che dall'altra parte non giungeva risposta, Galeffi url perentorio: Hai sentito?.
Questa volta la risposta arriv fulminea: S, ho capito.
Ecco, ora sto entrando con le mani alzate, Boris sollev le mani ed entr coraggiosamente nell'appartamento percorrendo a passo lento il breve corridoio. Sono nell'ingresso. Ma non so dove sei tu. Mi vedi? Ci sono delle porte. Dove ti trovi?
Continua a camminare, fece la voce. Galeffi la individu in fondo al corridoio, oltre una porta a vetri.
Allora, mi vuoi dire il tuo nome?
Ti prego, ti scongiuro..., la ragazza singhiozzava. Non mi ammazzare. Ti prego Nittuzzu.
Zitta, imbecille, sussurr rabbioso l'uomo.
La giovane emise un lamento.
Attento, amico!, gli ordin Boris. Non farle del male o torno indietro e il nostro accordo finisce qui. Ti tireremo fuori con la forza. Non ne uscirai vivo, lo vuoi capire? Vuoi proprio morire? Tutto il palazzo  circondato. Il commissario aveva capito che in quell'appartamento erano soltanto due e che lui si chiamava Nittu, cio Benedetto. Tra i corleonesi c'era uno che si chiamava in quel modo: Mannone, un amico fraterno di Saro. Se quello era davvero Nittuzzu Mannone, per Boris era come aver fatto tredici. Era uno dei killer pi spietati della banda.
Se ammazzi me, ammazzi anche lei, gli disse in tono di sfida il criminale.
Di lei non me ne frega un cazzo.  la tua puttana, puoi farne ci che vuoi, ment Boris.  te che voglio.
Fece ancora qualche passo. Era arrivato ormai in prossimit del salone. Guarda che sto per entrare. Ti ripeto che sono disarmato. Io non porto mai la rivoltella. Se sei di Palermo avrai sentito parlare di me. Sono Boris Galeffi. Tutti sanno che non ho mai sparato contro un delinquente, se non per difendermi.
Commissario, a lei la chiamano Tommix, per quanto  svelto con la pistola.
Per non ho mai sparato per primo, ricordalo. E comunque ora sono disarmato. Un passo ancora e varc la soglia del salone. Si guard rapidamente intorno per memorizzare l'ambiente.
Il salone era in penombra e aveva due porte-finestre che si aprivano sul lungo balcone. La luce dei lampioni della strada illuminavano un tavolo da pranzo con sei sedie, una cristalliera e sulla sinistra un salottino dietro al quale si trovavano l'uomo e la giovane.
Lui con un coltello da carne, molto appuntito e molto affilato, la puntellava sotto il mento, costringendola a stare con la testa sollevata in modo innaturale. Nella mano sinistra, Boris vide che impugnava una Beretta. Aveva sperato fino all'ultimo che non fosse armato anche di pistola. Ma ormai doveva giocare la partita fino in fondo.
Allora, tu sei Benedetto Mannone, gli disse, fissandolo negli occhi.
Il corleonese evit lo sguardo del poliziotto. Mi conosci?
Ho letto la tua scheda segnaletica, ment il commissario.
In che modo la risolviamo questa camurria?, il criminale gli stava chiedendo un consiglio, come si fa con un vecchio amico. Era evidentemente nel panico e quindi era pi pericoloso. Boris doveva stare attento alla maniera in cui si muoveva e a quello che diceva, se voleva uscirne vivo.
Facciamo in un modo molto semplice, Nittuzzu. Io ti prometto che non ti verr torto un capello, ti prometto una cella confortevole all'Ucciardone, vicino ai tuoi amici di Corleone. Ti prometto che al giudice dir che hai collaborato. D'altra parte finora, per quello che mi riguarda, non hai commesso alcun reato grave. Tu lasciala andare e la finiamo qui.
Il corleonese era consapevole di non avere via di scampo. Stava per cedere alla proposta del commissario, quando un'ombra si proiett sulla parete. I fari di un'automobile illuminarono per un istante la sagoma del brigadiere Sibona, nascosto sul balcone.
Il poliziotto, disubbidendo agli ordini del commissario, aveva deciso di aggirare il bandito passando attraverso il ballatoio dell'appartamento vicino. Ma la sorpresa era venuta meno in modo imprevisto.
Il corleonese, ubbidendo a un riflesso condizionato, spar contro il brigadiere, che rispose al fuoco. Il bandito si gett dietro il divano trascinando con s la donna.
Boris fu colto di sorpresa e gli ci vollero alcuni secondi prima di capire che sul balcone si trovava Sibona.
Poi scoppi una furiosa sparatoria.
Nell'appartamento irruppero gli altri cinque agenti. Quelli con i mitra cominciarono a sparare contro ogni mobile della stanza dietro cui poteva nascondersi il criminale. Boris, protetto da un massiccio armadio, urlava di cessare il fuoco, ma nessuno gli dava retta, intento com'era a esplodere colpi contro ogni ombra. Alla fine la sparatoria si esaur quasi spontaneamente. Il sapore acre della polvere da sparo e il fumo dei proiettili riempiva il salone. Il brigadiere Sibona fece capolino dalla porta-finestra. Cautamente si avvicin al divano, che ora sembrava un residuato bellico. Anche il commissario usc dal nascondiglio e si avvicin pian piano a quello che rimaneva del divano. Il brigadiere Sibona aggir l'ostacolo e vide a terra il criminale e sotto di lui la povera ragazza, entrambi colpiti a morte in pi parti del corpo.
Quando Boris vide i due cadaveri divenne rosso per la rabbia: Brigadiere! Le avevo ordinato di non muoversi!.
Commissario, non mi fido della parola di questi delinquenti. Temevo per lei.
Ma vedi cos'hai combinato? Sei  un pericolo per tutti! Io ti faccio sbattere... ti faccio spedire...
Signor commissario, pi gi della Sicilia c' l'Africa.
Anche l troveresti il modo di farti cacciare. Capisco perch ti hanno mandato via dalla questura di Asti!  un disastro... abbiamo provocato un disastro!.
Un criminale e una puttana di meno, comment il brigadiere. Le assicuro, commissario, che nessuno ne sentir la mancanza.
Sparisci dalla mia vista!, gli ordin Galeffi, che gi stava pensando a come parare i colpi della stampa, ma soprattutto quelli del suo superiore.

3. La vendetta del capo.

Gli uomini della scientifica chiusero i due cadaveri nei sacchi impermeabili e li trasportarono nel furgone dell'obitorio per l'autopsia di rito.
Il commissario Galeffi con la squadra di poliziotti setacci l'appartamento alla ricerca di indizi e prove sull'appartenenza di Benedetto Mannone, detto Nittuzzu, alla banda dei corleonesi. Non dovettero faticare molto perch in un armadio scoprirono un arsenale di armi, tra fucili a canne mozze, Magnum .357, mitra, persino un MAB, un vecchio moschetto Beretta e due cassetti colmi di munizioni. Ma la vera sorpresa fu il ritrovamento di otto sacchetti di eroina da mezzo chilo l'uno, per un valore sul mercato di oltre tre miliardi di lire. Eppure quel giorno per i poliziotti la retata fu ancor pi fruttuosa perch gli inquirenti trovarono anche la firma del proprietario dell'arsenale. In uno dei cassetti di una scrivania, infatti, rinvennero una carta d'identit contraffatta con la foto di Leoluca Culicchia, cognato di Saro e uno dei suoi pi fidati killer. Infine, nello stesso cassetto, c'era un'immagine che ritraeva il capo dei corleonesi fuori da una trattoria di campagna, insieme a un gruppo di altri mafiosi, tra cui anche un camorrista di Caserta, Lorenzo Perretta. Quell'incontro stava a testimoniare alleanze insospettabili. Per la prima volta la polizia aveva espugnato uno dei sacrari dei corleonesi.
Se quel brillante intervento di Boris Galeffi era stato il risultato di un colpo di fortuna, altre operazioni andate a buon fine in quel periodo furono il frutto di una lunga collaborazione voluta dal commissario con i suoi colleghi d'oltreoceano.
Convinto che il traffico dell'eroina da Palermo a New York potesse essere stroncato soltanto con la cooperazione delle rispettive polizie, Boris di sua iniziativa aveva deciso di contattare alcuni colleghi d'oltreoceano. Fu invitato dai responsabili della Drug Enforcement Agency, nella base dell'FBI di Quantico e l conobbe investigatori motivati come lui. Divenne loro amico e propose uno scambio d'informazioni sui traffici internazionali della droga.
La sua collaborazione con la DEA diede i suoi primi frutti, quando il commissario comunic ai colleghi d'oltreoceano di una spedizione di eroina che stava per sbarcare all'aeroporto JFK di New York. La soffiata si rivel fondata e gli agenti della narcotici poterono sequestrare cinque chili di droga e arrestare i trafficanti che li trasportavano.
Nello stesso tempo cinque agenti della DEA partirono per Palermo perch avevano saputo che il bottino della droga si trovava in una valigia di pelle nera in arrivo a Punta Raisi.
I poliziotti americani e italiani, nascosti dietro un vetro cieco in un ufficio della dogana, aspettarono che il trafficante andasse a ritirare il bagaglio.
Le altre valigie furono prese dai rispettivi passeggeri, finch sul nastro trasportatore rimase solo quella di pelle nera, a girare avanti e indietro in attesa del legittimo proprietario. Trascorsero alcuni minuti senza che nessuno si presentasse a ritirare la borsa.
Possibile che i malviventi avessero avuto sentore che stava per scattare una trappola e avevano deciso di abbandonare il malloppo al suo destino?
Gli agenti, delusi, stavano per uscire dal nascondiglio quando, attraverso il vetro, videro un uomo avvicinarsi con cautela al nastro trasportatore. Si guardava intorno e adocchiava la valigia. Il commissario Boris Galeffi e il capo degli agenti americani si scambiarono un'occhiata d'intesa.
L'uomo, visto che intorno non c'erano persone sospette, si avvicin alla valigia, l'afferr per il manico e si diresse risoluto verso l'uscita.
And a sbattere contro quattro agenti che lo spinsero con violenza, immobilizzandolo ventre a terra. Boris e l'amico americano afferrarono la valigia e la poggiarono sul tavolo della dogana. Fecero saltare le serrature e scoprirono un mucchio di banconote da cinquanta e cento dollari. In tutto, un gruzzolo pari a cinquecentomila dollari.
L'uomo si chiamava Roberto Marchesi, un pluriricercato per rapine ed estorsioni. Anche lui apparteneva alla banda dei corleonesi.
Appena Saro venne a sapere della droga sequestrata nel covo di Leoluca Culicchia - e poi dell'intercettazione dei soldi spediti dagli Stati Uniti per il pagamento di una delle loro prime spedizioni - per poco non ammazz l'innocente messaggero, andato a riferirgli l'informazione. Il capo dei corleonesi reagiva in modo scomposto alle cattive notizie. I suoi stessi uomini dicevano di lui che, quando si arrabbiava, era peggio di un selvaggio e ne temevano le sfuriate.
Maledetto curnutu di un commissario, sbrait contro Boris Galeffi. Ma che minchia s' messo in testa? Mi vuole fottere proprio adesso che ci siamo messi in proprio? Gli stacco la testa con un morso, come faccio con i polli. Per me gi puzza gi di cadavere quel commissario.
Segu una litania d'invettive e bestemmie contro il malnato, la sua famiglia, le generazioni passate e future, fino alla settima, finch la stanchezza non lo fece crollare sulla poltrona.
Portami Leoluca, sbrigati!, ordin infine al giovane, ben contento di togliersi dalle sue grinfie e filare alla ricerca del cognato. Eppure era un compito non facile, visto che Leoluca Culicchia era latitante.

Palermo, 21 luglio 1979.

In quei giorni si stava celebrando il processo per il duplice omicidio del maggiore dei carabinieri Giuseppe Rizzo e del suo amico, il professore Filippo, avvenuto a Ficuzza, nei pressi di Rocca Busambra. Responsabili dell'esecuzione erano tre killer dei corleonesi: Leoluca Culicchia, Bartolo Orlando, figlio del boss Francesco Orlando di Vallelunga Pratameno e un terzo sicario, sconosciuto, ma affiliato alla banda. I tre erano latitanti e il processo stava navigando stancamente verso una sentenza che li avrebbe mandati assolti per insufficienza di prove.
Il ritrovamento della P.38, e in particolare il sequestro dell'arsenale in via Pecori Giraldi alla Roccella, dove si trovava la falsa carta d'identit di Leoluca Culicchia, aveva fatto sorgere in Boris Galeffi il sospetto che fosse proprio quella l'arma che aveva sparato al maggiore dei carabinieri e al suo amico professore.
Boris aveva chiesto una perizia balistica alla Scientifica e i responsabili della sezione gli avevano promesso di consegnargli il responso alla fine del mese.
Ai giornalisti il commissario dichiar: Il 28 luglio vi dar una notizia bomba. Se la P.38 aveva sparato a Ficuzza, aveva la prova che incastrava definitivamente Leoluca Culicchia.
Contemporaneamente alla questura di Palermo cominciarono ad arrivare telefonate anonime che annunciavano la morte del commissario capo della squadra mobile.
Quelle minacce convinsero Boris Galeffi a non aspettare agosto e a mandare in vacanza in anticipo la propria famiglia. Rimase solo a Palermo e in quella seconda met di luglio prese l'abitudine di consumare i pasti in un trattoria nei pressi della Centrale. Anche il primo caff della mattina aspettava a prenderlo, per sorseggiarlo con i colleghi alla macchinetta della questura.
Ma quel giorno, uno dei suoi confidenti gli diede appuntamento al bar Lux, in via Francesco Paolo Di Blasi, a quaranta metri da casa sua. Boris si rec al locale senza sospettare di nulla. Il suo informatore non era ancora arrivato e chiese al ragazzo al bancone di preparargli un caff.
Leoluca Culicchia lo vide entrare. Era armato con una .7,65. Sapeva che il commissario era esperto nei conflitti a fuoco e che lo doveva cogliere di sorpresa, alle spalle, senza dargli modo di reagire, altrimenti per lui sarebbe stata la fine.
Il bar Lux aveva tre porte fronte strada. Leoluca scese dalla moto, mentre il complice lasci il motore al minimo, pronto a ripartire, una volta archiviata la faccenda.
Il killer si affacci alla porta del locale e vide il commissario che stava sorseggiando il caff dandogli le spalle. Entr risolutamente, allung il braccio e a distanza di un metro spar due colpi consecutivi alla nuca di Galeffi. Il commissario croll a terra, mentre il ragazzo del bar si nascondeva, dietro il bancone. Culicchia indietreggi e spar altri quattro colpi alla schiena del commissario. Poi raggiunse la moto che con un'impennata ripart, allontanandosi in direzione di via Archimede.
Nessuno, tranne gli inquirenti, vide mai il cadavere cos barbaramente devastato del commissario. Ai fotografi fu impedito di immortalare quel capolavoro di vigliaccheria della mafia. I suoi amici vollero che rimanesse nella mente dei siciliani onesti il ricordo del suo volto sicuro, dei suoi occhi limpidi e coraggiosi, della sua onest.
E cos il 28 luglio non ci fu pi alcuna rivelazione da fare ai giornalisti e il processo per il duplice omicidio di Ficuzza vide assolti gli imputati per insufficienza di prove.
Bisogner aspettare la sentenza del gennaio 1995 per stabilire che Leoluca Culicchia aveva in realt ammazzato a Ficuzza il maggiore dei carabinieri Rizzo e il suo amico professore. I responsabili verranno condannati all'ergastolo e per il corleonese arriver un secondo ergastolo quando, nel marzo dello stesso anno, verr ritenuto responsabile anche del vile attentato al commissario capo Boris Galeffi.

4. Una lunga scia di sangue.

L'omicidio di Boris Galeffi aveva esaltato il senso di onnipotenza di Saro Rano. Ma i boss mafiosi condannarono quel suo comportamento, che andava contro tutte le regole di Cosa Nostra. Una di queste norme sanciva in modo inequivocabile che nessun omicidio di rappresentanti dello Stato o ufficiali di polizia poteva essere deciso individualmente. Per avallarlo, doveva essere riunita la Commissione, bisognava esporre delle valide motivazioni e quindi passare all'esecuzione del piano. Era vietato poi nel modo pi assoluto uccidere un poliziotto senza avvisare il capo mandamento del territorio dove sarebbe avvenuto l'omicidio, perch i latitanti potevano ritrovarsi la forza pubblica in casa, senza alcun preavviso.
Con questo comportamento, ti stai facendo terra bruciata, lo avvert Stefano Bont, deciso a esporgli le lamentele degli altri boss palermitani. Ti devi fermare, Saro. Non sei il solo a fare la guerra allo Stato. Ma se pisci ancora fuori dal vaso, ti ritroverai a essere il solo con 'u pagghiazzu in mano.
Vedi Stefano,  da quando avevo sette anni che pulisco merda, rispose con sarcasmo il corleonese. E pensa, quella che pulivo non era nemmeno la mia. Ora almeno ho un tornaconto personale per farlo. Io ve l'ho detto e ripetuto pi volte. Non  cos che si fa funzionare un'organizzazione come la nostra. Dobbiamo avere vista acuta e orecchio fino. Noi corleonesi siamo abituati a vivere in mezzo ai pericoli. Sai cosa vuol dire portare le pecore al pascolo in inverno con i branchi di lupi che ti seguono per tutto il giorno, non aspettando altro che una tua minima distrazione per sgozzartene una sotto gli occhi? Noi abbiamo una resistenza che voi di citt neppure vi sognate. Non ho tempo per convocare la Commissione e parlare, parlare, parlare... Io sono un uomo d'azione. Avrai capito che non mi piacciono le chiacchiere inutili.
Stefano Bont, dopo l'estromissione dalla Commissione di Tano Badaloni, era diventato di fatto il capo di Cosa Nostra. Non ci si poteva rivolgere a lui in quel modo cos insolente. Maled in cuor suo la volgarit di quel pecoraio e rispose con pazienza: Ti ho riferito le lamentele degli altri boss. Pensa tu alle conseguenze. Quello che ti dovevo dire, l'ho detto.
Si stava allontanando, ma Saro lo blocc, afferrandogli un braccio.
Stefano. D agli amici che se faccio qualcosa  per il bene di tutti. Non mi piace quando qualcuno di noi piange uno sbirro morto. Uno sbirro morto  soltanto un nemico di meno.
Stefano Bont si liber a fatica dalla presa. Saro era piccolo, ma aveva una forza sorprendente nelle mani. La sua morsa era quella di una benna. Si allontan preoccupato per la sua caparbiet. Nessuno al mondo avrebbe mai potuto far cambiare idea a quel cafone di un corleonese. Bont era abbastanza navigato per capire che Saro mirava a diventare il capo della Cosa. Doveva guardarsi dalla sua falsa affabilit.
E faceva bene a dubitare della lealt di 'u Vasciu. Questi, infatti, aveva gi pensato a convocare Piddu e a riferirgli le lamentele dei boss palermitani.
Noi ce ne dobbiamo fottere dei loro rimproveri, disse al silenzioso amico. Se ci mettiamo a discutere con i palermitani, non la finiamo pi. Diventiamo come i politici al Parlamento che chiacchierano, chiacchierano e non combinano mai niente. Noi dobbiamo decidere e agire da soli. Cos faceva Ninuzzu e cos dobbiamo fare noi. Loro sono troppo signorini. Non hanno tempo per i veri affari. Sono sempre indaffarati a comprare camicie di seta e gioielli alle loro puttane. Noi dobbiamo pensare ai fatti nostri, non dobbiamo aspettarci niente dagli amici palermitani. Quando decidono di riunirsi,  soltanto per accomodare gli affari loro.
Per non possiamo metterci contro l'intera Cosa Nostra, Piddu 'u Tignusu tra i due era sempre stato il pi prudente.
Faremo quello che  necessario fare, niente di pi. A proposito, sai chi  tornato a Palermo?
Ti riferisci al giudice Tamburini?, rispose pronto Piddu.
Proprio quel curnutu, Cesare Tamburini. Me l'ha riferito da Milano Ninuzzu. Dicono che gli daranno quasi sicuramente la poltrona di capo dell'ufficio istruzione di Palermo.
Ninuzzu lo vuole morto, fu la frase lapidaria di Piddu. Lo odia per quello che gli ha fatto.
L'ha confidato anche a me. Conosce troppo bene la nostra storia. Ci ha sempre seguiti come un segugio, dall'omicidio di Navarra, alla strage di viale Lazio. Sono sicuro che una volta preso possesso dell'ufficio, riesumer tutte le vecchie istruttorie rimaste in sospeso negli anni in cui  stato a Roma come deputato. Lui  peggio di un molosso.
Una volta addentata la preda, non la molla pi, complet la frase Piddu.
Ecco un altro caso per cui non c' tempo per mettersi a discutere con i palermitani, sugger Saro.
Hai ragione. Dobbiamo pensare innanzitutto alle cose nostre, concluse Piddu.

Palermo, 25 settembre 1979.

Il giudice Cesare Tamburini, ex parlamentare e membro della Commissione antimafia, all'et di cinquantotto anni aveva deciso di rientrare in magistratura per concludere la sua carriera combattendo in prima linea contro Cosa nostra. Tamburini era l'unico giudice ad aver portato alla sbarra i corleonesi, anche se poi la Corte d'Assise di Bari li aveva assolti tutti e sessantaquattro, con una sentenza dettata dalla paura per le minacce, neppure tanto velate, lanciate dagli amici degli imputati ai familiari dei giudici popolari.
Tornato a Palermo, era stato nominato presidente di sezione di Corte d'appello, una collocazione provvisoria in attesa dell'investitura ufficiale a capo dell'ufficio istruzione. Un incarico che tutti davano per scontato, tanto che in procura gi lo chiamavano signor consigliere.
Tamburini quella mattina del 25 settembre usc di buon ora dalla casa di via Rutelli. La Fiat 131 con Magnano, il fedele autista che lo seguiva da pi di vent'anni, lo stava gi aspettando fuori dal portone.
Il magistrato salut il vecchio amico. Quello gli apr la portiera dalla parte della guida e prese posto accanto a lui. A Tamburini piaceva guidare personalmente l'auto. Mise in moto e si diresse verso la procura.
Il commando del sicari, formato da quattro corleonesi, indossava tute da meccanico. Avevano parcheggiato il furgone poco lontano dal luogo dell'attentato. Due di loro estrassero dal camioncino dei cavalletti di Frisia e li disposero al centro della strada, chiudendola di fatto al traffico. Uno dei due torn al furgone, sedendosi al posto di guida. Gli altri tre, al riparo dell'abitacolo, prepararono le armi: una carabina Winchester, una .38 e una Magnum calibro .357.
Pochi istanti dopo videro, in fondo alla strada, la Fiat 131 che si avvicinava. Il bandito al volante suon un colpo di clacson. I tre alle sue spalle, al segnale, calzarono sulla testa i berretti con la visiera e si avviarono verso i cavalletti, nascondendo dietro la schiena le armi.
La Fiat 131 si ferm davanti all'ostacolo. Il giudice Tamburini non s'aspettava quell'improvvisa barriera. Quando vide i tre uomini in tuta circondare la macchina, cap immediatamente che era caduto in una trappola. Tent di innestare la retromarcia, ma i sicari aprirono il fuoco. Spararono finch i caricatori non furono vuoti, in tutto una trentina di colpi, come pi tardi accertarono le autopsie. Il killer con la calibro .38 indugi a osservare il cadavere del magistrato riverso sul sedile e, accanto, quello del suo sfortunato autista. Poi raggiunse i compagni che stavano dirigendosi verso il furgone. Ma all'improvviso, come se avesse avuto un ripensamento, torn indietro, poggi la canna della pistola sulla nuca di Tamburini e spar un ultimo colpo asportandogli una parte della fronte. Infine scomparve nel furgone che si allontan dal luogo dello scempio senza alcuna fretta, incolonnandosi al traffico mattutino di Palermo.
Durante le solenni esequie dei due martiri, il cardinale di Palermo concluse la sua omelia con queste sferzanti parole: Il seme del male si  talmente radicato in questa nostra disgraziata terra da aver sviluppato una cancrena che ha saputo avvelenare le menti di ogni uomo e di ogni donna. Non riusciremo mai a sradicarlo dai nostri cuori, finch vivremo disancorati da ogni visione morale e religiosa della vita.
Il sentimento di tutti i presenti nella cattedrale era di profondo sgomento e impotenza nei confronti del male.

All'inizio degli anni Ottanta per i corleonesi il business della droga non era ancora la principale fonte di entrate. I loro guadagni erano basati soprattutto sul racket e sugli appalti pubblici. Il principale referente politico a Palermo era sempre stato Vito Pergolizzi, anche lui di Corleone. Ma a differenza degli altri paesani, Vito aveva sempre nutrito grandi ambizioni che il padre aveva potuto assecondare mandandolo a studiare a Palermo. Aveva preso il diploma da geometra, ma non era riuscito a conseguire la laurea in ingegneria, pur essendosi iscritto alla facolt e avendo superato qualche esame.
L'ambizioso Pergolizzi si era per legato a Salvo Zappa, un consigliere comunale che ader prima alla corrente fanfaniana della DC e successivamente, quando venne eletto alla Camera dei deputati, a quella dell'onorevole che tutti i siciliani chiamavano il Presidente.
Da sindaco di Palermo, Salvo Zappa nomin Pergolizzi assessore dei lavori pubblici, dando vita allo scempio urbanistico della citt. In questi anni i corleonesi, favoriti dal compaesano, si trasformarono in imprenditori edili, protetti dietro una serie di societ rette da inverosimili prestanomi. Per favorire Pergolizzi, Saro e i suoi compagni fecero tabula rasa dei suoi avversari politici. Tra i primi a cadere ci fu quello del segretario provinciale della DC, che aveva dichiarato di voler isolare certi costruttori legati all'assessore corleonese.
Fu poi la volta del presidente della regione Sicilia. Aveva aperto un'inchiesta amministrativa sui finanziamenti pubblici alle ditte in odore di mafia concessi da Vito Pergolizzi. Il presidente se ne era lagnato con il procuratore capo di Palermo, denunciando il fatto che gli appalti pubblici venivano assegnati tutti alle solite ditte. In seguito alla segnalazione, il procuratore a sua volta aveva dato mandato ai suoi sostituti di svolgere un'indagine per appurare la verit.
Nello stesso tempo Emanuele Florio, il capitano dei carabinieri della tenenza di Monreale, stava indagando sul traffico dell'eroina che da Palermo veniva spedita a New York. Anche lui, come il commissario Boris Galeffi era sulla pista delle raffinerie, convinto che da Marsiglia i chimici si fossero trasferiti nell'isola con tutte le loro attrezzature.
Il capitano aveva seguito la scia dei soldi sporchi di eroina: portava ai conti bancari a Corleone di Saro e di Leoluca Culicchia e a San Giuseppe Jato a quelli di Piddu 'u Tignusu. Erano i feudi di Ninuzzu 'u Ciancatu, di Saro Rano, di Piddu e dei loro compagni corleonesi.
Emanuele Florio si era avvicinato troppo al fuoco e rischiava di bruciarsi, com'era avvenuto con il presidente della Regione, ucciso il giorno dell'Epifania, mentre stava recandosi a messa, con la moglie e il figlio.
In quei giorni festivi il presidente aveva deciso di rinunciare alla scorta e il killer pot avvicinarsi all'auto senza ostacoli. La moglie, quando vide l'uomo estrarre la pistola da sotto il giubbotto, l'implor di non ammazzarli. E il sicario uccise soltanto l'uomo politico, risparmiando la vita a lei e al figlio.

5. Mattanza senza fine.

L'omicidio di un rappresentante delle istituzioni pes come un macigno sulle teste di alcuni politici della DC che intrattenevano rapporti con i boss delle famiglie mafiose. Questi assicuravano loro un regolare contributo di voti elettorali, in cambio di favori legislativi.
Ma ora le famiglie mafiose stavano superando il limite e il Presidente un bel giorno scese a Palermo per chiedere spiegazioni dell'assassinio dell'onorevole democristiano ai vertici della Regione Sicilia.
L'incontro avvenne con due dei pi blasonati boss di quegli anni: Stefano Bont e Totuccio Indelicato, nel baglio di Bont. I due erano pi infuriati del politico per l'iniziativa presa dai corleonesi, ma dovevano difendere la Cupola e non potevano dare l'impressione di uno scollamento tra le famiglie.
Il Presidente si disse rammaricato per la grave circostanza... era famoso per non chiamare mai i fatti con il loro vero nome.
Questi atti pregiudicano i nostri buoni rapporti. Non possiamo sostenere le vostre cause, se c'imbarazzate con queste bravate, per di pi poco divertenti.
Bont non sopportava quell'eloquio: un misto tra il forbito, il sarcastico e il subdolo. Lo aggred con forza, per intimorirlo, ma l'uomo politico non mosse un solo muscolo del viso, mentre il mafioso gli urlava: Presid, qui siamo a casa nostra. Qui comandiamo noi. Se vi sta bene,  cos, altrimenti possiamo fare una bella cosa. Alle prossime elezioni vi leviamo non soltanto i nostri voti e quelli di tutta la Sicilia, ma anche i voti di Reggio, della Calabria e del resto del meridione. Dovrete andare a prenderveli da quelli del nord, che sono tutti comunisti, se vorrete continuare a sedere sulle vostre poltrone!.
Stefanuccio, ci sento benissimo, non c' bisogno di urlare. Volevo solo avvisarvi che questa non  la strada giusta da percorrere. Se poi volete fare di testa vostra, fate pure. Ma vi avverto..., e qui la frase suon come una minaccia. Se al governo andr qualcun altro, magari con la cravatta rossa, prima o poi vi ritroverete tutti a Pantelleria o a Sant'Elena.
Sant'Elena?, domand Totuccio Indelicato, che non conosceva la storia.
Lasciamo perdere, fece con noncuranza il Presidente. Insomma, come diciamo noi a Roma, calmate i bollenti spiriti. Questo lo capite?.
La sua ironia era molto sottile e un boss siciliano non sempre  disponibile allo scherzo.
I suoi consigli comunque non furono presi in alcuna considerazione perch qualche settimana pi tardi la mattanza dei rappresentanti dello Stato continu con una efferatezza senza limiti.

Monreale, 4 maggio 1980.

La cittadina era illuminata a giorno per la festa del Crocefisso. I ghirigori delle lampadine colorate decoravano ogni strada del centro cittadino, compresi i principali palazzi del potere: il Duomo e il Comune. Quella sera il capitano Emanuele Florio aveva indossato l'elegante alta uniforme dei carabinieri per presenziare alla cerimonia che si era svolta nelle sale del Comune. Aveva accanto la moglie e in braccio la figlioletta di cinque anni, quando usc dal palazzo mischiandosi alla folla che gremiva il sagrato per partecipare ai festeggiamenti e assistere ai fuochi artificiali.
I tre killer erano confusi tra la folla e pochi si accorsero delle loro vili intenzioni.
Uccisero il capitano senza colpire fortunatamente la bambina. Soltanto quando Florio croll a terra, tra le grida disperate della moglie, gli astanti capirono che la vendetta dei corleonesi era arrivata, ancora una volta.
Ma adesso i sicari avevano osato troppo. I tre fuggirono verso l'aeroporto militare di Boccadifalco, ma incapparono in un posto di blocco che era stato predisposto per ordinare l'afflusso dei visitatori della festa. I killer furono identificati a tempo di record. Uno era l'uomo d'onore della famiglia di Michele Russo, il Papa, grande alleato di Saro; l'altro era il figlio di zu Ciccio, altro compare storico dei corleonesi a Palermo; e il terzo infine apparteneva a una famiglia di Piana dei Colli. Non c'erano dubbi sul coinvolgimento dei corleonesi nell'omicidio.
Le esecuzioni del presidente della Regione e del capitano dei carabinieri furono segnali che lasciarono interdetti gli esperti del fenomeno mafioso. Mai si era osato tanto contro i rappresentanti delle istituzioni. Mai si era vista una simile furia omicida. Era evidente che qualche passaggio nella filiera del potere mafioso si era interrotto. Il delicato equilibrio di alleanze tra le famiglie era saltato. E la mattanza dei cadaveri eccellenti non era ancora terminata.

Palermo, 6 agosto 1980.

Questa volta tocc a Totuccio Indelicato dimostrare la forza della sua famiglia. Funzionava cos a quel tempo, Cosa Nostra. Le fazioni si misuravano uccidendo personalit in vista, soltanto per dimostrare alle altre cosche quanto fossero potenti e spericolate nello sfidare lo Stato.
Qualche giorno dopo l'omicidio del capitano Florio, i suoi uomini, sulla base dei rapporti preparati dall'eroico ufficiale, presentarono al procuratore generale le richieste di mandati di cattura di una trentina di affiliati alle cosche mafiose.
Il procuratore capo studi l'incartamento degli investigatori per l'intera notte. Nell'indagine erano coinvolti i maggiori capimafia dell'isola, tra cui Stefano Bont e Totuccio Indelicato. Le prove dei carabinieri erano circostanziate e forse per una volta il magistrato poteva portare davanti ai giudici delle Corti d'Assise i responsabili di molti degli omicidi e delle stragi avvenuti negli ultimi anni in Sicilia.
Viste la mole della documentazione e l'importanza dei boss da fermare, convoc nel proprio ufficio i suoi sostituti.
Ho letto le prove che i carabinieri hanno raccolto contro questi capimafia. Mi sembra, anzi sono convinto, che i riscontri siano pi che sufficienti per portarli alla sbarra.
Uno dei sostituti prese la parola: Veramente, signor procuratore, forse sarebbe il caso di effettuare qualche supplemento d'indagine.
Concordo con il collega, intervenne un altro sostituto. Con quelle risultanze rischiamo che al processo vengano tutti mandati assolti per insufficienza di prove.
Un terzo diede man forte ai colleghi: Personalmente non me la sento di sostenere un'accusa con cos tante prove indiziarie, e quasi nessuna oggettiva, o testimonianze a carico.
Il collega ha ragione. Dobbiamo essere pi prudenti e far svolgere ai carabinieri indagini pi approfondite, incalz un quarto sostituto.
Ci vuole prudenza quando andiamo a rimestare in certi santuari, fece eco un altro magistrato.
Perdonatemi, colleghi, ma con tutto il rispetto mi sembra che ora stiate esagerando, sbott il procuratore, alzandosi di scatto dalla poltrona. Abbiamo l'opportunit di assestare un colpo mortale al potere mafioso e voi mi parlate di prudenza!. Torn a sedersi. Afferr il fascicolo e, rompendo la prassi consolidata dell'unanimit, fece per firmare il rapporto. Ve lo ripeto, sono certo che le prove per inchiodarli sono sufficienti. Questo  quanto.
Dopo aver apposto la firma in fondo agli ordini di cattura, allung il fascicolo al giudice pi vicino. Ma quello non si mosse e abbass gli occhi. Il procuratore interrog con sguardo severo gli altri sostituti. Nessuno si mosse per prendere il fascicolo.
Il magistrato sent il gelo della solitudine calare dentro di lui. Potete andare, disse allora con sgomento. Sapeva cosa significava a Palermo restare isolato all'interno del proprio inutile potere. Anche lui era diventato un morto che camminava.
Quel giorno a Palermo l'aria era incandescente. Il procuratore capo, colpito da uno dei killer della famiglia Indelicato, mor dissanguato sul marciapiede della centrale via Cavour, davanti a una bancarella di libri usati. Si era fermato per scegliere un romanzo da portare in vacanza alle isole Eolie. Aveva gi i biglietti del traghetto in tasca. Ma il giovane sicario lo raggiunse e lo sfigur, sparandogli in pieno volto.
Il cadavere fu trasportato all'ospedale e soltanto un'ora pi tardi fu identificato come quello del capo della Procura di Palermo.

6. L'onore si pu solo perdere.

Palermo, autunno 1980.

Don Masino Buscemi, uno dei pi importanti trafficanti di eroina e coca siciliani, stava maturando la decisione di sganciarsi definitivamente da Cosa Nostra. Amava il Brasile e in quella terra di belle donne aveva acquistato una dimora di prestigio. Gi da tempo si stava organizzando per trasferirsi definitivamente a Rio e la situazione interna di Cosa Nostra non poteva che spingerlo ad accelerare i tempi per la fuga. Ormai gli uomini d'onore avevano perduto ogni rispetto. Il denaro, che grazie alla droga e agli appalti affluiva a fiumi nelle loro tasche, aveva finito per essere l'unico riferimento per stringere alleanze e amicizie con gli altri capi famiglia. Masino non si riconosceva pi nella nuova mafia, dove si uccideva soltanto per dimostrare la propria potenza, dove le regole dell'onore non erano pi rispettate e dove ognuno rinnegava i propri amici in nome di qualche mazzetta in pi. Aveva annunciato questo suo intendimento ai suoi sodali pi stretti, e tutti, nell'ambito di Cosa Nostra, ormai sapevano della sua decisione.
Masino, con il suo fare aristocratico, la sua cultura, era molto stimato dai mafiosi della Commissione, ma soprattutto dai professionisti che gravitavano intorno alla Cupola e che facevano affari con i boss: ad esempio, Nino Grasso, che insieme al cugino Ignazio, curava nell'isola la riscossione delle tasse per conto dello Stato. Nino lo venerava come un saggio che valeva la pena ascoltare e consultare.
Per arginare lo strapotere violento dei corleonesi, furono proprio i due cugini a chiedere a Buscemi di poterlo incontrare insieme a Bont e a Indelicato all'Hotel Italia, per discutere di un problema cruciale.
Devi aiutarci a trovare una soluzione per fermare Saro e i suoi, gli chiese Grasso. Non riusciamo pi a gestirli. All'inizio sembravano timorosi e rispettosi. Alle riunioni non aprivano bocca. Erano disciplinati. Non ci davano seccature, eseguivano i nostri ordini senza mai discutere. Ma da quando Ninuzzu se ne  andato a Milano, Saro ha preso il suo posto insieme a Piddu 'u Tignusu e fa di testa sua, non sta a sentire pi nessuno.
Se ne fottono della Commissione, prosegu Ignazio, il cugino. Una delle nostre regole pi ferree impone che, per uccidere un carabiniere o qualsiasi altro funzionario dello Stato, sia necessario informare la Commissione. Ma loro, niente. Ammazzano magistrati e poliziotti come fossero cani randagi. Le forze dell'ordine sono avvelenate, ci tengono sotto pressione e cos siamo costretti a rallentare i nostri affari.
A quel punto, intervenne Totuccio Indelicato, il pi acerrimo nemico di Saro: Io lo voglio vedere morto quel cafone villano. Non ha rispetto delle nostre leggi. Qui a Palermo poi, i corleonesi si stanno allargando sempre di pi. Quello che non viene dato loro spontaneamente, se lo prendono come se gli fosse dovuto.
 la verit. Non sanno cos' il rispetto e cosa sia l'onore, incalz Nino Grasso. Si comportano come bestie. Cinque anni fa hanno rapito il padre di mia moglie. Hanno ottenuto una parte del riscatto. Ma mio suocero non  pi tornato a casa. Neppure le ossa su cui piangere, ci hanno ridato. Gente cos si merita soltanto di bruciare all'inferno.
Lo uccider con le mie stesse mani, annunci Stefano Bont. Per questo, don Masino, ti chiediamo di entrare a far parte della Commissione. Hai sufficiente autorit per farti accettare dai capifamiglia che non sono loro alleati. Convocheremo una riunione, con la scusa che ti sei convinto a restare a Palermo, in cambio di un posto di riguardo nella Cupola. Quando saremo insieme, io lo ammazzer come un cane con una pistola che avr nascosto in precedenza sotto il tavolo, davanti a tutti. Non si accorger neppure di morire.
Masino scosse la testa. Amici miei, ormai  tardi. Avete aspettato troppo tempo per reagire ai viddani. Volete ammazzare Saro proprio ora che la Commissione  tutta in mano sua? Stefano, appena accenni a puntargli l'arma addosso, avrai contro i suoi guardaspalle. E comunque gli altri ti condanneranno. E dimentichi poi 'u Tignusu. Quello non parla mai, ma  scaltro come un serpente. Non gli sfugge niente, a Piddu. Mi dispiace, ma ora sono troppo forti per essere sconfitti.
Anche noi siamo forti, afferm risentito Bont. Ho alle mie dipendenze pi di cento uomini d'onore pronti a sparare al mio minimo cenno. E non dimenticare che anch'io, se voglio, posso ammazzare un procuratore della Repubblica, e l'ho dimostrato. Non sottovalutare la mia famiglia.
Buscemi pens che Bont non ragionava pi lucidamente, e invece era necessario in questi frangenti. Saro era riuscito nel suo piano di disgregare Cosa Nostra. Ora era una Cosa Sua, almeno finch non avesse trovato un altro mammasantissima feroce e sleale quanto lui.
Don Masino, per ci che lo riguardava, non si sarebbe certo imbarcato in quell'impresa disperata. La partita contro i corleonesi era persa prima di cominciare.
Rifiut quindi la proposta dei palermitani. Mi dispiace, amici. Ma in questo momento ho pi a cuore le sorti della mia famiglia. Voglio salvarla da questa carnezzeria. La mia decisione  presa da tempo. Partir con i miei per il Brasile. L spero di potermi rifare una vita.

Palermo, aprile 1981.

L'anarchia dei corleonesi doveva essere fermata. Questo  ci che Stefano Bont andava predicando ai capimandamento di Palermo. Non potevano sopportare che agissero come se fossero gli unici mafiosi della provincia. Nessuno aveva mai osato disubbidire alle regole della Commissione in modo cos arrogante.
Tutte le famiglie dei palermitani fedeli a Bont e a Indelicato davano la caccia a Saro. Ma lui sembrava essere scomparso nel nulla. Nessuno, anche tra i suoi alleati, lo avevano pi visto da molto tempo.
Stefano Bont faceva battere la periferia di Palermo e di Corleone dai suoi uomini e da quelli delle famiglie alleate, con la speranza di poterlo intercettare. Entrarono nei loro covi abituali, perlustrarono le campagne, i capanni dei pastori, i ruderi delle fattorie abbandonate dagli emigranti, le borgate dove si trovavano i suoi parenti e gli amici, ma niente. Nessuno sapeva dove fosse finito.
Stefano Bont, dopo quattro settimane di infruttuose ricerche, insieme al suo uomo di fiducia e guardaspalle, Totuccio Condello, si rec alla Favarella.
La tenuta del Papa, Michele Russo, si estendeva nei pressi di Ciaculli e l'antico edificio, posto al centro del fondo, garantiva una grande riservatezza. Anche per questo la Commissione aveva preso l'abitudine di riunirsi nei suoi saloni settecenteschi, da quando il Papa era diventato il suo presidente.
Come capo della Cupola, doveva essere considerato al di sopra delle parti e Stefano Bont credeva sinceramente in questo principio. Infatti aveva deciso di andargli a chiedere un aiuto. Voleva che, grazie alla sua autorit, convocasse Saro per concertare con lui la prossima spedizione di eroina. Si trattava di oltre un quintale di droga e voleva sapere da lui se al corleonese interessava entrare nell'affare.
In verit, confess ingenuamente a Michele Russo, voglio attirarlo in una trappola. Saro deve morire. Sta facendo pi danni lui che tutti i giudici di Palermo messi insieme. Sei d'accordo, don Mich?.
Bont aveva perduto il suo leggendario equilibrio. Saro lo aveva davvero destabilizzato per farlo comportare in modo cos imprudente. Michele Russo da un pezzo stava dalla parte loro e veniva usato come un burattino dal puparo di Corleone.
Un minuto dopo avergli promesso di contattare Saro per sollecitare l'appuntamento al fondo Magliocco, telefon a questi e lo avvert delle intenzioni di Stefano Bont.
Ti ringrazio, don Mich, per la premura, gli rispose con il suo solito tono affettato il corleonese. Sapevo di essere nelle preghiere di Bont, ecco perch ho preferito scomparire per qualche tempo. Comunque digli che accetto l'invito e che sar al fondo Magliocco, come lui comanda.

7. La festa  finita.

Il baglio di Bont era al centro di un limoneto. Le zagare diffondevano nell'aria primaverile un profumo che stordiva. Il boss aveva mandato via tutte le donne e aveva fatto confluire nel fondo, sin dalla mattina, i suoi uomini pi fidati. Erano arrivati Indelicato di Passo di Rigano, i fratelli Cannata, l'immancabile Condello e altri nove uomini d'onore delle famiglie a lui fedeli.
Michele Russo gli aveva confermato che Saro si sarebbe presentato nel primo pomeriggio e Stefano Bont non aveva motivo di dubitare della parola del Papa.
All'ora di pranzo mangiarono il timballo che le donne avevano preparato prima di andare via. Poi si appostarono dietro le finestre che si affacciavano sulla corte. Saro sarebbe stato accolto dai soli Bont e Condello, secondo gli accordi.
Nel salone del baglio, il padrone di casa passeggiava avanti e indietro, in attesa dell'arrivo del rivale. Si preoccupava per il suo ritardo. Condello, sprofondato sul divano, cercava di tranquillizzarlo. Stefano, lo sai che la puntualit non  una virt dei corleonesi. Loro vanno con l'orologio del sole e della luna. Ma vedrai che arriver. 'U Vasciu  troppo avido di piccioli per lasciarsi scappare l'affare che gli hai proposto.
Condello aveva ragione: mezz'ora dopo udirono il motore di un'auto avvicinarsi al cancello del baglio. Un colpo di clacson e Condello usc dall'edificio seguito da Stefano Bont. Totuccio a passo veloce si diresse verso la cancellata e sbirci le finestre per accertarsi che gli uomini fossero al loro posto.
Spalanc l'inferriata e lasci sfilare davanti a s la Mercedes nera di Saro. Tent di penetrare con lo sguardo oltre i vetri fum, ma non riusc a vedere gli occupanti dell'abitacolo.
Stefano Bont si era fermato sotto il portico. Vide l'auto fermarsi al centro del cortile. Condello torn verso Bont e si dispose al suo fianco. Attesero in silenzio che le portiere si aprissero.
Finalmente da quella anteriore comparve Giovanni Bova. Era il figlio di Bernardo, il capofamiglia di San Giovanni Jato, Giovanni veniva descritto come il pi selvaggio dei corleonesi, un vero animale.
Con un barbone incolto da brigante, dall'alto del suo metro e novanta, si rivolse a Bont: Baciamo le mani, don Stefano. Si gir e and ad aprire la portiera posteriore per far scendere il boss. Tutti gli uomini dietro le finestre fecero scarrellare gli otturatori delle pistole e tolsero le sicure ai fucili, pronti a entrare in azione.
Condello infil disinvoltamente la mano nella tasca della giacca per impugnare la pistola. Viceversa Bont, tenendo bene in vista le mani, si avvicin alla Mercedes. Voleva essere lui il primo a colpire il corleonese, affinch tutti gli altri vedessero che non aveva paura di nessuno.
Saro, amico mio. Benvenuto nella mia casa, disse mentre dall'interno dell'auto vide scendere il corleonese...
Ma quando s'accorse che l'uomo non era Saro, si blocc, sorpreso. Davanti a lui non c'era 'u Vasciu, bens Raffaello Iovino, uno dei killer pi spietati della sua banda.
Don Stefano, vi porto le scuse di Saro Rano, disse a voce alta Iovino, per farsi sentire anche dagli altri mafiosi in agguato dietro le finestre. Non  potuto venire perch ha dovuto portare Ninetta all'ospedale. Niente di preoccupante. Anzi,  un felice avvenimento perch gli sta per nascere il quarto figlio. Ha mandato me per scusarsi e per dirvi che presto, quando 'u picciriddu sar a casa, potrete incontrarvi.
Stefano Bont mascher la delusione dietro un gran sorriso di circostanza. Sono felice per lui. Fagli le mie congratulazioni. Un figlio  sempre una benedizione del cielo.
Poi fece dietro front e torn verso casa, trattenendo a stento l'ira.
Nel frattempo, Bova e Iovino risalirono sulla Mercedes. Una rapida conversione e l'auto usc dalla corte, imboccando il lungo viale circondato dagli alberi di limoni.
Stefano Bont era viola dall'ira. Ora tutte le famiglie mafiose di Palermo e delle vicine province avrebbero saputo che lui aveva deciso di uccidere 'u Vasciu senza chiedere il consenso della Commissione: cos aveva violato il patto di Cosa Nostra. Infatti Michele Russo, durante una delle riunioni della Cupola, avrebbe sentenziato: Se s'infrangono le nostre sacre regole, la pena prevista  la morte. E Stefano si  messo dalla parte del torto.
Quel verdetto equivaleva a una condanna. Bont lo sapeva, e lo sapeva anche Saro. Tra le due fazioni si sarebbe scatenata una guerra senza prigionieri.
Rano aveva usato la nascita dell'ultima figlia, Lucia, per giustificare il mancato appuntamento con Bont. In realt, la bambina era venuta al mondo qualche settimana prima e il corleonese ne aveva approfittato per organizzare la fuga dalla sua villa dell'Uditore. Con l'aiuto del fratello di Ninetta, Leoluca Culicchia, aveva portato la sua numerosa famiglia a San Giovanni Jato, nell'abitazione della famiglia. I Bova lo avrebbero ospitato loro finch la guerra con Bont non fosse terminata.
I suoi uomini, invece, si erano trasferiti in un appartamento del lungomare di via Messina Marine, in un palazzone di sette piani, di fronte a un frangiflutti, riparo per le barchette dei pescatori.
C'erano i corleonesi al completo, comandati da Piddu 'u Tignusu, trascorrevano il tempo giocando a carte, guardando la televisione oppure oliando le loro armi, un arsenale costituito per la prima volta con i nuovi fucili d'assalto sovietici Kalashnikov, oltre alle solite lupare, alle Magnum .357, alle P.38 e ai fucili calibro .12. Anche le tre auto per l'incursione erano pronte. Erano state rubate nei giorni precedenti e imbottite sotto i pannelli con cartoni unti di olio e benzina per farle bruciare facilmente, una volta conclusa l'esecuzione.
Tutti gli uomini erano in attesa del fatidico ordine: La battuta  aperta.
Il via alla battuta l'avrebbero dato due giuda vicini a Bont. I traditori erano i fratelli Cannata, Giovanbattista e Matteo. Sarebbero stati loro a comunicare quando il boss di Santa Maria di Ges si sarebbe trovato solo.
Nel suo antico baglio di Magliocco, il 23 aprile Stefano festeggi il compleanno con tutta la sua famiglia. Compiva 45 anni. Fino a quel momento era il pi importante e pericoloso mafioso dell'isola. Si sentiva padrone del mondo, anche in vista di alcuni affari che, se fossero andati in porto, l'avrebbe fatto diventare il boss pi ricco di tutti i tempi.
A tarda sera, Bont si accomiat dai suoi familiari, con il pretesto di dover concludere un business. Era il segnale che i fratelli Cannata stavano aspettando. Le altre volte, il boss aveva sempre concluso la serata in intimit con la sua amante. E anche quell'anno voleva rispettare la tradizione.
Giovanbattista Cannata telefon a Piddu, avvisandolo che Bont, alla guida della sua Giulietta, si stava dirigendo a casa dell'amante.
Quello mise in allerta i suoi uomini e, in una manciata di minuti, le tre auto erano gi sulla strada, dirette verso il villino di Manuela Giacone, alla borgata Villagrazia, poco fuori Palermo.
Alla testa del corteo c'era la potente Honda con Giovanni Bova seduto sul sellino posteriore, alle spalle del pilota. Dietro di loro seguivano la Fiat 128, la Fiat 131 e l'A112: quegli uomini costituivano il pi spietato e inesorabile gruppo di fuoco della Sicilia occidentale.
L'abitazione di Manuela, si trovava in una stradina a senso unico, chiusa da muraglioni a protezione delle villette e da folte distese di fichi d'India. Prima di entrare nel terreno della Giacone, Stefano Bont si sarebbe dovuto fermare davanti al cancello elettrico. Il commando aveva deciso di entrare in azione durante quella sosta. I corleonesi si erano nascosti dietro i fichi d'India. Dodici sicari ben armati e determinati che non avrebbero potuto fallire la battuta.
Bova e il pilota dell'Honda perlustravano avanti e indietro il vicolo per avvisare gli altri dell'arrivo del boss.
Stefano Bont quella sera era soddisfatto di come gli era andata la vita. Aveva una bella famiglia, gli affari procedevano a gonfie vele. Grazie all'amico Indelicato, che aveva credito presso i parenti in America, stava per concludere uno degli affari pi importanti del decennio. Aveva un'amante che lo adorava, bella e desiderabile come un'attrice. L'unico neo era rappresentato da quel pecoraio di Corleone, ma prima o poi avrebbe messo a posto anche lui.
Si pieg verso l'autoradio per accenderla e nel movimento s'accorse che dietro il sedile c'era qualcuno. Si gir di scatto e per poco non gli venne un infarto.
E tu che ci fai l sotto?, url continuando a guidare.
Acquattata dietro i sedili posteriori c'era Teresa, sua moglie. La donna, con il fiato corto per l'ira e i neri capelli corvini dritti sulla testa, sembrava una Erinni pronta a scatenarsi contro il malcapitato boss.
E tu dove stai andando?, gli chiese afferrandolo per le spalle.
Teresa! Sei impazzita? Ti sei messa a seguirmi?
Sei un bastardo. Mi hai rotto la minchia dei tuoi tradimenti!, url la donna ficcandogli le unghie nelle guance.
Bont cerc di divincolarsi. La Giulietta sband e sfior un lampione.
La tua puttana questa sera andr in bianco.
Teresa, ti ammazzo!, grid lui, liberando il viso dalla morsa della moglie.
In lontananza, Giovanni Bova riconobbe la Giulietta. Ordin al suo pilota di correre ad avvertire gli altri. Poi vide l'auto sbandare e poco dopo fermarsi. Gli grid di tornare indietro. Non capiva perch la macchina si fosse bloccata nel bel mezzo della strada.
L'Honda si avvicin a fari spenti alla Giulietta. Distava un centinaio di metri, sufficienti per Bova per vedere che all'interno dell'abitacolo, oltre a Bont, c'era anche un'altra persona.
Era abituato a prendere decisioni veloci, quando nel corso di un'azione dei contrattempi mandavano a monte i piani stabiliti in precedenza. Sapeva che doveva agire subito. I due nell'auto sembravano litigare selvaggiamente.
Decise di cogliere l'occasione. Ordin al pilota dell'Honda di avvicinarsi alla Giulietta. Da sotto il giubbotto estrasse il kalashnikov. Quando furono vicini alla macchina, si alz dalla sella e spar a raffica contro Stefano Bont. I vetri del cruscotto e dei finestrini si frantumarono in mille pezzi. Le urla nell'auto erano di disperazione. Continu a sparare sull'uomo al volante che, senza alcun dubbio, aveva riconosciuto come Stefano Bont. Quello si accasci in avanti. La donna alle sue spalle, ferita ma non mortalmente, implorava il suo nome e tentava di scuoterlo dal sonno della morte.
Bova diede un colpetto sulla spalla del conducente dell'Honda e quello con una derapata gir la moto e si allontan, dirigendosi verso il luogo dove si trovavano appostati gli altri uomini del commando.
Arrivarono in tempo per vedere uscire dal cancello del villino Manuela Giacone. La donna, vestita con un abito da sera scollato e molto sexy, udendo gli spari, aveva avuto un presentimento. Poi l'angoscia si era trasformata in un attacco di panico e si era precipitata all'aperto per scoprire l'origine dei colpi di mitra.
Bova disse ai compari appostati dietro i cespugli: Amuninne! La festa  finita!.
Tutti corsero alle auto e si allontanarono dal luogo della battuta. Si diressero verso la periferia della citt, dove li stava aspettando un furgone. Incendiarono le tre auto, poi si recarono da Saro Rano per comunicargli la notizia.

8. Chi sar il prossimo?.

Palermo, 11 maggio 1981.

La morte di uno tra i pi influenti capimafia siciliani fece il giro del mondo in un baleno. Don Masino Buscemi, dal suo rifugio brasiliano telefon immediatamente all'amico Totuccio Indelicato, dicendogli di nascondersi perch la prossima vittima di 'u Vasciu sarebbe stato lui. Ma Indelicato non sembrava temere Rano perch aveva un asso nella manica.
Tranquillo, Masino, gli rispose. Ho un'assicurazione contro quel pecoraio. Sono cinquanta chili di coca di sua propriet che ho spedito ai miei parenti del New Jersey. Non vorr rinunciare a incassare due miliardi di lire. Ma stai sicuro che, prima che arrivino i soldi, lui sar gi freddo e rigido come 'u pisci stoccu.
Indelicato non era un bravo psicologo, non aveva capito niente del modo di pensare del corleonese: Saro, infatti, era pi interessato al potere che ai soldi. Diventare il capo di Cosa Nostra, questo era il suo obiettivo. Se poi era costretto a rinunciare a qualche picciolo, pur di raggiungerlo, lo faceva senza rimpianti. Anche se i piccioli in ballo erano due miliardi lire.
Ora tocca a Totuccio, disse un giorno Saro a Pino Russo, detto Scarpuzzedda.
Non aspetti che arrivino i dollari dall'America?, rispose l'altro. Insieme a Leoluca Culicchia e a Giovanni Bova, formava il trio di killer pi temuto di tutti i tempi ed era anche uno degli uomini pi fedeli al boss di Corleone.
Quelli non sono un problema. Prima o poi li recupereremo. Il problema ora  Totuccio, replic serio il corleonese. Dovete togliermelo di mezzo. Con lui sar anche pi facile perch non sa che i suoi tre capidecina pi fidati sono dalla nostra parte. Li ho addomesticati con uno zuccherino. A ognuno di loro ho promesso un mandamento: Villabate, l'Uditore e Passo di Rigano, proprio quello di Totuccio Indelicato. Li tengo in pugno e loro ci daranno l'aiuto di cui abbiamo bisogno.
C' un solo problema, questo lo sai?, fece enigmatico Scarpuzzedda.
Ti riferisci all'auto blindata?
Proprio a quella.
E che sar mai? Non potr vivere perennemente chiuso in quel sarcofago. Qualche volta dovr pur uscire, minimizz Saro.
Questi nuovi mitra russi hanno una tale potenza che dovrebbero riuscire a bucare anche i vetri rinforzati. Voglio provarli stanotte contro i vetri blindati di una gioielleria, per capire se riescono a sfondarli ugualmente.
Bravo Scarpuzzedda, mi sembra una buona idea, approv Saro. Comunque preparatevi alla battuta. Appena uno dei tre giuda mi dar la soffiata, dovrete entrare in azione.
Di quella famiglia dovr scomparire il seme, sentenzi minaccioso Russo.
Totuccio Indelicato non aveva il minimo sentore di ci che stava per abbattersi sulla sua famiglia. Al contrario, stava vivendo uno dei suoi periodi pi felici, soprattutto per gli affari. Il cugino John Cordelia, uno dei capi storici della Cosa Nostra statunitense, lo aveva fatto entrare in un affare da 130 miliardi di dollari. Dopo Las Vegas, i boss italoamericani volevano colonizzare con i loro casin, una misconosciuta cittadina della costa occidentale, Atlantic City. L'avrebbero trasformata nella seconda citt del vizio. Totuccio Indelicato era stato invitato ufficialmente a investire nell'affare i suoi guadagni. Il ritorno dell'imponente investimento avrebbe inondato di dollari Passo di Rigano. Indelicato era eccitato da quell'insperata opportunit e al cugino aveva offerto tutta la sua disponibilit. La famiglia Indelicato garantiva mezza tonnellata di polvere al mese alle famiglie di New York. Attualmente era uno dei loro clienti pi autorevoli, oltre che affidabile e preciso nelle consegne.
Una domenica, il 10 di maggio, l'uomo d'onore di Villalba che si era venduto a 'u Vasciu, si rec nel covo dei corleonesi e li avvis che la mattina successiva, verso mezzogiorno, Totuccio Indelicato sarebbe andato a far visita alla sua donna in via Brunelleschi.
Scarpuzzedda comunic la spiata a Saro.
Quello che non mi piace di questi palermitani, comment 'u Vasciu,  che si riempiono tanto la bocca delle antiche regole dell'onorata societ, e poi sono loro i primi a trasgredirle. Fino a qualche anno fa, la famiglia era sacra. Non si pensava alle donne. Questi qua invece mantengono tutti una puttana, nessuno escluso. Ecco perch non ho alcun rimorso a farli sparire dalla faccia della terra. Con queste parole, autorizz Scarpuzzedda alla battuta.
Il capo del gruppo di fuoco convoc Antonino Scavone, Giuseppe Giacomo Graziano e Pinuzzu Morgante. Pinuzzo non era ancora maggiorenne, ma sapeva sparare con una precisione e una risolutezza tali da far impallidire i pi smaliziati dei killer corleonesi.
Quella stessa notte Scarpuzzedda e Scavone si recarono a una gioielleria di via della Libert che aveva da poco rinforzato la vetrina con un cristallo blindato. Il primo si piazz a due metri di distanza e con il kalashnikov spar contro il vetro una raffica circolare. Il cristallo fu scalfito dai colpi perdendo la trasparenza, ma sostanzialmente resistette all'impatto dei proiettili. I due ne rimasero delusi. Da quel mitra si aspettavano una maggiore potenza di penetrazione. Conclusero che Indelicato doveva essere colpito prima che entrasse nell'auto blindata.
La mattina successiva i quattro si recarono su un vecchio furgone rubato all'appuntamento con Indelicato in via Brunelleschi, all'estrema periferia occidentale di Palermo, un quartiere dormitorio, un ammasso di palazzoni di sette piani, costruiti senza alcun criterio urbanistico negli anni delle amministrazioni mafiose di Vito Pergolizzi.
Scavone, che guidava il furgone, identific l'Alfa blindata di Indelicato. Via Brunelleschi era un viale molto largo e non c'erano problemi di parcheggio. Antonino Scavone ferm il mezzo dietro l'Alfa. Per gli uomini di Saro iniziava la lunga attesa.
Poco dopo mezzogiorno Totuccio Indelicato usc dal portone della sua donna. Era azzimato come un damerino, neppure fosse il suo primo appuntamento con i genitori della fidanzatina.
I quattro si prepararono a entrare in azione. A dare il via al concerto delle bocche da fuoco sarebbe toccato a Scarpuzzedda.
Si trovava sul sedile anteriore del furgone e, senza neppure uscire dall'abitacolo, quando reput che l'obiettivo fosse nella posizione pi sicura per essere centrato, fece fuoco con il kalashnikov. Il vetro del parabrezza del furgone and in frantumi. La sorpresa fu assoluta: Totuccio Indelicato, intento a prendere le chiavi dell'Alfa, non s'accorse neppure del mezzo parcheggiato dietro la sua auto.
Nel frattempo il giovane Pinuzzu con la Magnum .357 e Giuseppe Giacomo Graziano impugnando un fucile calibro 12, aprirono il portellone scorrevole laterale e si precipitarono fuori sparando a raffica contro Indelicato. Il boss, gi ferito, era in ginocchio nei pressi dell'auto. I nuovi colpi lo fecero cadere all'indietro. Pinuzzu Morgante, con l'incoscienza della sua et, gli si avvicin.
Totuccio Indelicato, lo chiam il ragazzino. Guardami.
Il boss di Passo di Rigano sollev a fatica la testa. Chi sei?, chiese con un alito di voce.
Sono Giuseppe Morgante, il tuo giustiziere. Sollev la Magnum con le mani all'altezza del viso del mafioso ed esplose due colpi.
Venne sfigurato a tal punto che alla polizia furono necessarie cinque ore prima di poterlo identificare, grazie alle impronte digitali e a una medaglietta d'oro con le iniziali S.I..
I fratelli Santo e Pietro Indelicato, alla notizia della morte di Totuccio, furono colti da un attacco d'ira e poi dal panico. Giovanni, il figlio sedicenne del defunto boss, cadde in una crisi nervosa e giur che avrebbe ammazzato con le sue mani 'u Vasciu, che aveva decretato la morte del padre. Anche Santo e lo zio Calogero giurarono di farla pagare cara a Saro e ai suoi compari.
Non sapevano che i loro stessi guardaspalle, si erano venduti in realt da molti mesi alla fazione avversaria. Questi giuda attirarono in una trappola Santino e lo zio Calogero, con la motivazione di discutere un piano per neutralizzare i corleonesi.
Ma a un segnale estrassero le corde, le avvolsero intorno al collo dei due malcapitati, mentre gli altri li bloccavano per le gambe, e li strangolarono. Li denudarono e li incaprettarono per farli entrare con pi facilit nei portabagagli delle auto. Una volta in aperta campagna, li gettarono sulla rete di un vecchio letto matrimoniale e le diedero un fuoco, riducendoli in due tronconi inceneriti. Quindi sotterrarono i resti in un terreno destinato alla semina del grano.
La sparizione dei due Indelicato gett i parenti nell'angoscia. Seguendo la decisione di Scarpuzzedda di far estinguere il seme della famiglia di Passo di Rigano, qualche giorno dopo anche Giovannino, il figlio sedicenne, venne rapito e spar nel nulla.
Scarpuzzedda, sapendo che il ragazzino aveva giurato di uccidere 'u Vasciu non appena fosse diventato grande, non volle delegare la punizione ai giuda che avevano tradito il loro ex boss, ma decise di eseguirla personalmente. Lo fece sequestrare dai suoi uomini che lo condussero in quella che ormai gli stessi corleonesi chiamavano la casa degli orrori.
Era un antico baglio, abbandonato da anni dai suoi nobili proprietari, sperduto tra i campi in localit Portella di Palermo. Il ragazzino era imbavagliato, bendato e con le braccia legate dietro la schiena. Tremava per la paura. Quando gli tolsero la benda, aveva gli occhi fuori dalle orbite. Appena vide lo stanzone diroccato in cui si trovava e i ceffi che lo circondavano, non riusc a trattenere l'emozione. I sicari ghignarono, indicando la macchia liquida che si allargava sui jeans. Scarpuzzedda gli si avvicin. Sciolse la corda che gli legava i polsi e abbassando il bavaglio, gli chiese: Allora, pisciasotto, con quale mano volevi ammazzare Saro?.
Il ragazzo non rispose e chin lo sguardo per evitare gli occhi diabolici di Scarpuzzedda. Non ricevendo risposta, il killer ripet la domanda urlandogliela in un orecchio.
Giovannino sollev la mano destra.
Bene, allora dovr toglierti questo braccio, cos non potrai mantenere la promessa. Fece un cenno a tre dei suoi che immobilizzarono il ragazzo. Giovannino si contorceva come in preda a possessione. Gridava, implorava i suoi carnefici, piangeva, tossiva per il nervoso, ma le parole erano troppa poca cosa per quegli assassini.
Scarpuzzedda estrasse da una borsa un attrezzo per aprire i ricci. Era una sorta di pinza, o meglio, una forbice con due lame affilate e seghettate, ma ricurve, a forma di mezzaluna: servivano a bloccare il mollusco e, con un colpo secco, si divideva in due met perfette l'esoscheletro.
Il ragazzo fu fatto distendere su un tavolaccio traballante. Provava a divincolarsi, ma la forza degli uomini che lo trattenevano l'ebbe vinta sulla sua folle resistenza. Distesero il braccio destro di lato come per metterlo in croce. Scarpuzzedda apr l'infernale pinza al massimo e l'ancor al braccio poco sotto la spalla. Poi cominci a chiuderla. Le lame ricurve penetrarono nella carne. Uno schizzo di sangue bagn l'attrezzo e la mano del killer. Il ragazzo lanci un urlo fortissimo, pi simile a un ruggito, ed ebbe la fortuna di svenire.
Ma il torturatore non si ferm, n si emozion nell'infliggere quel perverso castigo al povero ragazzo. Continu a stringere, malgrado il sangue che pulsava in abbondanza dalle vene e dall'arteria avesse imbrattato anche i vestiti del macellaio. Finalmente le lame si chiusero sull'omero. A quel punto entrarono in azione i denti seghettati della pinza. Girandola e rigirandola intorno all'osso, Scarpuzzedda fin per tranciarlo, staccando il braccio del ragazzino, come aveva promesso.
L'uomo e la vittima erano zuppi di sangue. Lui continuava a parlare con il giovane, come se potesse sentirlo. Quella tortura fece rabbrividire gli stessi corleonesi.
Tutti pregarono di non avere mai come nemico Scarpuzzedda.
Ecco fatto, Giovannino. Ora questo non ti servir pi per sparare a Saro, gli disse in un orecchio, gettando l'arto per terra.
Poi si asciug le mani dal sangue con una pezza, estrasse dalla cinta la sua P.38 e ordin ai due mafiosi che avevano trattenuto l'ostaggio di allontanarsi. Appena quelli si ritirarono, il killer appoggi la canna della pistola alla tempia del ragazzo e gli spar un colpo che mise fine alle sue sofferenze.
Dopo tocc ai becchini disfarsi del cadavere. I corleonesi avevano affinato alcune tecniche infallibili per far sparire le spoglie delle loro vittime. Usavano una vecchia vasca da bagno in cui gettavano il cadavere dei nemici versandovi sopra cinquanta chili di acido solforico: in poco pi di tre ore, la sostanza riusciva a sciogliere il corpo e le ossa del malcapitato. I resti che non venivano disfatti dall'acido venivano gettati nel torrente di San Giovanni Jato, la riserva idrica di Palermo.
L'altro sistema per far sparire i corpi dei nemici era l'uso di un rudimentale forno crematorio. In questo caso, il cadavere veniva introdotto in una specie di inceneritore fino alla sua totale trasformazione in cenere. Questo forno si trovava nel terreno di una villa alla periferia di Palermo ed era di propriet del fuochista ufficiale dei corleonesi, un certo Salvatore Cardella. L'uomo era solito utilizzare il forno sia per i servizi funebri sia per preparare il pane, la pizza o arrostire il pollame della fattoria.
La strage degli Indelicato, per, si concluse oltreoceano, quando anche l'altro fratello, Pietro, fu ritrovato a New York, incaprettato nel portabagagli di una Cadillac con addosso quaranta dollari: una banconota da venti era ficcata in gola e due da dieci tra i testicoli. Misteriosi messaggi mafiosi che potevano essere decifrati soltanto dai diretti interessati...

9. La strage continua.

Nel volgere di pochi mesi morirono ammazzati ventuno uomini della cosca Indelicato. Poi tocc alla famiglia di Tano Badaloni. I corleonesi furono spietati anche con lui, uccidendogli una dozzina dei parenti pi stretti. Mentre dei centoventi uomini d'onore della cosca, venne trucidata la met.
I corleonesi non conoscevano piet. Era morta quando le loro madri li avevano messi al mondo.
L'unico a salvarsi dalla furia distruttiva dei corleonesi fu Totuccio Condello, la guardia del corpo di Stefano Bont e il suo killer pi fidato. Con la scomparsa del boss, si era ritagliato un piccolo traffico di droga che lo faceva campare senza problemi. Era uno dei killer pi sicuri sulla piazza palermitana. Aveva dimostrato nervi d'acciaio e una padronanza nell'uso delle armi da fuoco da fare invidia ai pi titolati corleonesi. Questi gli davano una caccia spietata proprio per eliminare un temibile avversario.
Una sera, Condello tornava verso casa percorrendo via Basile, in direzione del porto. In macchina c'erano suo figlio e, sul sedile posteriore, un amico che gli aveva chiesto un passaggio. A quell'ora di sera, la via era molto trafficata. Totuccio, che non si poteva permettere di distrarsi mai, not una Fiat 131 che procedeva in modo anomalo. Rallentava o accelerava, senza mai per perdere il contatto visivo con la sua auto. Cominci a osservare se anche dietro ci fosse una macchina a tallonarlo. Quando il traffico glielo permise, rallent vistosamente per farsi superare dalle vetture sospette. In effetti, not una Fiat 500 con due persone a bordo che non lo mollava. Totuccio cominci a preoccuparsi. Il problema era il figlio di undici anni che viaggiava insieme a lui. L'amico era fuori dal giro mafioso e non poteva aiutarlo in nessun caso.
Non aveva ancora finito di valutare la situazione, quando una moto di grossa cilindrata, con due individui nascosti da caschi integrali, gli si affianc. Totuccio reag con una prontezza sorprendente. Sterz violentemente alla sua sinistra, andando a sbattere contro la ruota anteriore della moto. Il pilota dovette fare uno sforzo disumano per non cadere a terra. Il mezzo sband e invase la corsia opposta proprio nell'istante in cui una Giulietta stava sopraggiungendo a velocit sostenuta. L'impatto fu inevitabile e la moto fin sotto le ruote della macchina. I due passeggeri furono sbalzati via e quello sul sedile posteriore per poco non venne investito da un'altra auto. Totuccio riusc a vedere la pistola del criminale scivolare sull'asfalto.
Acceler per sganciarsi dalla Fiat 131 e dalla 500. Ma l'uomo nella 131 estrasse la P.38 e spar alcuni colpi contro la sua auto, mandando i finestrini in frantumi. Un proiettile fer di striscio il figlio a una spalla e a lui fece saltare una parte del cuoio capelluto.
Totuccio riconobbe, al volante della Fiat 131, Scarpuzzedda, il mastino di Saro. Sapeva che il killer, quando aveva agganciato la sua vittima, non la mollava finch non raggiungeva il suo obiettivo, cio spedirla all'obitorio. Temendo per l'incolumit del figlio, grid all'amico sul sedile posteriore: Sas, rallento cos ti butti gi dalla macchina con Luigino. Poi si rivolse al figlio: Luigi, stai vicino a Sas, rimani con lui. Vai a casa sua, poi ti vengo a riprendere. Al mio ordine aprite lo sportello e gettatevi fuori, capito?.
Luigino scavalc il sedile e si abbracci all'amico del padre. Totuccio si avvicin al marciapiede e rallent vistosamente. Grid: Ora!.
Sas, tenendosi stretto il bambino, spalanc la portiera e insieme rotolarono sul marciapiede. Appena Totuccio li vide a terra, schiacci l'acceleratore, portandosi al centro della carreggiata. Lo sportello aperto, sollecitato dalla forza centrifuga, si richiuse con violenza. In quel mentre arriv la Fiat 131 e Totuccio cerc di speronarla. Ma Scarpuzzedda aveva intuito la sua intenzione e fren bruscamente. L'auto che arrivava dietro era la Fiat 500 con altri due compari. Il tamponamento fu inevitabile. Il muso della Cinquecento rientr nell'abitacolo e il serbatoio di benzina, schiacciato dalle lamiere, prese fuoco.
Totuccio abbandon il viale e si gett in uno dei vicoli intorno alla stazione centrale. Scarpuzzedda prov a inseguirlo, ma aveva una delle ruote posteriori squarciate. Per un po' continu a guidare, ma il cerchione al contatto con il selciato produceva una scia di scintille, finendo per attirare l'attenzione dei passanti: si sbracciavano per dirgli che aveva la gomma bucata.
Quella volta Totuccio Condello riport a casa la pelle. Ma i corleonesi, secondo la loro feroce, collaudata prassi, massacrarono gli uomini che lo avevano aiutato a nascondersi e che potevano essere identificati come suoi amici. Sas, l'onesto commerciante di scarpe, pag con la vita un banale passaggio in macchina, cos come anche il medico che aveva curato Totuccio e il figlio Luigino, dopo l'agguato, fu passato per le armi come un avversario pericoloso. E come loro furono trucidati - in una sorta di caccia all'uomo - un'altra dozzina di persone vicine a Totuccio Condello.
Saro e i suoi corleonesi avevano un solo metro di giudizio. Chi non era loro alleato, era un nemico da abbattere.

Non era la prima volta che il Presidente, il potente onorevole democristiano, scendeva a Palermo per incontrare il suo referente politico siciliano: Salvo Zappa. Il politico aveva una predisposizione spontanea per l'intrico e la sua acuta intelligenza era molto superiore a quella degli altri colleghi del Parlamento. Anche questa volta il motivo del suo viaggio era duplice: era molto preoccupato per la deriva a sinistra che il suo stesso partito stava prendendo. Vedeva l'avvicinamento dei comunisti all'area di governo come una ipotesi da scongiurare. Il rapimento di Moro e la sua morte avevano messo da parte per un po' il pericolo dei comunisti al governo, ma ora altri leader di quell'area si stavano facendo strada con proposte di legge d'interesse sociale. Andavano assolutamente fermate. Una di queste voci era rappresentata proprio da un siciliano, Pulvirenti. Figlio di contadini, impegnato sin da giovane nelle lotte contadine per l'assegnazione delle terre incolte, alcuni anni prima aveva partecipato alla Commissione parlamentare antimafia firmando una relazione di minoranza in cui accusava alcuni uomini politici vicini alla DC di collusione con Cosa Nostra. Tra questi personaggi i pi in vista erano lo stesso Salvo Zappa e l'ex sindaco di Palermo Vito Pergolizzi.
Non era la prima volta che il Presidente si recava in Sicilia per chiedere favori a Cosa Nostra. Questo benedetto figliolo, spieg a Salvo Zappa, seduti in un salottino di un hotel nei pressi di Bagheria, sta per presentare al Parlamento una legge per introdurre il reato di associazione mafiosa. Inoltre, se la legge passer al voto delle due camere, legittimer i controlli sui patrimoni, riformer le gare di appalti pubblici e vieter il subappalto. Se quella legge passa, in futuro avrete le mani addosso della Finanza.
E voi non votatela, rispose candidamente Zappa.
Salvo, non dire fregnacce, nel Parlamento ci sono molti onorevoli preoccupati per l'insicurezza delle nostre citt. Tra brigate rosse e Cosa Nostra, la gente non esce pi di casa. Dobbiamo dare delle risposte certe o ci ritroveremo con il Palazzo incendiato.
Che cosa suggerisci, allora?, domand.
Questo Pulvirenti andrebbe fermato. Sta organizzando un movimento popolare contro la costruzione della base americana di Comiso. Capirai, gli americani mi faranno nero, se non riusciranno a montare le rampe di lancio nei tempi che ci hanno richiesto. Loro sono fatti cos, gli piace giocare con le armi.
Cosa vuoi che ti dica? Se pensi sia necessario... Ne parler a Saro. Lui ci tiene molto alla tua amicizia.
Pi che amici, noi politici abbiamo dei complici. E quando la complicit finisce, cessa anche l'amicizia, rispose con amara ironia l'illustre onorevole.
Allora  deciso, concluse Salvo Zappa. Leggerai i particolari nelle cronache dei quotidiani nazionali.

10. I missili di Comiso.

Base di Comiso, 4 aprile 1982.

Pulvirenti era nato in un sobborgo di Palermo da una famiglia poverissima. Ai suoi amici del partito comunista raccontava che in casa avevano un solo secchio che serviva per cucinare la pasta e per riscaldare l'acqua con cui lavarsi i piedi.
Conosceva l'ambiente mafioso palermitano perch era negli strati sociali pi bassi della popolazione che le famiglie reclutavano i loro soldati. Facendo enormi sacrifici, per, aveva saputo sottrarsi da quel destino impegnandosi prima come sindacalista nelle lotte dei contadini per la conquista delle terre incolte e poi aderendo al partito comunista, fino a divenirne segretario regionale.
Quando gli americani chiesero e ottennero dal governo italiano l'autorizzazione per costruire nella base militare di Comiso un centro missilistico con testate nucleari, i movimenti pacifisti europei si mossero per sventare quella minaccia. Pulvirenti seppe comprendere che poteva essere l'occasione giusta per unire i siciliani in un movimento di coscienza civile e risvegliare cos una popolazione sottomessa al potere mafioso. Il suo impegno, sostenuto dai movimenti pacifisti scandinavi, giapponesi e inglesi, port alla grande marcia dei centomila su Comiso.
Spinto dal grande successo del raduno del 4 aprile, Pulvirenti lanci una petizione popolare per la raccolta di un milione di firme a favore del disarmo internazionale con lo scopo di sensibilizzare la presidenza del consiglio alle tematiche del pacifismo. Pulvirenti coinvolse nel progetto tutti i partiti dell'arco costituzionale, al di l delle loro posizioni ufficiali e, nel volgere di poche settimane, la sottoscrizione raggiunse il consistente numero di trecentomila firme.
La petizione popolare chiedeva al governo di non iniziare la costruzione della base per i missili Cruise nell'aeroporto di Comiso. L'Italia avrebbe dato un importante segnale a tutte le nazioni del mondo, del blocco occidentale e di quello orientale, per una progressiva riduzione degli arsenali nucleari, per poter arrivare risolutamente alla loro definitiva messa al bando.
Il successo dell'iniziativa ebbe riscontri a livello mondiale. Ma rinunciare a costruire la base, per molte ditte legate agli apparati mafiosi, equivaleva a dire perdere un bel po' di appalti e perci un bel mucchio di piccioli.
La legge, che per la prima volta avrebbe intaccato gli interessi finanziari delle cosche mafiose, arriv all'ultima stesura e sarebbe stata presentata alla verifica delle Camere.
Quel Pulvirenti andava assolutamente fermato.
Salvo Zappa il referente politico regionale della corrente del Presidente, rifer le decisioni prese a Roma a Michele Russo, il Papa, e questi convoc urgentemente la Commissione.
In quel periodo gi era composta quasi esclusivamente da capifamiglia fedeli a Saro. A dirigerla, era lo stesso Russo, ma il vero potere, e quindi le decisioni finali, venivano prese da'u Vasciu che se ne stava in silenzio, appartato dagli altri.
Michele Russo inform l'assemblea dell'incontro che Salvo Zappa aveva avuto con 'u Presid, rimarcando il pericolo che il nuovo disegno di legge avrebbe rappresentato per i loro interessi. Se passa, il governo avr l'autorit di congelare i nostri beni e i nostri soldi nelle banche. Potrebbero trascorrere degli anni, prima di rientrarne in possesso.
Quel curnutu non deve pi respirare, disse qualcuno.
Un altro, battendo un pugno sul tavolo per rimarcare la sua rabbia esclam: Ecco una buona ragione per morire!.
Ma Salvatore, il fratello di Russo, tent di placare gli animi. Era un frequentatore del Parlamento e sapeva come funzionavano le cose dentro le mura del Palazzo, al riparo da orecchie e occhi indiscreti: Io non mi preoccuperei troppo. Prima che una legge venga approvata possono volerci mesi e anni. Il governo pu cadere, gli onorevoli cambiare idea. E i nostri uomini l hanno gli strumenti per non farla passare. Non preoccupatevi troppo, amici miei, vedrete che faremo a tempo a invecchiare e a morire, prima che cambi qualcosa.
L'unico a non esprimere alcun giudizio fu proprio Saro. Tutti si aspettavano da lui una parola definitiva. La pronunci alla fine, alzandosi dal tavolo, quando Michele Russo dichiar chiusa la riunione. Uno dei presenti, avvicinandosi, gli domand: Ma tu, Saro, come la pensi veramente?.
Lui, con il suo solito sorriso mellifluo rispose: Io dico che se una mosca mi d fastidio, non le sto a togliere le ali per non farla volare. Ma la schiaccio. Cos non mi dar pi disturbo. Detto questo, salut e usc insieme all'inseparabile Piddu 'u Tignusu.

La decisione, da parte del governo, di affidare a un generale dei carabinieri il compito di coordinare le forze di polizia a livello nazionale per la lotta contro la mafia, non fu una coincidenza.
Il Generale, un piemontese dai solidi princpi e integerrimo servitore dello Stato, grazie all'esperienza di oltre vent'anni nella lotta contro il crimine, aveva ottenuto dal governo l'incarico di indagare sui responsabili dell'assassinio dell'onorevole Moro. Riusc a individuare e arrestare gli esecutori materiali degli omicidi dello statista democristiano e della sua scorta, ad arrestare centinaia di fiancheggiatori e in breve a sconfiggere il fenomeno brigatista. Grazie alla sua figura di militare onesto, l'Arma dei carabinieri torn a riacquistare fiducia e popolarit presso l'opinione pubblica.
Sull'onda di questi successi, i responsabili del governo gli chiesero di occuparsi anche della mafia siciliana. Il Generale, prima di accettare l'incarico di prefetto di Palermo, chiese al presidente del Consiglio formale promessa di disporre di poteri adeguati per contrastare le famiglie mafiose.
Non  che mi spedite a Palermo con gli stessi strumenti di un prefetto qualsiasi?, disse con sottile ironia al primo ministro.
Il capo del governo gli promise i poteri straordinari.
In questo caso, posso accettare, rispose il Generale. Sappia che non far sconti a nessuno. C' una corrente che fa capo a uno dei leader politici pi in vista, che ha al suo interno molti personaggi collusi con boss mafiosi. Comincer la bonifica proprio da questa corrente politica, ma al primo stop, sappia che ricever la mie dimissioni.
Quelle parole arrivarono alle orecchie del Presidente. Lo convoc nel suo studio e con fare ambiguo gli disse: Mio caro Generale, sappia che sono stato il primo a dire al nostro capo di gabinetto di servirsi di lei per sconfiggere i criminali in Sicilia.
Il militare lo interruppe: Abbiamo parlato di mafia. Il mio compito  sconfiggere la mafia e non i ladruncoli.
Certo, la mafia. Le nostre speranze sono riposte in lei, generale. Se ha sconfitto le BR, sar facile per lei arrestare quattro contadini analfabeti.
Sono piemontese, presidente, ma ho prestato servizio per molti anni a Corleone e conosco alla perfezione il sistema mafioso. Non stiamo parlando di contadini ignoranti, ma di gente che ha saputo costruire imperi economici, come n io e n lei possiamo immaginare. Dopo una breve pausa gli domand freddamente: Lei, presidente, conosce la Sicilia? Ci  mai stato?.
Non era facile sconcertare il Presidente, e questa volta la domanda tard a venire. Qualche volta ci sono andato in vacanza.
 una societ molto complessa. La gran parte della gente  come da noi in Piemonte, forse sono anche pi accogliente, ma la piaga mafiosa ha attecchito sui giovani da molte generazioni e non  facile raddrizzare certi comportamenti.  su di loro che dobbiamo lavorare. Ma quando vediamo dirigenti di partito e imprenditori dare la precedenza nella ricerca del lavoro a persone colluse con le cosche, allora  facile scoraggiarsi. Dicono: Ma se lo fanno tutti, perch non lo devo fare anch'io?. Presidente, lo sa che la sua corrente politica  fortemente inquinata da elementi mafiosi? Gente che  anche molto vicina a lei.  chiaro che lei, da qui non pu controllare i suoi controllori. Ma se tagliamo i rami secchi, la pianta della democrazia riprender vigore. Alla fine del mio mandato, non potr che essermi grato del lavoro che noi carabinieri avremo fatto.
Quelle parole ammutolirono il navigato uomo politico. Con un soffio, disse soltanto: Bene, bene. Buon lavoro allora e buona fortuna.
E no. Non mi basta. Questa volta non  sufficiente darmi il contentino, come l'altra volta, il Generale fu tagliente, lasciando perplesso il politico. Ho obbedito agli ordini perch sono un carabiniere. Ma sono stanco di fare il fesso.
Generale, non capisco a cosa si riferisce, l'onorevole s'irrigid. Quale altra volta?, domand vago.
Mi riferisco al sequestro dell'onorevole Moro. Con il comitato di crisi avevamo deciso di effettuare l'incursione nel covo dei brigatisti. Poi qualcuno diede l'ordine di ritirarci e di abbandonarlo al proprio destino.
Prevalse la linea della prudenza. C'era il pericolo che nella concitazione del blitz la pallottola di un carabiniere potesse colpire l'onorevole. Non potevamo rischiare una sommossa popolare. Cosa sarebbe successo in un frangente simile? Se un carabiniere uccideva Moro? E poi non ero io che avevo la responsabilit d'impartire ordini.
Il Generale sorrise amaramente: Erano due settimane che controllavamo il covo e potevamo salvarlo senza spargimenti di sangue.  vero che l'ordine non dipendeva da lei. Ma lei aveva le carte in regola per fermare il ministro dell'Interno. Comunque, ho conservato gli ordini di quelle ore. In qualche modo dovevo preservare il mio onore, se mai un magistrato arriver a mettere le mani sulle carte originali e sui filmati che sono custoditi a Forte Braschi.
Lei ha conservato delle carte sul sequestro Moro?, domand preoccupato il politico, senza per tradire i propri sentimenti.
Non ero d'accordo sul ritiro dei nostri reparti speciali. Deve ricordare la mia nota, perch l'ho spedita per conoscenza anche a lei.
Vagamente, ma era una bugia perch era noto a tutti che il presidente avesse una memoria da elefante.
 per questi pregressi avvenimenti che mi muover soltanto per se voi politici approverete un decreto dove potr disporre per legge di poteri straordinari.
Lo avrete, promise il Presidente e con un cenno della mano liquid il militare.

11. C'era un generale a Palermo.

Palermo, 30 aprile 1982.

Nella ricorrenza del Primo maggio, Pulvirenti, come rappresentante del partito comunista, avrebbe dovuto partecipare alle manifestazioni per la festa del lavoro. Ma prefer scegliere la marcia pacifista che si sarebbe svolta davanti all'aeroporto di Comiso.
Era la sua battaglia personale. In pochi mesi era riuscito a creare un movimento d'opinione di risonanza internazionale. Inoltre, in qualche settimana dal lancio della sottoscrizione, aveva raccolto oltre trecentomila firme per il blocco dei piani di costruzione delle rampe missilistiche americane. Secondo il suo parere, infatti, avrebbero rappresentato una grave minaccia alla pace nell'area del Mediterraneo.
Da Roma arriv a Salvo Zappa la comunicazione che Pulvirenti andava assolutamente fermato nelle sue attivit politiche. Egli inform Saro di quell'ordine e il corleonese attiv immediatamente il suo micidiale gruppo di fuoco.
Quella mattina di fine aprile Pulvirenti usc presto da casa perch, prima di recarsi in ufficio alla Regione, aveva appuntamento con i compagni di partito: dovevano mettere a punto le ultime disposizioni per la marcia della pace dell'indomani.
Rosario, il fedele autista, di Pulvirenti, seguendo il suo consiglio, aveva studiato per precauzione un percorso alternativo per arrivare alla sezione comunista.
Ma appena la Fiat 131 del politico si mosse, una Ritmo prese a seguirla. All'interno c'erano due vecchie conoscenze: Giovanni Bova e Pippo Calabr. Su una moto di grossa cilindrata viaggiavano invece Nen Bottari e il letale Scarpuzzedda.
La moto part per ultima, ma recuper velocemente l'auto dei complici. Scarpuzzedda, seduto alle spalle del motociclista, cominci a studiare i movimenti dell'autista di Pulvirenti per prevenire le svolte e le conversioni. Sapeva che doveva improvvisare e che la decisione dell'agguato spettava a lui. Aveva abbastanza esperienza per capire quando era il momento di agire.
Dopo alcune giravolte, Rosario, per evitare il traffico caotico di piazza Cuba, decise di passare per piazza del Generale Turba e imboccare una strada a senso unico, una parallela di corso Calatafimi, dove si trovava la sezione comunista.
Scarpuzzedda decise che quella strada offriva la migliore delle situazioni per un agguato, essendo a senso unico. Fece posizionare l'Honda di traverso alla via. L'autista di Pulvirenti fu obbligato a una frenata repentina per non investire i due centauri, fermi al centro della carreggiata. Rosario si stava riprendendo dall'improvvisa manovra quando vide l'uomo dell'Honda, seduto dietro il guidatore, scendere ed estrarre un mitra da sotto l'impermeabile.
L'autista afferr allora la .38 che aveva nella cinghia dei pantaloni e spar cinque colpi, prima di venire trucidato con una sventagliata di pallottole. Alle spalle della Fiat 131 erano arrivati intanto anche Bova e Calabr, che dai loro mitra vomitarono una valanga di proiettili sull'indifeso Pulvirenti.
Pi tardi, la polizia cont quaranta bossoli intorno all'auto e a tre chilometri dal luogo dell'agguato, ritrov le carcasse bruciate della Ritmo e dell'Honda.
L'assassinio del deputato comunista suscit lo sdegno in tutto il Paese e acceler l'invio del Generale in Sicilia. Il ministro degli Interni gli chiese di anticipare di una settimana il suo insediamento nella prefettura palermitana, per dare una risposta immediata all'arroganza degli assassini. L'emergenza fece saltare la promessa, richiesta dall'ufficiale, di partire avendo in tasca il decreto che gli conferiva i poteri straordinari richiesti.
Il primo impegno ufficiale del Generale fu quello di presenziare ai funerali di Pulvirenti e del suo autista. Centomila persone parteciparono alle esequie. La cattedrale era traboccava di siciliani esasperati. Il Generale sedeva in terza fila, nel settore delle autorit. Vide Sandro Pertini, il presidente della Repubblica, con gli occhi lucidi, avvicinarsi a passo deciso verso le bare e toccare commosso le bandiere rosse che le ricoprivano.
La folla si strinse attorno a lui e ai feretri. Erano i vecchi braccianti che avevano occupato le terre del corleonese insieme al giovane Pulvirenti, i minatori delle saline e delle zolfatare, i giovani delle associazioni impegnate contro la mafia, i ragazzi del movimento pacifista che combattevano contro l'avamposto nucleare di Comiso. Era la gente onesta e laboriosa che Pulvirenti amava: era venuta a portargli il suo ultimo saluto e il rammarico per non poter combattere ancora al suo fianco. Poi arriv il momento dei saluti. Berlinguer sal sul palco, accanto all'altare, e parl di lui come di un dirigente prestigioso e di un militante appassionato. Fu poi la volta del presidente della Giunta.
Il Generale lo conosceva bene perch anni prima lo aveva accusato di associazione mafiosa. Ma lo conoscevano bene anche i siciliani onesti e infatti il suo discorso fu sommerso dal brusio e dai fischi.
La raccolta delle firme contro i missili, in pochi giorni raggiunse e super il milione di nominativi. Ma il progetto della base missilistica and avanti. Nessuno riusc a bloccarlo e a Comiso arrivarono le testate nucleari.
Il Generale era preoccupato perch con Pulvirenti perdeva un alleato prezioso. Quando prese possesso del suo ufficio nella storica Villa Whitaker, si preoccup di allontanare la scrivania dalla finestra. Scopr che gli addetti alle pulizie appartenevano a due cosche mafiose e li fece sostituire con persone fidate dell'Arma. Decise di ricavare un appartamentino all'interno della villa, cos da non dover essere costretto ad attraversare la citt per recarsi al lavoro. Consumava gli stessi pasti dei suoi collaboratori e non beveva mai il caff da solo, ma sempre in compagnia, per timore che potesse essere avvelenato.
Appuntamenti e itinerari erano coperti dal pi assoluto segreto e, diffidando delle auto blindate, prese l'abitudine di spostarsi con i mezzi pubblici. Voleva dare l'impressione che, tutto sommato, Palermo non fosse poi cos pericolosa, se persino il prefetto si prendeva la briga di spostarsi a piedi e senza scorta armata.
Il Generale, che era vedovo, in estate si rispos con una giovane e coraggiosa volontaria della Croce Rossa. Coraggiosa perch non aveva indugiato un attimo nel volerlo seguire in quel campo di battaglia che era Palermo. I novelli coniugi facevano vita ritirata, rifiutando i numerosi inviti dei notabili cittadini, per non rischiare d'incontrare persone compromesse con il potere mafioso.
Il Generale stimava i siciliani ed era convinto che la loro omert non nascesse da una connaturata mentalit mafiosa, bens pi semplicemente dalla paura.
I giorni e le settimane trascorrevano senza grandi emozioni. Ma gli strumenti richiesti dal Generale per poter organizzare un'efficiente struttura in grado di fronteggiare i clan mafiosi tardavano ad arrivare. Le risposte da Roma erano sempre troppo vaghe, mentre intorno a lui le stragi e gli omicidi continuavano a insanguinare le strade di Palermo.
L'alto ufficiale avvertiva la sensazione di essere solo, sempre pi. Aveva letto tutti gli incartamenti sull'omicidio del procuratore capo di Palermo e aveva compreso che la mafia aveva decretato la morte del magistrato, nel momento in cui i suoi sostituti l'avevano abbandonato.
Elabor allora un'equazione: Per quanto tu possa essere potente, nel momento in cui le istituzioni, che ti dovrebbero affiancare, ti abbandonano, ecco che la mafia entra in azione per colpirti a morte.
Ebbe paura di quel pensiero. Un presentimento attravers la sua mente, ma lo ricacci con forza, non voleva allarmare la sua giovane sposa... eppure ormai il tarlo si era insinuato tra le pieghe della sua mente.

Palermo, 3 settembre 1982.

Era venerd. Come sempre, tra telefonate e quesiti da risolvere, si erano fatte le nove e mezza di sera. Il Generale decise che i problemi di Palermo potevano aspettare anche l'indomani mattina. Aveva bisogno di riposare. Disse al maresciallo, che lo seguiva come un'ombra, che sarebbe uscito con sua moglie e che avrebbero usato l'utilitaria di famiglia.
La coppia decise di andare a mangiare il pesce in uno dei ristoranti sul mare nei pressi di Palermo. Costeggiarono il porto, seguiti dall'Alfa di rappresentanza guidata dal maresciallo, si diressero verso il Politeama, poi lei, che guidava la Innocenti A112, svolt per via Isidoro La Lumia.
A piazza Pasc una Suzuki nera con due persone a bordo si affianc dalla parte della donna. Tra le mani dell'uomo seduto dietro, comparve un kalashnikov. Lo punt contro di lei. Il Generale si accorse del pericolo, lanci un urlo: Emanuela! e si gett sul corpo della moglie, nel disperato tentativo di difenderla dai colpi. Il killer apr il fuoco. L'A112 si ferm nella corsa accanto al marciapiede. Nel frattempo, arriv l'Alfa di scorta con il maresciallo, che si ferm dietro l'utilitaria. Ma l'agente fece appena in tempo a impugnare la pistola d'ordinanza, quando fu circondato da tre sicari, scesi da una BMW, che lo massacrarono con un tiro incrociato.
Il killer della moto si avvicin all'Innocenti per constatare i risultati della loro azione.
Scarpuzzedda, uno dei tre sicari ad aver sparato contro la guardia del corpo, una volta nei pressi dell'utilitaria, url contro il killer della moto: Perch l'hai ammazzato?! Dovevi aspettarmi!.
Nonostante il parabrezza in frantumi, spar contro il corpo inerme del Generale il resto del caricatore della sua Magnum, sfigurandolo in modo orribile.
Il killer della Suzuki aveva abbassato il suo kalashnikov e gli tocc subire la sfuriata del suo capo.
Scarpuzzedda ne aveva fatto una questione d'onore: voleva essere lui l'assassino dell'ufficiale dei carabinieri pi temuto d'Italia. Ma gli avevano rubato la scena. Se la prese ancora con il killer e per due volte arriv a puntargli la pistola in faccia, deciso a scaricare l'adrenalina accumulata.
Ma il compare rimasto ai comandi della Suzuki lo fece tornare alla realt: Filiamocela. Hanno gi allertato la polizia!.
Tutti risalirono sui rispettivi mezzi e si dispersero nelle strade del quartiere.
Pi tardi qualcuno entr nella residenza dei coniugi a villa Withaker, con la scusa di prendere le lenzuola per coprire i due cadaveri. Penetr invece nell'ufficio del prefetto, prelev una chiave da un cassetto della scrivania, apr la cassaforte e fece sparire il diario e un incartamento che il Generale portava sempre con s, come la pi preziosa delle sue assicurazioni.
Nella notte un cittadino di Palermo, sul portone davanti al quale i due coniugi erano stati trucidati, affisse un cartello con la scritta Qui muore la speranza dei palermitani onesti.
La chiave della cassaforte ricomparve molto tempo dopo in un cassetto della scrivania che era gi stato perquisito. La cassaforte fu aperta alla presenza di un magistrato, ma fu trovata vuota. Ci vollero due anni prima che il diario venisse rinvenuto in un archivio dimenticato.
In gran fretta, dopo essere rimasta impantanata per anni nelle secche di rinvii e patteggiamenti, il Parlamento approv la legge che istituiva l'associazione mafiosa e la confisca dei patrimoni appartenenti alla mafia. In pratica, il solo fatto di appartenere a Cosa Nostra, era considerato un crimine.
Per i boss mafiosi la legge 416 bis fu la prima vera sconfitta nella loro centenaria battaglia contro lo Stato italiano.

12. Sagunto viene espugnata.

Tutta Palermo si rivers nella chiesa di San Domenico, dove furono celebrate le esequie dei due eroici coniugi e della guardia del corpo. Le auto blu dei politici e dei governanti furono coperte da urla di dissenso e da una pioggia di monetine. Soltanto Sandro Pertini, il presidente della Repubblica, fu acclamato dai siciliani. E a lui, in lacrime, ignorando tutti gli altri funzionari dello Stato, si rivolse il cardinale di Palermo, quando, dall'alto del pulpito, pronunci l'omelia: Dobbiamo cominciare ad avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Chi  il responsabile di questo ignobile eccidio? La mafia!, tuon nel microfono, facendo riverberare quella parola per qualche istante nelle orecchie della gente ammassata nella cattedrale. Ancora molti di noi hanno paura soltanto a pronunciarla, questa parola. Eppure non  una realt astratta.  una realt formata da persone possedute dal demone dell'odio. Dobbiamo... possiamo sconfiggerle. Ma a Roma, dove si prendono le decisioni, dovete smetterla di discutere, questa volta lo sguardo del cardinale spazi sui politici presenti. Mentre a Roma voi discutete, la citt di Sagunto viene espugnata dai nemici! E questa volta non  di Sagunto che sto parlando, ma di Palermo! Della nostra povera Palermo!
Tra le volte della cattedrale si alz un applauso caloroso. Mai come quel giorno il popolo siciliano ebbe la certezza che a colpire materialmente fosse stata s la mafia, ma che i mandanti venivano da molto lontano, certamente dai Palazzi del potere di Roma.

Saro gi assaporava il gusto del potere assoluto. Soprattutto ora che il potente Salvo Zappa si era schierato al suo fianco.
Anche i cugini Ignazio e Nino Grasso, gli intoccabili esattori delle tasse in Sicilia, avevano preferito rinnegare le cosche perdenti per salire sul loro carro. Con questi potenti referenti politici, Saro si sentiva davvero il re della Sicilia. Dopo aver messo fuori gioco le famiglie Bont e Indelicato, decise di completare la mattanza annientando anche quella di don Masino Buscemi.
Il primo da colpire era suo cognato, il fratello della prima moglie. Masino era troppo addentro ai comportamenti della mafia per non capire che quell'omicidio era un avvertimento e non presagiva niente di buono. Non era pi al sicuro, nemmeno in Brasile.
Conosceva le regole di Cosa Nostra e sapeva che, quando un boss dava un ordine, non ci si poteva mai tirare indietro, fosse anche il miglior amico di chi si doveva ammazzare. E cos fece esattamente Saro.
Per uccidere Masino, ricorse all'aiuto ad Antonino Spadaro, uno dei suoi amici pi intimi. Se Antonino avesse chiesto un appuntamento a Masino, questi non avrebbe mai potuto pensare a un agguato per ucciderlo e sarebbe caduto nella trappola. Ma Spadaro, per non essere costretto a eseguire l'omicidio dell'amico e nello stesso tempo per non fare uno sgarbo a Saro e quindi condannarsi a morte con le proprie mani, decise di consegnarsi alla polizia. Avvicin un maresciallo che da anni gli dava la caccia per arrestarlo e gli propose: Arrestami, ma non devi dire che mi sono consegnato volontariamente, altrimenti mi fanno la pelle anche in carcere. Prenditi il merito e goditi la ricompensa. A me va bene cos.
Quella volta Masino Buscemi si salv la vita. Ma il corleonese sapeva essere spietato e, poich non poteva avere la pelle di don Masino, se la prese con i suoi familiari. Gli fece ammazzare due figli, poi il genero, un fratello e suo figlio nella pizzeria di Palermo in cui lavoravano e persino un vecchio amico, testimone delle sue seconde nozze. Alla fine della carneficina, Buscemi dovette contare 12 cadaveri, tra i parenti stretti.
In quel periodo, inoltre, ricevette da Tano Badaloni un invito a recarsi nella sua fazenda nei pressi di San Paolo.
Dopo l'espulsione dalla Commissione, anche Badaloni si era nascosto in Brasile per sottrarsi alle vendette dei corleonesi e per proseguire il suo florido traffico di stupefacenti tra la Sicilia e il Sudamerica.
Dal nascondiglio di Rio, don Masino lo raggiunse a San Paolo. Tano Badaloni covava un odio incrollabile contro Saro. Sperava di avere un alleato nell'amico di Cinisi.
Quel fetuso di contadino mi ha ucciso undici familiari, comunic a don Masino.
A me dodici, fu la sua risposta lapidaria a Badaloni.
Dobbiamo fermarlo. Organizziamoci e facciamogli terra bruciata intorno, come lui ha fatto con noi. Non pu passarla liscia. Ha distrutto Cosa Nostra.
 una pazzia, Tano. Il potere  nelle loro mani. Saro  riuscito a riunire intorno a s anche le famiglie che un tempo erano nemiche dei corleonesi.
Sono pietrificati dalla paura. Per questo lo temono. Ma sono sicuro che lo odiano esattamente come l'odiamo noi. Se io e te torneremo per fare giustizia, avremo tutti al nostro fianco, lo incit Badaloni.
Il tempo non gioca a nostro favore. Nei giorni che ci servirebbero per organizzarci, saremo gi corpi freddi. Togliti dalla testa una pazzia del genere, il leggendario carisma di don Masino era ormai un lontano ricordo. Ho ancora due figli a cui pensare. Il corleonese non deve neppure vagamente pensare che io voglia vendicarmi di lui. Per non  un'assoluzione, stai pur certo che mi vendicher. Ora l'istinto mi dice che non  questo  il tempo per combattere Saro. La vendetta deve portare profitto.

Palermo, Natale 1982.

L'istinto salv la vita di don Masino Buscemi. Non era il momento di fare la guerra a Saro perch il corleonese si era trasformato in una iena assetata di sangue. Non risparmi nessuno dei suoi nemici. Neppure durante le feste natalizie di quell'anno.
Nella villa di uno dei suoi capifamiglia, Bernardo Bova, organizz un grande ricevimento per lo scambio dei regali. Per l'occasione fu invitato anche Antonino Solomon di Altomonte. Era stato l'amico del defunto Michele Cavaterra, il Cobra, l'infame che aveva scatenato la guerra tra i fratelli Labruna e la famiglia Russo, innescando poi le stragi che avevano caratterizzato gli anni Settanta e la cosiddetta prima guerra di mafia.
Solomon, non sospettando di nulla, accett l'invito e si present alla festa con due dei suoi guardaspalle. A Saro port in regalo una cintura del Charro e lui ricevette un cubo di Rubik, un gioco di abilit che lo confuse non poco. Dopo gli scambi dei doni tutti si sedettero alle tavole imbandite con i colori del Natale, a mangiare un'intera paranza di pesce, cucinato da due chef fatti venire appositamente da altrettanti ristoranti del porto. Onorarono le abbondanti libagioni e le numerose bottiglie di prelibato vino. Poi i boss si dispersero tra le varie stanze della villa dei Bova per il riposino pomeridiano.
Antonino Solomon si appisol su una poltrona nella stanzetta dei giochi dei ragazzi. Saro pens che un'occasione migliore non si sarebbe pi presentata. Fece un cenno a tre dei suoi sicari. Quelli entrarono nella camera, chiusero la porta a chiave, gli girarono una corda intorno al collo e lo strangolarono senza fargli uscire un solo lamento dalla gola. Poi si diressero nella stanza dove si trovavano i suoi due guardaspalle. Con loro non infilarono i guanti bianchi, ma li trattarono da gregari. Entrarono con due tubi di ferro nascosti sotto le giacche. Appena si present l'occasione favorevole, i corleonesi glieli abbatterono sulle nuche con tutta la forza delle loro braccia. Si udirono scrocchiare sinistramente le ossa dei crani. Materia grigiastra col sui tubi e sui loro vestiti. I due uomini di Solomon piombarono sul pavimento gi cadaveri. Qualcuno dei presenti gir la testa inorridito alla vista dei cervelli spappolati. Li avvolsero in due vecchie coperte e pi tardi li sciolsero nell'acido insieme al corpo del loro capo, Antonino Solomon.
Il pomeriggio e la stessa sera di Natale, Saro partecip all'eliminazione di una ventina di avversari. Con i suoi boia si rec al ricevimento che Michele Russo, il Papa, aveva dato alla sua tenuta della Favarella. Calpestando ogni regola dell'ospitalit, diede il consenso ai corleonesi di portare a compimento le loro vendette. I killer di Corleone uccisero almeno cinque mafiosi appartenenti alla cosca di Antonino Solomon e di altre famiglie avversarie.
Le due riunioni erano state organizzate con lo scopo di radunare i morituri in uno stesso luogo per facilitare il compito dei sicari. I mafiosi che avevano rifiutato l'invito per restare con le loro famiglie, furono stanati nelle loro stesse abitazioni e uccisi senza alcun rimorso. Qualcuno stava terminando di addobbare l'albero di Natale con i propri figli, altri erano ai fornelli a preparare il rag, un altro fu assassinato mentre si stava infilando il costume rosso di Babbo Natale.
Alcuni li cremarono su bracieri improvvisati, in aperta campagna, altri finirono liquefatti negli acidi. I resti furono gettati in parte nel fiume Oreto, in parte sotterrati, gettati in mare o nelle fogne cittadine.
Saro 'u Vasciu si sentiva finalmente il re dell'isola. Ora che aveva eliminato gran parte dei suoi nemici, era certo che Cosa Nostra fosse diventata Cosa Sua. C'era un solo capo dei capi: Saro Rano. L'unico a dover decidere sulle sorti della mafia siciliana.

Agrigento, primavera 1983.

Nella tenuta di Piddu u Tignusu, vicino ad Agrigento, tutti i capimafia accorsero a rendere omaggio a Saro, riconoscendolo come l'unico Padrino.
I corleonesi avevano completato la loro ascesa ai vertici della Cupola. Nessuno pi poteva azzardarsi a chiamarli viddani.
Fu calcolato che Saro, per salire sul trono di Cosa Nostra aveva lasciato dietro di s una scia di sangue lunga oltre mille cadaveri.

13. Il regno di Saro.

L'avvento di Saro 'u Vasciu ai vertici di Cosa Nostra stravolse l'organizzazione sin dalle sue fondamenta. Prima di lui nella mafia vigeva una sorta di democrazia, con tutte le cautele che un concetto di questo valore poteva avere per un'organizzazione con in s i germi della criminalit. Tuttavia, scelti i capi, questi confluivano in una Cupola che, riunendosi regolarmente, giudicava e dava le direttive a maggioranza sulle questioni pi rilevanti.
Con l'avvento di Saro Rano, Cosa Nostra divent una specie di dittatura fondata sul terrore. La Commissione faceva quello che diceva e stabiliva il suo capo, e nessuno osava mettere in dubbio le sue decisioni.
I vecchi mammasantissima, al riparo delle mura delle proprie case, criticavano questo suo modo di agire. Dicevano che lui aveva infranto i loro codici d'onore, ma non si ribellavano perch sapevano che sarebbe finiti in uno dei vasconi d'acido del campo di sterminio di Bagheria.
Saro era profondamente convinto di essere diventato ormai il padrone assoluto dell'isola. Aveva da poco superato i cinquant'anni, anche il suo fisico non era pi quello di una volta. I pranzi pantagruelici gli avevano gonfiato l'addome in modo sproporzionato, il viso si era come dilatato, il naso grosso e la bassa statura non ne facevano una figura bella da vedere. Anche se adesso indossava pullover di cashmere, vestiti di pura lana vergine e cappotti di cammello, la sua andatura sgraziata tradiva le origini contadine. Eppure incuteva timore. Le sue improvvise decisioni erano temutissime anche dai suoi pi stretti collaboratori. Forse soltanto Piddu 'u Tignusu non ne aveva, ma perch la loro lunga amicizia doveva fare da deterrente a ogni eventuale pazzia di 'u Vasciu.
Saro viveva in una villa alla periferia di Palermo. Una villa protetta da un alto muraglione, con Ninetta e i loro quattro figli. L'ultima nata aveva appena sei anni, quando lui era diventato il capo assoluto della Commissione, dopo l'arresto di Michele Russo, il Papa. Ninetta provvedeva alla conduzione della casa. Portava i figli a scuola e andava a fare personalmente la spesa, sempre accompagnata dal fidato Gaspare Musolino, un picciotto che Saro aveva conosciuto negli anni del carcere.
Completata l'epurazione delle famiglie palermitane, Rano aveva potuto dedicare tutto il suo tempo agli affari. Una delle maggiori entrate rimaneva il traffico della droga. Piddu lo gestiva dal suo deposito di Bagheria, un campo che serviva a raccogliere ferraglie e automobili disastrate. Qui faceva arrivare la morfina base dalla Tunisia, poco lontano uno dei laboratori chimici dei corleonesi la trasformava in eroina che poi veniva impacchettata e spedita negli Stati Uniti.
L'altra importante fonte di reddito erano gli appalti pubblici. Questo settore lo seguiva personalmente Saro ma, per gestirlo senza essere costretto a ogni gara di assegnazione a intervenire duramente, aveva bisogno di perfezionare i suoi rapporti con la filiera politica.
Un giorno chiese appuntamento a Vito Pergolizzi, ex sindaco di Palermo, costretto a lasciare la carica per le accuse di collusione mafiosa, rimasto per nel consiglio comunale all'assessorato ai lavori pubblici. Saro voleva che fosse saldata una cambiale di riconoscenza: in quegli anni, aveva sempre esaudito le sue richieste di raddrizzare le coscienze di chi si era messo per storto sulla strada dell'ex primo cittadino.
Pergolizzi, forte del proprio ruolo di politico affermato, anche se chiacchierato, fece per un errore: invece di riceverlo nel salotto buono dell'appartamento di via della Libert, lo accolse in pigiama, steso sul letto, mentre fumava da un bocchino e leggeva il giornale.
Vito, mi dispiace scomodarti, gli disse Saro, restando ai piedi del letto. Ma ho saputo che stai per iniziare il nuovo palazzo dei congressi a Palermo e volevo ricordarti di Carmelo Caruso,  un amico imprenditore di Catania, ci tengo molto.
Saruzzo, ora mi vieni a chiedere questo favore?, gli rispose Vito posando il giornale sul letto. Ormai gli appalti sono stati tutti assegnati. Mancano soltanto le delibere comunali.
Ti ripeto, Vito. Caruso deve avere quell'appalto, spieg pazientemente il boss al politico. Non ci sono alternative.
Vito si spazient. Tir un'ultima boccata e poi, togliendo il mozzicone di sigaretta dal bocchino, gli disse: Senti, Saro, ormai su questa questione non si pu pi tornare indietro.  stato gi deciso in sede politica. 'U Presid ha detto a Salvo il nome dell'imprenditore.  un palermitano.
Rano a stento tenne a freno la propria ira. Non sopportava essere contraddetto. Questa volta le parole gli uscirono con difficolt dalla gola: Non fartelo ripetere ancora una volta. Il costruttore del palazzo dei congressi deve essere l'amico Caruso, mi hai capito bene?
Insomma, come te le devo dire che non sono io che decido? L'ordine  arrivato direttamente da Roma.
Saro lanci un grugnito di rabbia. Afferr il bordo del materasso e lo sollev facendo volare il mingherlino Pergolizzi fuori dal letto. Gli si avvent sopra e lo schiacci a terra con la sua mole. Gli afferr il bavero del pigiama e lo tir a s. In un orecchio gli sibil: Ricorda al Presid del suo segretario provinciale. L'abbiamo mandato al creatore perch non voleva i tuoi costruttori. E ricordagli anche del presidente della regione, che ce l'aveva con te. Anche a lui abbiamo fatto fare una brutta fine. Per non parlare di quel segretario regionale comunista che ti aveva denunciato pi volte. Non vorrei dover mandare al creatore qualche suo amico... allora, il nome del costruttore del palazzo dei congressi  Carmelo Caruso. Ripetilo, voglio sapere se ha capito bene.
Il poveraccio, con la lingua di fuori alla bocca, riusc a scandire: Car-me-lo Ca-ru-so....
Ok. Manda i miei saluti al Presid e digli che lo tengo sempre presente nelle mie preghiere.
Saro si sollev da sopra il petto di Pergolizzi e usc dalla stanza. Vito si sdrai di nuovo sul letto, meditando sul fatto che da quel momento in poi non avrebbe mai pi dovuto contraddire il capo dei corleonesi.
E alla fine il palazzo dei congressi a Palermo, per non rischiare di scontentare qualcuno, non fu mai costruito.
Da quel momento, il boss decise di seguire personalmente l'assegnazione degli appalti dei lavori pubblici. Si era procurato l'elenco delle gare d'appalto e le societ che partecipavano. Quindi sceglieva chi doveva vincere l'appalto e la successiva spartizione delle tangenti. La suddivisione degli utili era fatta in questo modo: il tre per cento del valore dell'appalto andava ai clan della zona; il due ai politici e l'altro due per cento a Saro. Quando poi arrivava la sovvenzione, venivano decisi i nomi delle ditte di subappalto e il personale che avrebbe lavorato materialmente nel progetto.
Questo sistema  un risparmio per gli imprenditori, comment un giorno con un amico, perch evita loro il rischio di vedersi danneggiati i camion. Perch possono lavorare senza subire scioperi, con il rischio di lasciare il cantiere a met dell'opera e di non essere taglieggiati dal primo mafioso che vuole approfittare della situazione. In definitiva,  una specie di assicurazione che stipulano con noi.
Le imprese siciliane, per poter lavorare, dovettero sottostare a questa regola. I corleonesi in quegli anni entrarono in ogni impresa pubblica, partecipando all'edificazione delle scuole e persino dei tribunali. Costruirono strade e acquedotti, dighe e piazze, e si diedero allo smaltimento dei rifiuti, gi a quell'epoca uno dei pi grandi business del secolo.
Saro invest questa montagna di soldi in un istituto finanziario che gli garantiva riservatezza e discrezione meglio di una banca svizzera. Era una cassa di credito del Vaticano. Un istituto che offriva un'affidabilit leggendaria, tanto che quando un raider inciamp su alcune spericolate azioni finanziarie, erodendo una parte consistente del suo capitale, fu ritrovato impiccato sotto un ponte del Tamigi.

14. Palermo come Beirut.

Per una sorta di magica nmesi, alla Procura di Palermo in quegli anni si susseguirono magistrati di grande valore. Il Palazzo di Giustizia non era pi il porto delle nebbie dove fino a qualche tempo prima finivano inevitabilmente per insabbiarsi le inchieste di mafia. In quegli anni Ottanta spir aria nuova al Palazzo. Infatti venne nominato capo dell'ufficio istruzione Rocco Cosentino, un magistrato coraggioso che non aveva soggezione di nessun potere forte. A una delegazione del Consiglio superiore della Magistratura, in visita al tribunale, disse infatti senza reticenze: La mafia in Sicilia ha ormai messo le mani su una buona met dell'economia.
Ma il suo merito principale fu quello di essere riuscito a gettare uno sguardo pi in l delle azioni criminali che di giorno in giorno insanguinavano la provincia di Palermo. Fu infatti il primo a dichiarare che esisteva il cosiddetto terzo livello: Senza questo terzo livello, la mafia che uccide, che taglieggia la popolazione, che traffica in droga e ricicla denaro insanguinato, non avrebbe motivo di esistere. Pochi giorni prima di essere ucciso anche lui per mano di Cosa Nostra, confid a un manipolo di colleghi: Accanto alla mafia che ammazza c' l'alta finanza legata al potere politico. Con alcuni dei miei giudici e di valenti poliziotti stiamo lavorando per arrivare ai centri di potere pi elevati. Prima o poi li smaschereremo. Mai nessuno aveva parlato cos apertamente dei rapporti tra mafia, politica e ambienti finanziari. E i suoi giudici si chiamavano Giovanni Pellegrino, Paolo Santonocito, mentre i valenti poliziotti erano il commissario Beppe Marciano, l'agente Calogero Zagarella e il vice questore Ninni Moncada.
Giovanni Pellegrino, instancabile magistrato dalla memoria di ferro, stava utilizzando nuove armi per sconfiggere il potere mafioso. Sapeva leggere i conti bancari, seguire le piste degli assegni, decifrare i movimenti finanziari delle banche alla caccia dei riciclatori dei denari della droga.
Ma le luci restavano accese fino a tarda notte anche negli uffici della squadra mobile di Ninni Moncada. Il vice questore aveva saputo riunire intorno a s un gruppo di poliziotti affiatati e professionalmente molto efficienti. Era una specie di fratello maggiore per i suoi uomini. Natale Monaci, palermitano 33 anni, lo aveva conosciuto alla questura di Trapani e ne aveva richiesto il trasferimento alla squadra mobile di Palermo per i suoi meriti. Si fidava soltanto di lui: ormai per Moncada era pi un amico che un collega Inoltre, era un detective molto intuitivo e un asso del volante negli inseguimenti. Anche Roberto Trapani, 23 anni, era considerato una colonna della squadra. Alla sezione omicidi si era aggiunto un ottimo funzionario: Francesco Accordino. E tra gli agenti era stato arruolato un ragazzo solare e di grande dedizione, che veniva da Ciaculli: Calogero Zagarella. La squadra mobile e la sezione Catturandi, ai comandi del commissario Beppe Marciano, erano diventate un avamposto di eccellenza nella battaglia contro Cosa Nostra.
I loro nemici giurati non erano soltanto i clan palermitani, ma anche i corvi, che svolazzavano all'interno della procura e della questura, pronti a fornire informazioni agli amici degli amici.
Questo manipolo di valorosi combattenti faceva miracoli, dovendo contrastare le potenti famiglie mafiose, con pochi mezzi, strumenti e agenti. Da Roma, alle loro richieste di nuovi fax, auto, linee telefoniche, il ministero rispondeva invariabilmente che non c'erano soldi. Che dovevano arrangiarsi con quello che avevano. Linee dirette, nemmeno a pensarci. Il vice questore Moncada aveva buoni motivi per avanzare quelle richieste: all'interno della questura lavoravano dei pericolosi infiltrati. Il capo della Mobile, Giuseppe Angelucci, subentrato a Boris Galeffi, faceva parte della P2. E quando qualche mese pi tardi furono scoperti gli elenchi della loggia, si venne a sapere che uno degli affiliati era anche il questore Giuseppe Visentini.
Moncada aveva ragione da vendere a non fidarsi di nessuno, se non dei poliziotti della squadra che aveva scelto personalmente.

Palermo, 9 luglio 1983.

In questo periodo procura e questura stavano ottenendo importanti risultati sul fronte della guerra a Cosa Nostra. La volont di Cosentino di costruire contro le cosche palermitane un'istruttoria basata da prove ineccepibili, fu il punto di partenza del futuro maxi processo portato a termine poi da Giovanni Pellegrino, Paolo Santonocito e dagli altri colleghi magistrati.
Quel giorno Pellegrino firm quattordici ordini di cattura contro i responsabili dell'eccidio del Generale e della moglie. In questo ordine di cattura figuravano, tra gli altri. proprio Saro Rano, Piddu 'u Tignusu, Michele Russo il Papa, suo fratello Salvatore e una decina di altri mafiosi.
Questo era un affronto intollerabile per il superboss: il capo dell'ufficio istruzione doveva morire.

Palermo, 29 luglio 1983.

Era una nottata torrida. Preannunciava lo scirocco che l'indomani avrebbe fatto boccheggiare i palermitani. A via Federico Pipitone arriv una Cinquecento bianca, imbottita con novanta chili di tritolo. Era guidata da uno degli uomini di Saro. Fu parcheggiata accanto al cancello contrassegnato con il numero civico 63. L'uomo al volante scese, la chiuse con la chiave, spense la sigaretta schiacciandola sull'asfalto e aspett che venissero a prelevarlo per portarlo via. Puntuale, un minuto dopo ud il rombo della Suzuki provenire da via Giovanni Prati. Salt sul sedile posteriore, una veloce conversione e i due si allontanarono verso viale della Libert.
La mattina spirava uno scirocco africano e l'aria era gi irrespirabile. L'Alfetta blindata con i due carabinieri arriv e parcheggi come sempre davanti al cancello del civico 63. Le due altre auto di scorta si fermarono a una ventina di metri di distanza.
Il condominio dove abitava il procuratore era costituito da un palazzo di sei piani, suddiviso in tre scale.
Il portiere lo salut, si conoscevano da anni e con lui scambiava volentieri le prime chiacchiere del mattino.
Dottore, ha letto di Masino Buscemi? Ha tentato di avvelenarsi per non tornare in Italia.
L'ho saputo. Dovrebbe arrivare oggi a Palermo.
A quello gli hanno ammazzato non so quanti figli. Io dico che non riusciremo mai a liberarci di questo cancro. Sbaglio, dottore?, domand il portiere, mentre percorrevano il vialetto che conduceva al cancello.
Il problema, Stefano mio,  che la pubblica amministrazione e le istituzioni sono talmente permeate di mafia, che ci vorr del tempo prima di potersene liberare. Ogni opera pubblica viene gonfiata cinque volte pi del preventivo originario per accontentare tutti questi parassiti.  un problema che comunque prima o poi riusciremo a sradicare. Ma dobbiamo essere tutti uniti, c' bisogno anche dell'aiuto di gente come te.
Ma noi che possiamo fare, dottore? L'Italia ha bisogno di persone oneste come lei, e non lo dico per ossequio.
Il giudice sorrise e lo salut con una pacca affettuosa sulla spalla. Si affrett verso l'Alfetta, mentre il maresciallo gli apriva la portiera per farlo salire.
Nessuno si accorse di un uomo seduto all'interno di una Seicento celestina, parcheggiata a un centinaio di metri di distanza. L'uomo aveva in mano un piccolo telecomando. Vide il magistrato entrare nell'auto e il poliziotto chiudere la portiera.
Sussurr Amen, e schiacci il pulsante rosso del telecomando.
Un istante dopo la via fu squassata da un boato che fece tremare mezza citt. Una bolla nera come l'inchiostro e densa come un sacco di polvere di carbone si propag alla velocit della luce in ogni direzione. Un vento di morte strapp i vestiti di chi si trovava nelle vicinanze. La potenza della deflagrazione sollev le automobili parcheggiate accanto alla bomba fino al terzo piano, disintegrandole in mille spezzoni incendiati che precipitarono a terra come una pioggia infernale, colpendo gli infelici che avevano avuto la sfortuna di trovarsi nei paraggi di quel numero civico. Le vetrate dei negozi e degli appartamenti intorno si disintegrarono in mille minuscole schegge che si proiettarono all'esterno e all'interno delle case. Due sorelline, che ancora dormivano nei loro letti, furono tratte in salvo dai genitori dalla stanza ridotta in cenere. Quando la nube ricadde a terra, si avvert l'odore acre della polvere nera. Agli anziani del quartiere tornarono alla memoria i giorni della guerra e dei bombardamenti. Dopo l'esplosione, per una manciata di secondi, ci furono un silenzio e una calma irreali. Poi si udirono i lamenti e le grida dei feriti che chiedevano aiuto e l'ululato delle auto della polizia, dei vigili del fuoco e delle ambulanze in arrivo. Qualche minuto dopo la strada era una bolgia di uomini in divisa, di infermieri e medici che prestavano le prime cure ai feriti. Accorsero anche gli uomini della squadra mobile e gli specialisti della scientifica.
Dove prima era parcheggiata la Fiat 500 ora c'era un profondo cratere nero. Tutt'intorno, detriti di lamiere, frammenti di vetri, tessuti e scarpe annerite dal fuoco, brandelli di carne umana.
I resti del magistrato Rocco Cosentino, quello del maresciallo della scorta e Stefano, il portiere dello stabile, furono ricomposti in tre piccole cassette. La blindatura dell'Alfetta, invece, aveva salvato la vita all'appuntato alla guida della macchina di servizio. I feriti, tra i passanti e i clienti dei vicini negozi furono una ventina.
Questa volta Saro aveva voluto dare una risposta inequivocabile alla dichiarazione di guerra del giudice Pellegrino.

15. Un poliziotto di strada.

La caccia dei corleonesi ai loro avversari non contemplava tregue. I killer di Saro da tempo stavano cercando Totuccio Condello, uno dei pi pericolosi killer delle cosche perdenti. Nonch uno dei pochi a essere riuscito a far perdere le proprie tracce ai sicari che volevano stanarlo.
Per isolarlo, gli avevano ucciso amici, parenti e persino un uomo ospitato dalla moglie, che niente aveva in comune con la mafia.
Il vicequestore Moncada e il commissario Marciano sapevano di questa caccia mortale. E pensarono che, se avessero offerto a Totuccio il modo di salvare la pelle, in cambio avrebbero potuto ottenere qualche verit sugli omicidi eccellenti dei corleonesi.
Avevano saputo che sua moglie stava per avere un bambino e che si era fatta ricoverare in ospedale per sopravvenute complicazioni. Avevano deciso di andarla a trovare nella speranza di poterla convincere a strappare il marito alla vendetta dei corleonesi. La donna si confid con Moncada: era disperata per Totuccio.
C' un modo solo per salvargli la vita, le disse il commissario, ed  quello di convincerlo a passare sotto la nostra protezione.
La donna partor una neonata idrocefala che spir qualche ora dopo. Ninni Moncada era l con lei ad aiutarla in quei drammatici momenti.
Fu cos che Totuccio Condello divent Prima luce: il nome in codice dato dai poliziotti ai primi pentiti. Decise di collaborare con il vicequestore e, malgrado fosse un latitante, Moncada lo nascose ai suoi stessi colleghi, temendo una fuga di notizie e quindi la vendetta dei corleonesi.
Le informazioni di Condello consentirono alla squadra di costruire una mappa delle cosche palermitane che pi tardi venne ribattezzata rapporto dei 162.
Condello raccont che un conoscente gli aveva confidato di aver visto, dalle parti di Villabate, il boss Salvatore Montalto, che da tempo si era dato alla latitanza. Montalto era il capo mandamento di Villabate ed era stato il braccio destro di Indelicato. Aveva tradito il proprio boss passando dalla parte dei corleonesi. Saro era riuscito a convincerlo a violare il giuramento di fedelt in cambio del mandamento di Villabate.
Era importante essere riusciti a localizzarlo perch avrebbe potuto portare al covo di Saro. Ninni Moncada incaric allora l'agente Zagarella di occuparsi di Montalto.
Calogero Zagarella, con la sua affabilit, si era costruito nel tempo una rete di preziosi informatori. Dopo l'orario di ufficio, amava trascorrere ore intere nelle discoteche e nelle paninerie palermitane. Aveva ottimi agganci anche nel mondo della prostituzione, delle case d'appuntamento, delle sale corse, del mercato ortofrutticolo, punti di riferimento naturali dove prima o poi la mafia arrivava inesorabile, con le sue tangenti da pagare. La sua giovane et e l'istintiva simpatia che suscitava erano un perfetto paravento.
Spesso si faceva prestare il vespone dal vice questore Moncada e se ne andava in giro per i viottoli degli agrumeti di Ciaculli, anche quando era fuori servizio. Cercava gli uomini dei clan che sapeva riconoscere a naso.
Finalmente una mattina, mentre percorreva lo sterrato di un fondo, nei pressi del Viadotto Favara, vide tre persone chiacchierare attorno a due auto ferme al centro di una radura. Abbandon a terra il vespone e si avvicin ai tre sconosciuti attento a non farsi vedere.
Non erano sconosciuti. Riconobbe immediatamente Salvatore Montalto. E gli altri due erano il killer Scarpuzzedda e Mariuzzo, giovanissimo tiratore scelto, sospettato di essere l'autore di decine e decine di delitti per conto delle cosche legate ai corleonesi.
Zagarella fece dietro front, inforc lo scooter e si precipit alla pi vicina cabina telefonica per chiedere rinforzi...
Scarpuzzedda, per, appena ud il rombo della motoretta, corse per vedere chi li aveva spiati e riconobbe l'agente della Catturandi.
Quando, venti minuti dopo, Zagarella torn con i colleghi della Squadra mobile, i tre si erano gi dileguati. I poliziotti decisero ugualmente di setacciare la campagna. Se Montalto con i due killer corleonesi frequentavano quella zona, stava a significare che il nascondiglio del boss di Vallalba non doveva essere molto distante da l...
Grazie alla costanza di Calogero Zagarella, la villa del latitante Salvatore Montalto fu identificata e in autunno gli uomini del vicequestore Ninni Moncada e del commissario Beppe Marciano lo assicurarono alla giustizia.
Saro sapeva che era stato Zagarella a scoprire il nascondiglio del boss di Vallalba e prima o poi aveva giurato che gliel'avrebbe fatta pagare. E i corleonesi mantenevano sempre le loro promesse.
Un giorno, pochi mesi dopo l'arresto di Montalto, Zagarella arriv con il vespone davanti al bar Collica, in via Notarbartolo, un'elegante strada del centro di Palermo. Entr nel locale e ne usc con un birra. Era ben vestito, era domenica e si guardava intorno. Un uomo stava leggendo il giornale seduto a uno dei tavolini. Ma nascondeva una pistola dietro il quotidiano. Partirono quattro colpi che ne stracciarono i fogli e raggiunsero in pieno il coraggioso poliziotto. Zagarella scivol a terra, rantolante. Tent di afferrare il revolver dietro la cinta dei calzoni.
Una moto spunt da un'edicola. Il complice del killer si ferm il tempo per far salire il compare sul sellino posteriore. Il bandito alla guida mir con calma alla testa di Zagarella ed esplose un colpo. Quello che lo uccise.
Poi i due si dileguarono a tutta velocit tra le strade di Palermo.
La morte del valoroso Calogero Zagarella non rallent la caccia ai corleonesi perch nel frattempo il giudice Pellegrino aveva avuto successo con don Masino Buscemi...

16. Crolla il muro dell'omert.

Brasilia, giugno 1984.

La rivoluzione che Saro aveva prodotto all'interno dell'organizzazione mafiosa non era avvenuta senza generare tragiche conseguenze. Governare con la ferocia, per, alla lunga logora il dittatore e gli oppressi, anche se sono suoi amici.
Ma don Masino Buscemi non era mai stato amico del corleonese. Saro gli aveva sterminato un gran numero di familiari, compresi due figli e tre fratelli.
Nel suo rifugio dorato in Brasile, don Masino si chiedeva se tutto il dolore che aveva dovuto patire, la solitudine e la lontananza dalla sua amata terra, valevano il potere, il denaro, le donne e le case che la mafia gli avevano concesso. La risposta che sempre si dava era negativa.
Ma quello che pi di tutto gli pesava era l'incertezza del futuro dei cari rimasti: la terza moglie Cristina e i suoi figli. Conosceva le regole di Cosa Nostra e la ferocia di chi oggi la comandava. Sapeva che Saro non si sarebbe pacificato finch non l'avesse visto sotto tre palmi di terra. Ma lui di morire non aveva paura: sarebbe stata una liberazione per la famiglia. Avrebbero finito di girovagare da un Paese all'altro e di subire continue umiliazioni per colpa sua.
Ecco perch, quando i poliziotti brasiliani andarono a prelevarlo, non fece resistenza. La magistratura italiana, attraverso complessi rituali giuridici e diplomatici, era riuscita a ottenere dalla giustizia locale una rogatoria internazionale per poter estradare il capomafia siciliano.
Il giudice Pellegrino e un suo collega erano arrivati appositamente da Palermo ed erano riusciti a ottenere dalle autorit sudamericane il consenso all'estradizione.
Masino Buscemi aveva tentato di farla finita, avvelenandosi con la stricnina, ma il medico era arrivato in tempo e l'aveva salvato. Fu forse, mentre si trovava in bilico tra la vita e la morte, che Buscemi matur la decisione di collaborare con la giustizia. Ormai Cosa Nostra non era pi l'organizzazione che aveva conosciuto da giovane e per la quale nutriva sentimenti di orgoglio. Ormai i corleonesi l'avevano trasformata in una macelleria dove onore e rispetto non erano pi i valori fondamentali. In quei momenti, mentre l'anima si lacerava tra atroci tormenti e rimorsi per gli errori che l'avevano portato a quelle nefaste conseguenze, aveva preso l'estrema decisione che, in altri tempi, avrebbe rappresentato l'abominio per un uomo d'onore: tradire Cosa Nostra.

Roma, sede della Criminalpol, 15 luglio 1984.

Alle 12,30, don Masino Buscemi entr in una sala nella Questura di Roma. Ad attenderlo, seduti intorno a un piccolo tavolo c'erano i giudici Giovanni Pellegrino e Vincenzo Sanna. In un angolo, in piedi, il dirigente dell'ufficio Gianni De Angelis stava spengendo sul bordo della finestra l'ennesima sigaretta.
Appena si sedette di fronte ai due giudici, Masino Buscemi esord con queste parole: Non sono un traditore e neanche un pentito. Se oggi ho deciso di rinnegare Cosa Nostra e i miei compagni  perch Cosa Nostra non esiste pi. Oggi  un'associazione diretta da psicotici, che torturano e uccidono soltanto per il piacere di farlo. Ai miei tempi ho fatto cose che oggi ritengo riprovevoli, ma sempre per difendere me e la mia famiglia, mai per semplici sospetti o inutili vendette. La mafia era un'altra cosa rispetto a oggi. Le nostre regole erano l'onore, la disciplina, l'amicizia, il rispetto. Tutto questo non c' pi.  stato calpestato da quattro zotici campagnoli che si sono ritrovati una fortuna tra le mani con il commercio della droga e che per questo si ritengono dei padreterni.
Non c'era lo stenografo in sala. Il giudice Pellegrino aveva deciso di tenere la confessione del boss nella massima segretezza. In un grande taccuino era lui stesso a prendere appunti di quanto Buscemi andava dichiarando. Fece scivolare sul tavolo un pacchetto di sigarette e uno Zippo. Don Masino ne estrasse una e se l'accese. Ho preso questa decisione non per avere sconti di pena, sono pronto a pagare interamente il mio debito con la giustizia, ma per dare alle nuove generazioni siciliane la possibilit di evitare di essere infettati da questo cancro della societ.
Per i successivi quarantacinque giorni, i magistrati e don Masino Buscemi s'incontrarono per ascoltare il lungo racconto della mafia, a partire dalla strage di Ciaculli nel 1963, fino ai loro giorni. Con la sua minuta calligrafia, Pellegrino riemp 329 pagine del suo block notes. Buscemi gli spieg l'organigramma di Cosa Nostra: la composizione delle famiglie, il ruolo dei capidecina, quello dei capimandamento e infine la Cupola. Gli raccont com'era nata la prima guerra di mafia, voluta dal Cobra, Michele Cavaterra: per impossessarsi di una parte del territorio palermitano, aveva fatto scontrare la famiglia dei fratelli Russo con quella dei fratelli Labruna. E come la Cupola aveva deciso l'eliminazione di Cavaterra quando scopr il suo doppio gioco. La strage di viale Lazio fu quindi la vendetta della Commissione contro un vigliacco e l'incombenza fu affidata ai corleonesi di Ninuzzu 'u Ciancatu. Parl anche dell'altra guerra di mafia, quella terminata pochi mesi prima.
Ma l non ci fu il vero e proprio confronto tra famiglie avversarie, spieg a Pellegrino. Fu in realt una caccia all'uomo. Saro 'u Vasciu - in palermitano significa il basso - si era messo in testa di eliminare fisicamente tutti i suoi avversari. Una follia che ha portato forse a mille omicidi. Ma nessuno sapr mai la cifra esatta.
Don Masino affront poi i cadaveri eccellenti di Palermo. Il maggiore Giuseppe Rizzo  stato ucciso da Scarpuzzedda. Il mandante dell'assassinio del giudice Cesare Tamburini fu Ninuzzu 'u Ciancatu. Il presidente della regione fu condannato dalla Commissione su suggerimento di Saro. Sempre dal corleonese Saro Rano part l'ordine di uccidere il capitano dei carabinieri Emanuele Florio, cos come quello del segretario regionale della DC. Ninuzzu e Saro in persona eseguirono l'esecuzione del procuratore Pietro Scandurra. Per quanto riguarda l'assassinio del Generale dei carabinieri e di sua moglie, i responsabili materiali furono i catanesi insieme ai corleonesi. Ma era un favore che Saro volle fare a un politico romano che i mafiosi chiamavano u Presid.
Buscemi descrisse ancora i ruoli di alcuni tra i capi di Cosa Nostra, come Michele Russo, il Papa un leccapiedi dei corleonesi, senza spina dorsale, bugiardo e inaffidabile. Scarpuzzedda, un suo cugino, era il pi efferato tra i killer al soldo di Saro. Poi parl del ruolo dei cugini Ignazio e Nino Grasso, tra i pi ricchi contribuenti dell'isola, perch avevano gestito per oltre trent'anni la riscossione delle tasse per conto dello Stato. La loro contiguit con Cosa Nostra era dimostrata, pur senza essere implicati personalmente nelle pi efferate vicende mafiose. Il loro coinvolgimento era limitato all'amicizia con le famiglie Bont, Indelicato e Badaloni.
La testimonianza di Buscemi apr gli occhi su cosa fosse realmente Cosa Nostra. Finalmente fu accertato che si trattava di un'organizzazione verticistica e non un'accozzaglia indisciplinata di bande armate. Come ebbe a dire lo stesso Pellegrino a un giornalista: Prima di Buscemi avevamo un'idea superficiale della mafia. Lui ha saputo darci una visione globale di questo fenomeno, offrendoci le chiavi per poterlo decifrare Con lui ci siamo accostati all'orlo del precipizio, dove nessuno si era mai spinto fino a quel momento perch ogni scusa era buona per rifiutare di vedere, per minimizzare, per negare il carattere monolitico di Cosa Nostra.
Buscemi, nel corso degli interrogatori, si rivel un soggetto estremamente lucido e realistico. Un giorno confid al magistrato: Mi dispiace dirlo, ma ho l'impressione che lo Stato non sia ancora all'altezza per fronteggiare un fenomeno di questa ampiezza e complessit. A parte lei e il vicequestore De Angelis, non credo che lo Stato abbia veramente intenzione di combattere la mafia. Ricordi ci che le sto dicendo. Lei diverr una celebrit dopo questo interrogatorio. Ma cercheranno di distruggerla sia professionalmente sia fisicamente. Con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuder mai, se non con la sua morte. E ora,  sempre disposto a interrogarmi?.

Palermo, 29 settembre 1984.

Dopo l'orribile morte di Rocco Cosentino, non fu semplice trovare un magistrato dalla tempra d'acciaio in una tasca e l'onest nell'altra. Ma, sempre per quella fortunata casualit che spesso la vita ci offre, questa figura fu trovata in un giudice siciliano, di Caltanissetta, con trent'anni di esperienza alle spalle e una gran voglia di proseguire l dove l'opera di Rocco Cosentino era stata interrotta. Il suo nome era Antonino Condorelli.
Nella prima riunione con i suoi giudici istruttori dichiar: Ho intenzione di confermare i metodi e l'organizzazione del lavoro del mio predecessore, il giudice Rocco Cosentino. Voglio la massima circolazione delle acquisizioni processuali per evitare che un singolo giudice possa essere custode di pericolosi segreti. Tra noi dovr esserci una stretta socializzazione. In poche parole, dovremo formare un pool, un organismo unico con tante teste che dovr occuparsi esclusivamente di indagini antimafia. Noi del pool saremo esonerati dalla routine giudiziaria.
Le indagini, iniziate con la deposizione-fiume di don Masino Buscemi portarono alla firma di 366 ordini di cattura. Furono definiti nei dettagli i moventi e l'esecuzione materiale di 121 omicidi. Per gestire questa mole di documenti, fu necessario riunire uno staff di cinque sostituti procuratori e di due giudici istruttori che lavorarono per tutta la notte tra il 28 e il 29 settembre allo scopo di spiccare tutti gli ordini di cattura da far eseguire a polizia e carabinieri la mattina successiva.
Il blitz delle forze dell'ordine fu operato nel giorno di San Michele e fu considerata l'operazione antimafia pi importante del secolo. L'istruttoria incastr non soltanto i boss, ma anche i politici dei palazzi romani collusi con Cosa Nostra. In una sola notte, intere cosche furono arrestate e trasferite in sette carceri di massima sicurezza. L'Ucciardone, la prigione di Palermo, in quest'occasione non fu presa in considerazione dai magistrati, per la sua inaffidabilit. Presto finirono persino le manette per arrestare i boss mafiosi e i loro affiliati, e si ricorse agli stringifili degli elettricisti.
Con quest'operazione, con cui vennero assicurati alla giustizia due terzi dei ricercati, furono gettate le basi del futuro maxiprocesso di Palermo.

17. Caccia ai pentiti.

Palermo, 28 luglio 1985.

Il blitz di San Michele sembrava aver messo in ginocchio l'organizzazione mafiosa. Era bello pensarlo, ma le cose non stavano esattamente in questo modo. Erano stati rinchiusi nelle carceri molti capifamiglia, i vertici della Cupola per erano ancora a piede libero.
Per questa ragione la Catturandi non smontava mai dal servizio. La ricerca dei boss latitanti, come Saro Rano e Piddu 'u Tignusu, occupava gran parte delle loro giornate. Il commissario Beppe Marciano, non smetteva mai di fare lo sbirro, neanche di domenica. Se usciva in mare con la sua ragazza, con la scusa di pescare, non perdeva l'occasione di setacciare le zone costiere di Porticello, Mongerbino e Santa Flavia, dove sperava di scoprire i nascondigli dei latitanti. Ma questa sua attivit investigativa, da parte degli uomini di Cosa Nostra, era vissuta come un'invasione in territori che erano di loro esclusivo dominio.
Mentre il gozzo di Marciano navigava bordeggiando la costa, sulla terraferma, nascosti dietro i vasi di gerani, in un assordante frinire di cicale, due mafiosi lo avevano allineato nei loro binocoli. Il commissario Marciano ci scassa la minchia anche di domenica, disse uno dei due.
L'altro inquadr nel suo binocolo il commissario, che stava anche lui esplorando la terraferma con un cannocchiale. Guarda 'sta minchia, cornuto, gli fece eco il secondo, come se Marciano potesse ascoltarlo.
Nel tardo pomeriggio il commissario e la sua ragazza, dopo aver fatto il bagno nelle acque cristalline di fronte al lungomare, rientrarono a Porticello. Nel caratteristico ricovero marinaro, Marciano ormeggi il motoscafo, affidandolo alla cura di un amico pescatore. Mentre la sua ragazza si avviava alla macchina, due ceffi si nascosero dietro un barcone tirato in secca. Uno era mancino e impugn una .38. L'altro stringeva una .357 Magnum e si schiacci contro la chiglia del barcone.
Marciano si era trattenuto con l'amico pescatore per scambiare un saluto. Raggiunse la giovane fidanzata, che si era attardata a un chiosco a bere una limonata.
Alle spalle del commissario comparve il mancino, emergendo da un cumulo di reti. Urlando, scand il suo nome.
Il poliziotto si volt, fece appena in tempo a percepire il pericolo, quando il killer gli esplose contro alcuni colpi della .38. Da dietro la barca comparve anche il secondo killer, che a sua volta fece fuoco contro il commissario, centrandolo in pieno. Il mancino si avvicin a Marciano per sparare il colpo di grazia, ma il commissario allung una mano per afferrarlo, imbrattandogli la maglia di sangue. Il mancino si liber dalla presa e prefer allontanarsi.
La fidanzata, udendo gli spari, si gir appena in tempo per vedere il suo uomo crollare a terra. Lanci un urlo disperato e fece cadere il bicchiere con la limonata.
I due assassini si allontanarono dal luogo dell'agguato senza voltarsi.
La giovane donna corse verso il fidanzato, lo abbracci sconvolta, sollevandolo da terra e cercando di tamponare con il palmo della mano le ferite da dove vedeva pulsare il sangue. Ripet il suo nome all'infinito... ma Beppe Marciano spir poco dopo tra le sue braccia.
I sicari si diressero verso una Giulietta bianca, il cane di un cantiere navale per si avvent su di loro. Il mancino, con estremo sangue freddo, gli spar a bruciapelo, abbattendolo.
Un operaio del cantiere che aveva assistito all'esecuzione del commissario e del proprio cane, vide i due salire sulla Giulietta e allontanarsi dal porticciolo a tutta velocit.
Qualche minuto dopo, l'area del porto brulicava di poliziotti. Il vicequestore Ninni Moncada stava interrogando l'operaio del cantiere, che seppe dargli informazioni molto particolareggiate sulla Giulietta e sull'et dei due sicari, giovanissimi.
Il corpo del commissario Marciano era stato coperto da un lenzuolo. Intorno, i suoi colleghi raccoglievano indizi. Qualcuno piangeva e altri erano furiosi: per sfogare la loro impotenza prendevano a calci qualsiasi oggetto si presentasse a tiro dei loro scarponi. In un angolo, piegata in due, la fidanzata era rimasta annichilita dal dolore ed era inutilmente consolata da alcune amiche.
La spietata esecuzione del commissario Beppe Marciano stava a dimostrare che i viddani di Tot Riina erano pi che mai decisi a difendere il proprio territorio.
Qualche ora pi tardi, la Giulietta bianca fu vista in una strada del quartiere Brancaccio. Qualcuno annot le prime cifre della targa. La polizia fece uno sforzo immane scandagliando i registri della Motorizzazione. Furono controllate diecimila auto di quel tipo, la Giulietta era un modello molto in voga all'epoca. La rosa delle auto sospette si restrinse a un piccolo nucleo di esemplari, finch non ne fu identificata la targa. Il proprietario era un certo Salvatore Mariani, un calciatore di venticinque anni. Il giovane apparteneva a una famiglia poverissima della popolare borgata di Sant'Erasmo.
Una squadra della Mobile fece irruzione nella sua abitazione e lo sorprese mentre dormiva, come se nulla fosse successo. All'alba Mariani fu prelevato dalla casa della madre, venne fatto salire su un'auto della polizia che si allontan a tutta velocit verso il commissariato.
Salvatore Mariani sostenne di non essersi mai mosso da Palermo. Di non essere mai stato al porticciolo di Santa Flavia. Domenica era rimasto tutto il giorno alla spiaggia di Mondello. Indic alcuni amici a conferma del suo alibi. Questi furono interrogati, ma tutti lo smentirono: non era stato con loro quella domenica.
Nel frattempo gli uomini della Catturandi si erano precipitati nella sua abitazione e nella stanzetta, Moncada trov in una borsa sopra un armadio, 34 milioni di lire.
La Mobile gli chiese la provenienza di tutti quei soldi. Era il salario per aver ammazzato il commissario Marciano?
Mariani sostenne di aver ricevuto quel denaro come ingaggio dalla squadra di calcio. Pi tardi i dirigenti della societ sportiva negarono di avere mai pagato una somma del genere. Finalmente gli investigatori trovarono il corpo del reato: una maglietta insanguinata. Era la prova che cercavano. Ormai gli inquirenti erano certi che Mariani fosse implicato nell'omicidio del commissario Marciano.
Nella stanza degli interrogatori della questura c'erano cinque poliziotti. Tutti avrebbero voluto spaccare la testa al giovane criminale. Ma si trattenevano. A turno gli gridavano nelle orecchie: Chi sono i tuoi complici?
Parla, non fare il coglione. Non ti prendere tutta la colpa, gli urlavano.
Dicci il nome dell'altro bastardo! Sappiamo che eravate in due!.
Nella stanza entr un commissario. Aveva ricevuto la notizia del ritrovamento della maglietta insanguinata da Ninni Moncada. La stavano portando alla scientifica per verificare che fosse proprio di Beppe Marciano. Di fronte a quell'informazione, i cinque poliziotti scatenarono il loro livore contro il giovane calciatore.
Bastardo! Abbiamo trovato a casa tua la maglia con il sangue del commissario Marciano.
Era nascosta nella tua stanza. Cos ti becchi l'ergastolo e buttiamo la chiave.
Non potevano fare a meno di colpirlo.
Hai assassinato un commissario!. Un agente gli sferr un pugno sul naso, facendogli uscire un fiotto di sangue che gli imbratt il mento e il collo.
Confessa! Dicci chi era l'altro killer?.
Decisi a fargli vuotare il sacco, infuriati per la morte del loro amato commissario, i poliziotti si alternarono nel serrato interrogatorio per tutta la notte. All'alba, Marciano fu colto da un collasso. Il ragazzo fu portato in ospedale, quando ormai era evidente che non c'era pi nulla da fare per lui. I giornali di tutto il mondo pubblicarono la fotografia del cadavere tumefatto all'obitorio.
I funerali si trasformarono in un'orgia di invettive e strepiti contro le forze dell'ordine. Familiari, amici e un fiume di provocatori portarono a spalla la bara bianca di Salvatore Mariani correndo per mezza citt, chiedendo vendetta e gridando Poliziotti assassini.
Tutto ci che di buono e di positivo era stato fatto fino a quel momento, all'improvviso croll, come la speranza di molti siciliani, che avevano visto nell'azione delle forze dell'ordine un sincero sforzo per riportare ordine e legalit nell'isola.
Quella sera le telescriventi dei giornali batterono la sconvolgente notizia che il ministro dell'interno aveva rimosso il capo della Squadra Mobile, il capitano dei carabinieri e il dirigente della sezione antirapine. In un colpo solo era stato decapitato il vertice della polizia. Tutti gli agenti rimossi finirono in carcere con il capo d'accusa di omicidio colposo.
Probabilmente le cosche mafiose quella sera brindarono per l'insperato successo.
Ninni Moncada prov la netta sensazione di aver perduto la partita, proprio quando la vittoria sembrava a portata di mano. Gli tornarono in mente le parole dette dal Generale: Quando sei molto forte ma vieni isolato,  in quel momento che la mafia colpisce.
Ora, anche lui era in pericolo di vita. I suoi uomini si offrirono volontari per fargli da scorta. Moncada cerc di dissuaderli, ma i suoi ragazzi non mollarono. Uno di loro, Roberto Trapani, rinunci persino alle ferie, pur di stargli vicino per proteggerlo. Gli amici lo convinsero anche a cambiare casa. L'abitazione al primo piano con giardino non era sicura. Gli trovano un appartamento all'ottavo piano al centro di Palermo.
In quel periodo, dopo l'autobomba di Rocco Cosentino, in citt erano spuntate le zone rimozione. Era vietato sostare davanti ai palazzi dei giudici e dei funzionari di polizia. Un'utile precauzione. Ma sarebbe stata sufficiente a fermare la ferocia dei corleonesi?
Una sera arriv una telefonata a casa del commissario Moncada. Rispose la moglie: Pronto?.
Una voce contraffatta domand: Signora, telefono per un censimento. Quanti siete in famiglia?.
La moglie ebbe un tuffo al cuore e riusc a chiedere: Ma chi parla?.
La voce continu in falsetto: Se non me lo vuole dire, non importa... tanto vi ammazzeremo tutti.

18. Il blitz di San Crispino.

La procura di Palermo, e in particolare il giudice Giovanni Pellegrino, premevano sul pedale dell'acceleratore per non smorzare l'onda di consenso che aveva suscitato il blitz di San Michele.
Pellegrino aveva a disposizione un altro importante pentito da far parlare: Totuccio Condello.
Tempo prima il commissario Ninni Moncada era riuscito a convincerlo a collaborare con la giustizia. Ma Condello si era limitato a dargli una mano nel redigere la famosa mappa dei 162. Gli aveva rivelato il possibile covo di Montalto, il boss di Villabate, ma niente di pi. Ora invece Pellegrino, nel preparare l'istruttoria del maxiprocesso, voleva dei riscontri alle confessioni di Buscemi. Condello era l'unico che poteva convalidarle. E doveva rivelare qualcosa di pi specifico, se voleva godere dell'aiuto dello Stato.
Nin Moncada era diventato suo amico, per quanto un commissario possa essere amico di un mafioso, anche se pentito. Ogni volta che lo andava a trovare nelle carceri di massima sicurezza del continente, il poliziotto gli portava un vassoio di cannoli alla ricotta, di cui Condello era molto ghiotto.
Durante l'ultima visita, il commissario prov a toccare le corde della rispettabilit. Gli disse che don Masino Buscemi aveva raccontato tutto ci che sapeva su Cosa Nostra. Aveva fatto nomi e svelato i responsabili di alcuni delitti eccellenti.
Ma non devi pensare che sia un traditore, lo tranquillizz alla fine. Lui stesso ha detto che questa Cosa Nostra  stata corrotta dai corleonesi. Non  pi l'organizzazione che sopra ogni cosa metteva l'onore e il rispetto dei suoi uomini. Saro 'u Vasciu non ha riguardo per nessuno. Uccide i suoi stessi amici per timore che un giorno possano prendere il sopravvento.  un infame traditore. Buscemi ti manda a dire, se ancora nutri fiducia nei suoi confronti, di sentirti sciolto dal giuramento di fedelt perch Saro per primo ha rinnegato la loro tradizione.
Totuccio era confuso e stupito dall'esortazione di don Masino. Pensava di essere un infame, un vigliacco, ma se il suo boss gli comunicava una cosa del genere, allora c'era ancora speranza di potersi riscattare.
Voglio sentirmi dire queste cose direttamente da lui, implor Totuccio. Lo voglio incontrare.
Don Masino Buscemi viveva in una localit segreta. Incontrarlo era molto complicato, ma il commissario Moncada mosse tutte le sue pedine al ministero e alla procura per ottenere i permessi necessari.
Il detenuto fu incappucciato e viaggi in macchina per molte ore, fino ad arrivare a destinazione. Lo accompagnava Moncada e un agente della Criminalpol.
Quando il commissario gli tolse la benda, furono necessari diversi minuti per farlo abituare alla luce. Era notte e si trovava in una stanza disadorna. Davanti a lui, imponente come sempre, con un mesto sorriso dipinto sul caratteristico volto da indio, c'era don Masino Buscemi, il suo boss.
Un velo di commozione avvolse il suo sguardo. Istintivamente, s'inginocchi, come davanti a un idolo. Buscemi si apr in un sorriso e lo aiut ad alzarsi.
Totuccio,  bello vederti ancora in vita.
Il killer lo abbracci come un padre. Don Masino, mi fate un grande privilegio.
I due si strinsero forte per un lungo istante, poi si staccarono. Vi trovo in ottima forma, gli disse Totuccio.
Qui mi fanno ingrassare. Mangio e dormo. Non faccio altro, rispose Buscemi.
Padrino, disse infine Condello, facendosi coraggio, sono venuto meno al giuramento di omert. Ma l'ho fatto per rendere la vita difficile a quel bastardo di 'u Vasciu.
So che ti ha sterminato la famiglia e ha fatto lo stesso con me, rispose pacatamente Buscemi senza tradire alcuna emozione. Anch'io ho raccontato tutto. Perch ormai Cosa Nostra non esiste pi. Quei corleonesi l'hanno uccisa. Sei sciolto dal tuo giuramento, Totuccio. Puoi parlare liberamente.
Quello che Condello rivel, complet il quadro dato da Buscemi e a volte lo ampli, raccontando ci che era successo dentro la Cupola negli anni in cui lui si trovava in Brasile. Dilat gli orizzonti dell'indotto mafioso, spiegando il coinvolgimento nell'organizzazione criminale di professionisti, medici, avvocati, commercianti e imprenditori ritenuti al di sopra di ogni sospetto e considerati fino a quel momento esterni a Cosa Nostra.
Le informazioni di Totuccio furono preziose, tanto che il giudice Pellegrino se ne serv per firmare un'altra valanga di ordini di cattura, esattamente 127.
Ninni Moncada ebbe il privilegio di serrare le manette al democristiano don Vito Pergolizzi. Una leggenda a Palermo perch considerato uno degli Intoccabili. Di lui si raccontavano storie a dir poco inverosimili, come il rilascio in una sola notte di 2500 delibere ad altrettanti prestanome avviando la pi distruttiva delle speculazioni edilizie subita da Palermo nella sua storia. Le testimonianze di Masino Buscemi l'avevano inchiodato alle sue responsabilit di uomo di Cosa Nostra, legato ai corleonesi.
L'impunit cadde anche per i potenti cugini Nino e Ignazio Grasso di Salemi. I ricchissimi esattori delle imposte siciliane furono accusati dal giudice Pellegrino di associazione di tipo mafioso.
Era la caduta della casta degli Intoccabili. Iniziava a mettersi in moto il gigantesco meccanismo del maxiprocesso istruito dai giudici Condorelli e Pellegrino.
Il giorno dopo il blitz di San Crispino, ventimila ragazzi siciliani sfilarono davanti al Palazzo del tribunale e agli uffici della questura.
Era una fredda giornata invernale, ma il sole splendeva e illuminava quei ventimila giovani accorsi con i pullman da ogni provincia della Sicilia a urlare il dolore per gli eroi morti, il loro dissenso contro la mafia e il plauso per le forze dell'ordine.
Spiegarono al vento gli striscioni preparati a scuola e sfilarono per le vie della citt. Urlavano: Dalle Alpi alla Sicilia, uniti contro la mafia. Una vera rivoluzione culturale, fino a qualche giorno prima impossibile da immaginare.
Gli adulti si accodarono al corteo di quei giovani che reclamavano una vita dignitosa e onesta. La societ civile, per la prima volta, manifestava il suo dissenso.
In questura Ninni Moncada e i suoi uomini, alla vista di quei ragazzi allegri e chiassosi, si commossero senza pudore. Non erano abituati ad avere il consenso della popolazione. Fu un grande passo avanti nella lotta contro Cosa Nostra.

19. La cambiale di Moncada.

Palermo, 6 agosto 1985.

Per preparare il blitz, gli uomini della squadra Catturandi da tre settimane dormivano poche ore a notte, si erano sfamati con tramezzini ingoiati velocemente sulle scrivanie dell'ufficio, dimenticando di avere figli e mogli che a casa domandavano quale fine avessero fatto.
Grande poi fu la delusione di tutti, quando ai funerali del commissario Beppe Marciano non si present neppure un politico. Ninni Moncada era infuriato per quella mancanza di sensibilit. Quando c'era da dare un segnale ed essere vicini a chi sacrificava la propria vita per la sicurezza dei cittadini, nemmeno un'autorit aveva il coraggio di farsi avanti.
Quei Soloni da salotto si fanno belli con la stampa e la televisione con il sangue e il sudore versati da noi poliziotti, urlava il commissario Moncada nei corridoi della questura. A loro non gliene frega niente se moriamo ammazzati! Sono stanco di ingoiare panini di merda. Ragazzi, oggi si torna a casa. Natale, va a prendere la macchina. Roberto, andiamo a mangiare da cristiani, con i piedi sotto il tavolo, un bel piatto di spaghetti fumanti... preparatevi, intanto telefono a mia moglie.
L'Alfetta blindata usc sgommando dal portone della questura di Palermo di piazza della Vittoria, in direzione della casa del vicequestore. I tre, nonostante tutto, erano felici, come se stessero marinando la scuola. Al volante, come al solito c'era Natale Monaci, accanto a lui sedeva Moncada e sul sedile posteriore Roberto Trapani.
Un uomo entr nell'ufficio del vicequestore, apparentemente per cercare dei faldoni. Dalla finestra vide l'auto perdersi nel traffico della citt. Si avvicin al telefono e compose un numero... quando dall'altra parte del filo gli risposero, sussurr nella cornetta: Sono partiti....
Nel frattempo, Laura, la moglie di Moncada, con la figlioletta Elvira di due anni in braccio, stava preparando il sugo e l'acqua della pasta per una improvvisata spaghettata. Era allegra anche lei, perch erano giorni che non riusciva scambiare due parole con il marito. Lui arrivava quando lei stava per andare a dormire e all'alba era gi in piedi, con l'Alfetta sotto il portone e Natale ad aspettarlo, in mano la prima edizione del giornale.
Ma una diabolica volont stava congiurando contro di loro.
Una squadra formata da nove killer armati di fucili e kalashnikov, comandati da Scarpuzzedda, si dispose a raggiera davanti al portone dell'abitazione di Moncada, nascondendosi dietro le finestre di un palazzo in costruzione. Ingannavano l'attesa accendendosi una sigaretta. Uno di loro strapp la plastica che chiudeva una delle finestre. Scarpuzzedda si tolse i Ray Ban e li ripose accuratamente nella tasca della camicia.
Il sudore imperlava le loro fronti e non soltanto per il caldo afoso di quella giornata. 'U Vasciu era stato chiaro: Dovete tornare con il porco arrostito. Altrimenti, vi faccio assaggiare il mio piombo.
Laura, con Elvira in braccio, si affacci al balcone dell'ottavo piano in attesa dell'arrivo del marito. Non not alcun movimento sospetto intorno al palazzo in costruzione perch per i muratori era l'ora del pranzo.
Sent il rombo del motore dell'Alfetta. Si sporse di nuovo dal parapetto e la vide spuntare dal viale. Ecco pap. Fai ciao a papino, disse con un sorriso alla piccola, che si divincol per scendere e andare incontro al padre.
Anche gli uomini del commando udirono il rombo dell'Alfetta e prepararono i fucili mitragliatori, in attesa di entrare in azione.
Michele ferm la macchina proprio davanti al portone. Roberto balz gi e corse ad aprire la portiera al suo capo.
Antonino Moncada scese dall'auto blindata e la prima cosa che fece fu alzare lo sguardo per cercare la moglie. La vide e le fece un gesto scherzoso, indicando i due nuovi ospiti.
Lei gli rispose scuotendo la testa con un sorriso di rimprovero, come per dire non cambi mai....
I killer, con i nervi tesi, l'indice contratto sui grilletti, aspettavano che il commissario si spostasse. Il primo a sparare sarebbe stato Scarpuzzedda, quindi attendevano di udire la prima raffica.
Moncada si allontan dall'Alfetta dirigendosi verso i tre gradini che conducevano all'atrio del palazzo. Dietro di lui, Roberto Trapani, con la pistola in pugno, si guard intorno, com'era sua abitudine. Tutto sembrava tranquillo. Segu Moncada, mentre Natale Monaci, l'autista, si attardava a togliere le chiavi dal cruscotto e a richiudere lo sportello del portaoggetti, da dove aveva preso la rivoltella. Dal palazzo di fronte part una scarica di colpi. Era quella che i killer chiamavano la raffica di puntamento: serviva per inquadrare meglio la vittima nel mirino e stabilire la traiettoria dei proiettili.
Ai primi spari, Laura lanci un urlo. Vide da dove partivano e grid: Ninni!.
Un attimo dopo si scaten l'inferno. Una valanga di proiettili invest il cemento, il legno, i vetri e la carne delle vittime. I kalashnikov vomitarono centinaia di pallottole contro i tre obiettivi. Moncada fu colpito da due proiettili: uno gli tranci il gomito e il secondo gli for l'aorta. Si accasci all'entrata del portone con un rantolo. Cercava di trascinarsi per raggiungere le scale, lasciando dietro di s una scia di sangue.
Il gruppo di fuoco dei killer fu implacabile. Non appena il caricatore finiva, ne innestavano un secondo e riprendevano a sparare.
Il giovane agente Trapani venne colpito alla testa e croll sul marciapiede. Aveva tentato di proteggere il commissario, ma cadde dietro di lui, senza un gemito.
Natale Monaci, l'autista, si sdrai sul pavimento dell'auto blindata e cerc di rispondere al fuoco. La blindatura lo salv. Ma la pioggia di fuoco sembrava non avere mai fine.
Laura, disperata per la sua impotenza, senza farsi prendere dal panico rientr in casa, afferr la piccola e si precipit gi per le scale. Buss disperata alle porte dei pianerottoli, mentre la bambina, spaventata per la reazione della madre, piangeva senza tregua.
Aiuto! Aiutatemi... Aprite! Aiutatemi vi prego!, si lamentava la donna prendendo a pugni le porte. Ma nessuno ebbe il coraggio di affacciarsi. Finalmente una porta del secondo piano si spalanc. Era un'anziana pensionata che, senza giri di parole, le afferr la bambina piangente strappandogliela dalle braccia.
Laura scese di corsa le ultime rampe delle scale.
Moncada si era trascinato fin nell'atrio. Dalla gamba il sangue usciva a fiotti. In un estremo sforzo allung la mano verso la moglie per cercare aiuto. Laura si gett a terra e lo abbracci, stringendolo a s folle di disperazione...
Ninni! Amore mio! Apri gli occhi! Ninni! Non mi lasciare! Aiuto! Chiamate l'ospedale! Qualcuno mi aiuti! Vi prego... Ninni....
Moncada non poteva pi risponderle perch era gi morto.
Quando Laura se ne rese conto, un urlo disumano, riverberato dal pozzo delle scale, fece rabbrividire gli inquilini rinserrati dietro le porte dei loro appartamenti. Lo stesso Saro sarebbe rabbrividito, se lo avesse potuto udire.
Con la morte di Moncada e la decapitazione dei vertici della polizia, voluta dal ministro degli Interni, se ne andava un importante pezzo dello Stato impegnato nella lotta alla mafia. Le cosche dei corleonesi avevano perduto una battaglia, ma la guerra era ancora lunga e la morte di uno dei loro pi acerrimi nemici fu salutata stappando bottiglie di moeschandom.
Ma gli uomini delle istituzioni non brindarono di certo. Laura rifiut i funerali di Stato per suo marito e vegli la salma sola con i suoi cari.
I colleghi di Roberto Trapani sottrassero il feretro alle esequie ufficiali e lo esposero nelle stanze della Squadra mobile, lontano da quelle della Questura, avvolgendo la bara con la bandiera tricolore e ponendo su di essa il berretto dell'eroico agente. Pi tardi, in cattedrale, si svolsero i solenni funerali. I politici che intervennero furono fischiati e osteggiati dalla folla.
La sfida dei corleonesi nel confronti dello Stato aveva ottenuto i risultati sperati. Saro 'u Vasciu aveva dimostrato che le maxi retate dei mesi passati non avevano minimamente scalfito la potenza militare del suo esercito di mafiosi. L'artefice morale di questa vittoria doveva essere considerato in verit Scarpuzzedda: era lui ad aver saputo organizzare alla perfezione un gruppo di fuoco senza uguali nella storia della mafia. Era lui che aveva portato a termine il compito di uccidere il Generale e tante altre eccellenze diventate cadaveri. Saro aveva voluto gratificarlo offrendogli un posto all'interno della Cupola.
Per i ragazzi pi giovani, Scarpuzzedda era diventato cos una sorta di eroe, un mito da imitare. Facevano la fila per andarlo a conoscere di persona e stringergli la mano.
Con il passare del tempo, per, questa popolarit cominci a infastidire Saro Rano, che vedeva nemici e complotti dietro ogni porta. Un tarlo cominci a rodergli il cervello: e se Scarpuzzedda si fosse montato la testa e gli fosse venuto in mente di farlo fuori per prendere il suo posto? Quello era talmente pazzo che avrebbe anche potuto pensare a un'azione del genere.
Saro, come tutti i contadini che si rispettano, voleva certezza nella vita e cos prese la sua decisione. Parl con il migliore amico di Scarpuzzedda.
Cos funzionava tra i corleonesi: se il boss chiedeva di ammazzare il tuo migliore amico, non ci si poteva tirare indietro, a meno di non farsi arrestare dalla polizia, come aveva fatto tempo prima Condello pur di non dover uccidere l'amico fraterno Buscemi.
Io lo faccio, Saro, gli rispose non senza qualche timore Giuseppe Morgante. Ma la Commissione  d'accordo?
Di che ti preoccupi, Pinuccio? Qui  meglio tenere la bocca cucita perch, se Scarpuzzedda lo venisse a sapere, ci tocca scappare tutti a nasconderci: quello sarebbe capace di entrare in una caserma dei carabinieri e sparare a tutti i militari.
Morgante non era contento di quell'incombenza. Sapeva quanto era pericoloso Scarpuzzedda. Non poteva sbagliare. Visto l'affetto che lo legava a lui, temeva che all'ultimo gli tremassero le mani e le gambe.
Una mattina and a trovare l'amico con il pretesto di portarlo al mare. Scarpuzzedda era ancora in pigiama. Entr in cucina per preparargli il caff. Non poteva sfiorargli il pensiero che Giuseppe Morgante, il suo amico Pinuccio, era andato ad ammazzarlo. Prepar la moka e accese il fornello. Facendo l'errore di voltare le spalle all'amico. Morgante gli si avvicin, estrasse la pistola e gli spar un colpo alla nuca. Scarpuzzedda croll sul fornello acceso e il killer dovette faticare non poco per spengere le fiamme che avevano avvolto il pigiama della vittima.
Prima che fosse sciolto nell'acido, Saro volle vedere personalmente il cadavere del suo pi abile e fidato sicario. Voleva accertarsi che il lavoro fosse stato portato davvero a termine. Come molti contadini, non si fidava di nessuno.
Scost la coperta che copriva la salma di Scarpuzzedda. Ispezion il foro del proiettile nella nuca, quindi si sollev e si compliment con il traditore: Bravo Pinuccio, ti sei guadagnato la nomina a capocosca. Il suo territorio ora  tuo.
Scarpuzzedda non fu che il primo dei giovani mafiosi che 'u Vasciu fece eliminare dopo che si erano guadagnati la sua stima.
Il segnale di forza che Cosa Nostra aveva lanciato, uccidendo prima il commissario Marciano e poi il vicequestore Moncada, smorz gli entusiasmi di tutti coloro che speravano in una riscossa dello Stato.
E la morte di Salvatore Mariani durante l'interrogatorio nella questura palermitana aveva avuto l'effetto di un terremoto. Una decina di poliziotti e carabinieri furono indagati per omicidio preterintenzionale. Natale Monaci, l'autista di Ninni Moncada, salvatosi fortunosamente dal mortale agguato al suo capo, fu accusato di essere colluso con la mafia. I dirigenti di tutte le sezioni della Squadra mobile furono trasferiti in altre sedi.
L'opinione pubblica era frastornata, gli uomini delle istituzioni si sentivano indifesi, i magistrati avevano netta la sensazione di aver costruito il castello istruttorio del maxiprocesso su fondamenta di sabbia. Avevano capito che, se veniva a mancare la partecipazione della gente e l'appoggio degli apparati statali, per loro sarebbe stata la fine.
Il maxiprocesso diventa inutile se non si arrestano i latitanti, confid in un momento di sconforto uno dei giudici del pool a un giornalista. Un esercito di picciotti e colonnelli erano stati assicurati alle patrie galere, ma all'appello mancavano tutti i grandi boss. Molti erano latitanti da decenni, come lo stesso Saro e Piddu 'u Tignusu.
Gli addetti alla sicurezza cominciarono a temere per la vita dei giudici e dei loro stessi familiari.
Passato ferragosto, una mattina di buon'ora agenti dei servizi segreti si presentarono nelle case di Pellegrino e Santonocito. Comunicarono loro che avevano poche ore per fare i bagagli e radunare tutti i faldoni dell'istruttoria. Avrebbero lavorato all'ordinanza di rinvio a giudizio in un luogo sicuro, lontano dalla pressione psicologica di Palermo. La destinazione, per, doveva rimanere segretissima perch temevano una fuga di notizie.
Un aereo militare li attendeva a Punta Raisi. In quarantott'ore i due giudici, con le rispettive famiglie, furono portati ad Alghero e da qui, su due auto a Porto Torres, dove s'imbarcarono su una motovedetta del carcere dell'Asinara.
La foresteria di Capo d'Oliva fu il loro nuovo ufficio per i successivi quarantacinque giorni.
All'Asinara i due giudici, con l'aiuto degli altri magistrati del pool, redassero i capi d'accusa per le centinaia di mafiosi coinvolti nella maxi indagine.
Alla fine, lo Stato present anche il conto: diecimila lire al giorno per la foresteria, oltre ai pasti consumati da loro e dai rispettivi familiari. Avrebbero potuto chiedere il rimborso, ma no lo fecero perch avevano cose ben pi importanti da fare.
Quell'estate i magistrati del pool produssero quarantadue volumi di accuse contro i 474 imputati, per un totale di 8067 pagine.
Era un documento di importanza universale.
Per la prima volta si istruiva un processo contro l'organizzazione mafioso denominata Cosa Nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l'intimidazione, ha seminato morte e terrore nell'intero Paese.
Per la prima volta venivano indicati per nome e cognome i responsabili di centinaia di omicidi, eseguiti per conto di un'organizzazione monolitica e verticistica.
Per la prima volta venivano denunciate le trame di ferocia, morte e strage attuate per spargere terrore e intimidazione tra la popolazione e le stesse istituzioni.
Come aveva potuto Cosa Nostra diventare tanto potente? I giudici scrissero: Per troppi anni c' stata disattenzione da parte delle istituzioni del fenomeno mafioso. Malgrado alcuni brillanti investigatori, agendo a volte in sostanziale isolamento essendo circondati dal generale scetticismo, abbiano investigato a fondo penetrando nei segreti delle cosche e in particolare di quelle dei corleonesi, spesso inspiegabili ritardi sul piano giudiziario rendevano vani i loro sforzi.
Mai la mafia era stata messa cos a nudo di fronte all'Italia e al mondo intero. Lo Stato ora chiedeva il conto in un processo che si annunciava senza precedenti. Sarebbero riusciti i magistrati del pool a mettere alle corde Cosa Nostra?
Nella sua villa, alla periferia di Palermo, Saro Rano seppe dell'istruttoria e dell'imminente maxiprocesso dal suo nuovo luogotenente, Giovanni Bova, il macellaio di tanti cristiani passati a miglior vita nel mattatoio di Bagheria.
Quel cornutu di magistrato assai ha campato, gli disse fissando il muraglione del giardino che lo nascondeva dalla vista della gente comune.
Bova cap che quelle parole erano un'esplicita condanna a morte contro il giudice Giovanni Pellegrino.

Per l'esecuzione del vicequestore Antonino Moncada, medaglia d'oro al valor civile, furono condannati all'ergastolo, come mandanti dell'omicidio, Saro Rano, Piddu 'u Tignusu, Michele Russo, il Papa, Bernardo Bova e Francesco Messina.
L'autista Natale Monaci, che si salv dall'agguato di via Croce Rossa, fu riabilitato, ma anche lui, a distanza di tre anni, venne ucciso dalla mafia.
Furono condannati per la morte del commissario Beppe Marciano, medaglia d'oro al valor civile, Pino Russo, detto Scarpuzzedda, e Mariuzzo, mentre fu accertata la partecipazione di Salvatore Mariani come fiancheggiatore.
I killer dell'agente Calogero Zagarella, medaglia d'oro al valor civile, furono individuati sempre in Mariuzzo e Scarpuzzedda.

LIBRO 4.

Lo Stato a Corleone.

1. Chnati alla tempesta.

La paranoia di Saro Rano era leggendaria tra i suoi uomini, persino maestosa nella sua astrattezza. I suoi pi crudeli killer, pure Piddu 'u Tignusu, il miglior amico, tremavano quando partiva con uno dei suoi discorsi moraleggianti che terminavano invariabilmente con la condanna a morte di qualche ignaro malcapitato. Non aveva piet per nessuno, Saro, e sospettava di tutti, anche dello stesso Piddu. In particolar modo da quando uno dei capi storici di Cosa Nostra, don Masino Buscemi, aveva rotto il patto di omert, andando a raccontare al giudice Pellegrino gran parte dei loro segreti. Da quel giorno il carattere di Rano era peggiorato. Quando poi il pool di magistrati era riuscito a completare l'istruttoria e a dare inizio al maxiprocesso, portando alla sbarra pi di 400 presunti mafiosi, la ragione si era spenta nel suo cervello e aveva preso il sopravvento il solo istinto di sopravvivenza.
Saro era invidioso dei suoi stessi subordinati e quando avvertiva che stavano conquistando ascendente e simpatia presso gli altri uomini della famiglia, decideva di disfarsene, anche se erano efficienti e fedeli. Cos era avvenuto con Pino Russo, detto Scarpuzzedda, il suo killer pi fidato, fatto uccidere a tradimento da un suo stesso amico; e ora stava mandando in scena la stessa tragedia con 'u Tignusu, l'amico pi caro e fidato.
Piddu era molto diverso da lui. Era pi riflessivo, non aveva improvvisi e isterici scatti d'ira, come invece spesso capitavano a Saro, inoltre era gradito alle famiglie palermitane che si erano alleate con i corleonesi. Alla lunga, avevano finito per trattarlo alla pari, cosa che invece a Saro non era riuscito, perch appariva sempre come un mortale nemico.
Questa popolarit di Piddu lo disturbava e lo rendeva geloso. Temeva che con il tempo potesse mettersi strane idee nella testa, fino a prendere il sopravvento e impadronirsi della leadership dei corleonesi. Per questo aveva deciso di tenerlo sotto controllo, voleva valutarne la fedelt.
Per sua fortuna, 'u Tignusu era un uomo tranquillo. Non era competitivo, l'idea del potere non lo ossessionava, come invece tormentava Saro. Si accontentava dei suoi traffici e viveva la vita con sobriet. In questo era molto simile al suo antico compagno di scorribande. Anche Saro non amava ostentare i simboli della ricchezza. Faceva eccezione soltanto per sua moglie, alla quale non riusciva a negare preziosi regali, soprattutto pellicce, il sogno di tutte le donne.
Un giorno, Rano aveva convocato una riunione nell'abitazione estiva di uno dei suoi capimandamento di Ciaculli. C'era il suo Stato Maggiore al completo, ma aveva convocato anche i due politici che avevano il compito di mantenere i contatti diretti con gli onorevoli di Roma, in particolare con il Presidente: Salvo Zappa e Vito Pergolizzi. Aveva voluto vederli tutti per metterli a parte della strategia che aveva deciso di seguire nei mesi successivi.
Almeno finch non finisce questa farsa del maxiprocesso, disse ai presenti, dovremo smetterla di sparare. Per un po' dobbiamo starcene tranquilli e a testa bassa. Ognuno continui con le faccende di tutti i giorni, ma non voglio che vengano commessi crimini o regolamenti di conti. Lasciamo in pace questa citt, almeno per qualche mese. Per, e questa volta si rivolse direttamente a Salvo Zappa e Vito Pergolizzi, voglio che contattiate i vostri amici onorevoli. Il messaggio che dovrete riferire  questo: Cosa Nostra accetter qualche condanna, fa parte del gioco. Ma non vogliamo sentir palare di ergastoli. Perch se cos fosse, dite pure ai vostri onorevoli amici che scateneremo una tale ondata di terrore nelle citt italiane che, al confronto, le bombe delle Brigate Rosse sembreranno i fuochi artificiali della nostra festa di San Leoluca. Mi sono spiegato?.
Zappa e Pergolizzi chinarono gli occhi, in segno di accettazione. Il primo, in particolare, lo rassicur che avrebbe portato il messaggio al suo amico Presidente e che avrebbe fatto di tutto per addomesticare il processo.

Palermo, 10 febbraio 1986.

I lavori per chiudere l'istruttoria procedevano con grandi difficolt. Gli avvocati degli imputati esploravano ogni cavillo per tentare di spostare il procedimento in un'altra citt. Ma ormai i lavori per costruire l'aula bunker erano a un punto di non ritorno e i magistrati ricusarono ogni proposta della difesa.
L'aula, per facilitare gli spostamenti dei detenuti, fu costruita a ridosso del carcere dell'Ucciardone e, per scongiurare eventuali fughe, fu collegata alle celle con un tunnel sotterraneo. Fu progettata come un vero e proprio bunker: vetri antiproiettile, porte blindate e persino il tetto venne rinforzato, cos da resistere a un eventuale attacco dal cielo.
Il timore di attentati mafiosi era vissuto dai palermitani con grande apprensione. Al momento di scegliere i giudici popolari, ci furono serie difficolt. Tra migliaia di nominativi di cittadini idonei a ricoprire tale ruolo, ne furono scelti una cinquantina e, di questi, soltanto quattro accettarono subito l'incarico. Furono necessarie numerose altre estrazioni per eleggere i restanti sei giudici titolari e gli altri dieci di riserva. Questa precauzione fu voluta dai magistrati del pool, per contrastare eventuali defezioni dell'ultimo minuto.
Furono collaudati i sistemi informatici di cui erano dotati gli avvocati e i giudici per la ricerca veloce degli atti e finalmente la mattina del 10 febbraio, per la prima volta, nell'aula sfil il plotone degli imputati. Tremila agenti, tra poliziotti e carabinieri, vigilavano su questa massa di gente.
L'attenzione dei presenti - avvocati, assistenti e quella degli stessi detenuti - era concentrata sul boss dei corleonesi, Ninuzzu 'u Ciancatu, l'uomo che aveva terrorizzato per molti anni la provincia di Palermo e che aveva portato i suoi viddani alla conquista della citt, completata poi da Saro Rano.
Ninuzzu all'inizio del processo era considerato ancora da tutti il capo di Cosa Nostra, anche se si trovava recluso dal lontano 1974. Quando entr gli uomini d'onore tacquero e un silenzio rispettoso piomb per qualche secondo nell'aula.
'U Ciancatu fece l'entrata da solo, come una star. Vestiva un doppio petto scuro rigato, con un fazzoletto di lino nel taschino, la camicia immacolata con i gemelli d'oro massiccio e un grosso sigaro all'angolo della bocca. Sembrava uscito dritto dal film di Coppola, Il Padrino. Qualcuno dei boss minori, quando lo vide entrare, si diede di gomito, ghignando di nascosto. Ormai Ninuzzu, tra i maggiorenti della Cupola, non era pi considerato l'intoccabile. Gli anni in galera avevano appannato il suo potere. Ormai era la caricatura di se stesso. Sapevano tutti che i sigari che si faceva venire dall'Avana facevano parte della messinscena. Non li fumava neppure, ma servivano a dare un'immagine di s che non esisteva pi.
Per mostrare alla Corte la sua sincera redenzione, in prigione si era messo a dipingere quadretti di paesaggi che ricordavano la sua campagna corleonese. In realt, a realizzarli era il compagno di cella, Gaspare Musolino, che considerava un onore che l'ex boss di Corleone si degnasse di firmarli con il proprio nome.
Tra i capi famiglia di rispetto c'erano Pippo Calabr, l'assassino di Pulvirenti, l'onorevole comunista che si era opposto all'istallazione dei missili nucleari a Comiso, e Bernardo Bova, il padre di Giovanni, che nel frattempo era diventato il braccio armato di Saro Rano. Nelle gabbie dei boss c'era anche Francesco Scavone, uno dei pi influenti rappresentanti della Commissione.
Il regista di quel caotico baraccone era un uomo dall'apparenza insignificante, basso di statura, il volto di un buon padre di famiglia, una voce per niente autorevole, spesso afona e dall'incipiente calvizie: Alfonso Lombardo, il presidente della Corte.
All'inizio gli avvocati della difesa tentarono di ricusarlo, sia perch proveniva dal civile e non dal penale, sia perch reputarono istintivamente che non avrebbe avuto la necessaria autorevolezza per tenere in pugno un processo cos complesso. Ma presto si dovettero ricredere tutti perch il giudice Lombardo dimostr non soltanto una competenza giuridica di prim'ordine, ma anche una forza morale e dignit da mettere in riga anche i criminali pi prepotenti.
I primi giorni del processo gli imputati crearono al presidente non poche difficolt: chi reclamava perch non era consentito fumare nelle gabbie, chi voleva l'acqua, chi era malato e voleva essere trasportato con la barella, chi chiedeva di poter essere scarcerato perch aveva quattro figli da sfamare... insomma, nelle prime udienze il presidente dovette risolvere non pochi problemi extragiudiziali.
Dopo qualche giorno, per, inizi il dibattimento vero e proprio. Tra i primi a deporre fu uno dei pezzi da novanta, Pippo Calabr, un killer tra i pi feroci. Era accusato di associazione di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, ma soprattutto di aver portato a termine ben sessantaquattro omicidi. I suoi capi d'imputazione erano in totale centotrentasette. Quando era stato arrestato a Roma, era in possesso di un arsenale di armi da guerra: mine anticarro, mitra, timer, ma anche un certo numero di mobili e pezzi d'antiquariato per centinaia di milioni di lire. Calabr per anni fu considerato il centro di smistamento degli affari tra mafia siciliana e camorra campana, e tra queste e la malavita romana rappresentata dalla banda della Magliana e per concludere anche il trait d'union con l'eversione nera.
Il presidente Lombardo gli chiese una testimonianza sugli omicidi eccellenti avvenuti in quegli anni a Palermo. Pippo Calabr non neg di averne sentito parlare, ma respinse risolutamente di conoscere questa associazione chiamata Cosa Nostra. Secondo lui, era una pura invenzione dei giornalisti per vendere pi copie e dei giudici per fare carriera.

Quando inizi il processo, Michele Russo, 'u Papa, era ancora latitante. Si nascondeva in un casolare abbandonato ai piedi della rocca di Caccamo, dove inizia la catena delle Madonie. Si era rifugiato l gi da qualche settimana, da quando cio senza un ben determinato motivo tre suoi amici erano stati trovati uccisi. Tre pezzi grossi: un imprenditore, un proprietario terriero e un trafficante di droga, che lo aiutavano nella latitanza.
Il Papa sapeva leggere i messaggi trasversali dei mafiosi. Quegli omicidi erano un'evidente manovra per isolarlo e poterlo neutralizzare pi facilmente. E chi stava attuando questa strategia era certamente il clan dei corleonesi. Saro Rano aveva deciso di scaricarlo.
In quei giorni, stava indagando sugli omicidi il colonnello dei carabinieri che aveva avuto l'incarico dal giudice Giovanni Pellegrino di cercare il latitante Michele Russo. Egli ricevette una telefonata anonima da un uomo che gli dava appuntamento nel Duomo di Monreale per importanti rivelazioni sul fuggiasco.
Il colonnello Poli si rec all'incontro. Tra le navate del Duomo, mentre si celebrava la messa del vespro, un uomo sulla quarantina s'inginocchi alle spalle dell'ufficiale.
So che state cercando 'u Papa, gli disse in un orecchio fingendo di pregare. Io so dove si nasconde.
Come mi posso fidare? Non so neppure chi sei. Presentati almeno, sussurr il colonnello.
Prima di dirti chi sono, voglio sapere cosa ci guadagnerei nel consegnarvi Michele Russo.
Vuoi soldi?, domand il carabiniere.
So che  stata messa una taglia sulla sua testa, l'uomo sembrava ben informato.
Se sai questo, saprai anche a quanto ammonta.
Cinquanta milioni.  corretto?
S,  corretto. La taglia  a disposizioni di coloro che ci faranno prendere Russo, puntualizz il colonnello.
Dopo qualche istante di silenzio, l'uomo si fece coraggio e disse: Io sono il suo autista. Mi chiamo Benedetto Giacalone...

2. Il papa nella rete.

Una settimana pi tardi, quattrocento uomini, al comando del colonnello Poli, prima che il sole spuntasse dietro le creste di Monte San Calogero, circondarono il casolare semidiroccato nelle campagne di Caccamo.
Il colonnello buss alla porta e poco dopo gli venne ad aprire un distinto signore in pigiama con un paio di folti baffi. L'uomo non si mostr sorpreso per l'invasione dei carabinieri a quell'ora antelucana.
Il colonnello glielo fece notare: A quanto sembra, ci stava aspettando.
Sono le cinque e mezza e stavo giusto per alzarmi, rispose l'uomo facendo strada all'ufficiale. Posso sapere cosa state cercando?
Cerchiamo Michele Russo.  lei?. Il colonnello lo fissava attentamente per percepire il minimo cedimento nervoso. E infatti un nervo sotto l'occhio sinistro si contrasse impercettibilmente.
Nella provincia di Palermo ce ne sono a migliaia con quel cognome. No, mi dispiace, non sono io e non conosco nessuno con quel nome. Si avvicin a una giacca appesa a un attaccapanni, prese il portafogli ed estrasse una carta d'identit che porse al colonnello. Io sono Raffaele Vitrano.
L'ufficiale apr il documento e lo mostr a un maresciallo: Faccia il controllo nel casellario.
Un caff?, chiese l'uomo con notevole sangue freddo. Non aspett neppure la risposta e si avvi verso la cucina seguito da vicino dal colonnello Poli. Passando accanto al letto il carabiniere not sul comodino una Bibbia. Era un vago indizio della predisposizione religiosa del Russo. Era per questo che gli avevano appioppato il soprannome di Papa. Ma non era certo sufficiente per incriminarlo. Le impronte digitali del boss non erano presenti in nessun casello giudiziario. In attesa di altri riscontri, l'uomo fu portato nella caserma Tukory di corso Calatafimi.
Qui finalmente arriv il responso sull'autenticit del documento: era falsa. Raffaele Vitrano era un vecchio morto tre anni prima.
Com' possibile che esistano due persone nate nello stesso giorno e abitanti nella stessa strada?, gli domand provocatoriamente uno dei due ufficiali.
Di fronte a questa prova schiacciante della sua malafede, il boss ebbe la sfrontatezza di rispondere: Nella vita tutto  possibile.
Fu sottoposto a interrogatorio per sette ore di fila con l'intento di fargli confessare la sua vera identit. Due ufficiali dei carabinieri lo sottoposero a una sfilza serrata di domande a cui l'uomo non rispose mai, mantenendo un'aria serafica.
Al tecnico della Scientifica che lo doveva immortalare per la foto segnaletica, disse ironicamente: Non amo la pubblicit... a me i giornalisti non sono molto simpatici perch raccontano spesso cose non vere e coinvolgono nelle loro storie persone innocenti.
Non sono un giornalista e si metta di profilo, gli ordin seccato il carabiniere addetto alle fotografie.
Nel casolare di Caccamo, i carabinieri avevano trovato due grandi cartoni pieni di giornali, tutte copie dell'Ora, il quotidiano della sera di Palermo, che riportava gli articoli delle confessioni di don Masino Buscemi e di Totuccio Condello.
Un carabiniere, addetto al rilevamento delle impronte digitali, si rivolse al boss per pregarlo di allungare le mani e intingere i polpastrelli nell'inchiostro.
Michele Russo sorrise e si schern: Ma  inutile, io sono incensurato.
L'intera caserma Tukory era impegnata alla disperata ricerca delle impronte digitali di Michele Russo, 'u Papa, quando a qualcuno venne in mente di verificare negli uffici dell'esercito.
Finalmente, impresse su un vecchio registro della visita di leva, i militari trovarono le impronte digitali dell'allievo Michele Russo: coincidevano perfettamente con quelle dell'uomo con i baffi.
In procura i magistrati brindarono alla brillante operazione del colonnello Poli. Con l'arresto di Michele Russo, disse il presidente della Corte,  crollato un mito. Cos com'era gi crollato quello dell'omert, adesso  caduto anche quello della inafferrabilit.

All'udienza di fine di febbraio, i detenuti nelle gabbie e il pubblico che gremiva le tribune dell'aula di giustizia erano in preda a una visibile eccitazione. Tutti aspettavano l'entrata del boss di Croceverde.
Michele Russo non deluse le loro aspettative. Si present all'udienza elegantissimo, con una camicia di seta azzurra, una cravatta Marinella e un abito blu di alta sartoria.
Sfil davanti alle gabbie dei mafiosi e molti di loro lo salutarono con il rispetto dovuto a un capo. Tutti si chiedevano chi potesse essere stato a tradirlo.
Il Papa rispose indirettamente quando, rivolgendosi al presidente della Corte, disse: Io sono una vittima delle lettere anonime. Sono stato rovinato dall'omonimia con i Russo di Ciaculli, mentre io appartengo ai Russo di Croceverde.
Poi quando il presidente gli chiese di rispondere dei suoi numerosi capi di accusa, aggiunse: La violenza non fa parte della mia cultura, signor presidente. Le accuse contro di me sono una valanga di fango. I pentiti di giustizia sono soltanto dei criminali falliti che raccontano calunnie per salvare la loro pelle. Se alle dichiarazioni dei pentiti non seguono prove e fatti, allora questi miserabili devono essere considerati alla stregua di una lettera anonima. Mi hanno disegnato come un personaggio sanguinario, ma sono falsit. Sono i killer a sparare e a uccidere. Io non ho mai ucciso nessuno. La droga mi fa schifo soltanto a parlarne. I miei soldi sono puliti. Sono il frutto del mio lavoro e dell'eredit di mio padre. Tutto il resto  menzogna.
I pubblici ministeri non riuscirono a fargli dire niente di pi.
Ai primi di aprile, nell'aula bunker si verific un altro colpo di scena: uno degli avvocati annunci che il boss don Masino Buscemi, arrivato espressamente dall'America, si era detto disposto a testimoniare.
Fece il suo ingresso nell'aula bunker scortato da un plotone di carabinieri che lo accompagnarono fino alla sedia posta di fronte al banco della Corte. I militari si disposero alle sue spalle e Buscemi, il pi autorevole pentito di mafia, cominci a parlare e a raccontare per la prima volta in un'aula di tribunale la verit su Cosa Nostra.
Ripet in definitiva quello che aveva gi detto al giudice Giovanni Pellegrino. Spieg com'era strutturata la mafia: le famiglie, i rappresentanti, i sottocapi e i capidecina, i mandamenti, i capimandamento e infine la Commissione e il capo commissione che negli anni Ottanta era Michele Russo, 'u Papa. Rivel com'erano suddivisi i quartieri di Palermo e quali le famiglie che comandavano in ogni quartiere. Spieg i compiti della Cupola e come scoppiarono le guerre di mafia tra i palermitani e i corleonesi.
Pippo Calabr, con lo scopo di interrompere la valanga di accuse di Buscemi, chiese al presidente della Corte di poterlo mettere a confronto con lui per confutare le falsit e le calunnie che stavano infangando tanti uomini perbene.
Buscemi affront l'ex amico, che lui stesso aveva iniziato a Cosa Nostra, al riparo di un paravento di vetro antiproiettile. Gli americani dell'FBI volevano al pi presto il suo rientro negli Stati Uniti perch reputavano che in Italia fosse in serio pericolo di vita e avevano chiesto alle autorit responsabili la massima prudenza nei suoi confronti. Gli investigatori USA volevano farlo diventare un loro consulente per i fatti di mafia e ci tenevano che tornasse in America sulle sue gambe.
Pippo Calabr, per screditare Buscemi agli occhi della giuria, lo accus di non essere un buon padre, di aver avuto tre mogli, di aver abbandonato i figli per fare la bella vita in Brasile e concluse: Non sono io a lanciare queste accuse, signor presidente, ma suo fratello. Ero un suo grande amico. Con lui ho trascorso un anno di carcere nella stessa cella. Prima che morisse, buon'anima, si lament che don Masino aveva abbandonato i figli e che toccava a lui provvedere al loro sostentamento. Ecco chi  questo signore che oggi viene qui a gettare fango sulla brava gente.
La risposta di Buscemi non si fece attendere. Signor presidente, sono molto arrabbiato con quest'individuo, esord don Masino senza degnare di un'occhiata il capofamiglia, perch io, in quattrocento pagine di verbale, non ho mai fatto riferimento ai familiari di nessuno. E se vogliamo comprendere veramente chi  questo signore che mi accusa di negligenza, sappiate che costui, che si professava tanto amico di mio fratello, faceva parte della Commissione che ne decret la morte. Fu lui a fornire la corda che strangol mio fratello e - che io sappia - non mosse un solo dito per salvargli la vita. Ecco chi  il signor Pippo Calabr.
Durante la deposizione di don Masino, intervenne anche Ninuzzu 'u Ciancatu, lui che non aveva mai aperto bocca n in istruttoria, n durante il processo. Anche il suo intervento era mirato a scardinare la credibilit del pentito.
Dalle carte, signor Ninuzzu, risulta che lei non ha mai voluto rilasciare alcuna dichiarazione agli inquirenti, precis il presidente. Come mai ora si  deciso a sostenere una sua verit? Cosa l'ha spinto a questa decisione?
Signor presidente, non ho mai parlato prima perch non credo al processo, confess il capo dei corleonesi. Ma le falsit di questo signor Buscemi mi spingono a farvi capire che costui dice soltanto menzogne o mezze verit. Si rivolse allora al teste, seduto al riparo della gabbia di vetro antiproiettile. Perch non hai detto di quando ci sei venuto a chiedere di partecipare al colpo di Stato del Principe? Questa  una verit che ti scotta, don Masino?, torn a rivolgersi al presidente. Era venuto, con quel signore, per convincerci a rivoltare lo Stato. A dare un calcio a questa democrazia. Sono stato io a rispedirli a Roma, con tanti saluti dai siciliani onesti. Signor presidente, gli chieda perch non ha raccontato questa verit?  chiaro che Buscemi dice solo ci che gli fa pi comodo. Parla degli altri e mai delle sue malefatte. Ma chi racconta mezze verit, non pu essere mai creduto.
Don Masino Buscemi non rispose a quella provocazione. Ma a chiarire la situazione fu lo stesso presidente della Corte, rimandando al mittente le accuse: In realt, queste circostanze sono tutte nei verbali dell'istruttoria.
Il confronto, dal punto di vista processuale, non port a nessun concreto risultato.
Fu poi la volta di Ignazio Grasso, il ricco esattore delle tasse in Sicilia. Suo cugino Nino era morto un mese prima dell'inizio del processo. Entrambi erano accusati di essere affiliati a Cosa Nostra, avendo fatto affari e accolto nelle loro ville i boss mafiosi.
Ignazio si difese cos: Sono qui perch mi ci ha trascinato Masino. Ma io non sono mai stato un uomo d'onore, non ho mai conosciuto Buscemi o Tano Badaloni o Stefano Bont. Forse avr visto Michele Russo una volta negli uffici di mio cugino Nino, ma niente di pi.
I mafiosi rinviati a giudizio e i testi da ascoltare erano un numero incalcolabile. Quando testimoniavano i soldati o i gregari, l'aula si svuotava. L'attenzione del pubblico veniva catturata esclusivamente dalle deposizioni dei boss.
L'estenuante dibattimento procedeva con lentezza. I giorni e le settimane di quella seconda met dell'anno trascorsero senza importanti rivelazioni e nessuna emozione. Fino a quando accaddero alcuni episodi che riaccesero l'interesse, ma anche la paura della gente.

3. Mafia alla deriva.

Uno degli episodi che fecero rabbrividire non soltanto i palermitani, ma l'intera nazione, avvenne a ottobre, nel quartiere San Lorenzo, nella zona nord della citt.
Vincenzo, un ragazzino di undici anni, insieme ad altri quattro amici di scuola, erano andati al cinema a vedere I Goonies, scritto e prodotto da Steven Spielberg. Erano rimasti talmente affascinati dalle peripezie dei sette ragazzini e del gigantesco Sloth, il mostro buono, che avevano rivisto il film per tre volte di seguito. Il resto del giorno fantasticarono sulle azioni dei loro eroi, pensando a come ricalcarne le avventure. Quale poteva essere per loro il tesoro da trovare?
A Palermo non ci sono tesori, diceva Claudio, il pi realistico di tutti. Eppure c'era un posto dove i grandi gli avevano proibito di andare. Ed era un magazzino dove tutti nel quartiere dicevano che si fabbricassero lingotti e monete d'oro.
Il custode, un giorno che si erano avvicinati al cancello che sbarrava il passo in discesa, li aveva cacciati in malo modo, minacciandoli che, se li avesse visti ancora da quelle parti, li avrebbe dati in pasto ai suoi molossi.
Vincenzino, che era un po' il loro capobanda, propose agli altri di scendere nel deposito e andare a vedere cosa producessero laggi di tanto misterioso. Tutti aderirono con entusiasmo, ma quando fu il momento di saltare il cancello e scendere nel magazzino, per un motivo o per l'altro, dichiararono che non ne volevano sapere di essere sbranati dai due molossi del custode. Tutti meno uno: Vincenzo. Il ragazzino, un po' per dimostrare il proprio coraggio, un po' per affermare la sua autorit sul gruppo, scavalc il cancello e si ritrov nella zona proibita. I compagni, dall'altra parte della cancellata, lo guardavano con ammirazione e lo spingevano ad avventurarsi verso il capannone.
Ora che era solo, Vincenzino non era pi tanto entusiasta di quella decisione. Comunque, per non perdere la faccia di fronte ai suoi compagni, decise di affrontare l'avventura.
Gli amici lo osservarono scendere la rampa che portava al deposito. In fondo alla discesa, sul piazzale di fronte al magazzino, erano parcheggiate alcune auto e due moto di grossa cilindrata. Vincenzo si nascose dietro una Golf GT. Scorse due uomini che uscivano dalla porta di un vicino prefabbricato. Si accucci per non farsi vedere. Da sotto il pianale li vide entrare nel magazzino. Poco dopo un altro figuro usc dal capannone, mise in moto uno degli scooter e risal la rampa del garage. Vincenzo si fece coraggio e carponi si avvicin a un lucernario che serviva a illuminare lo scantinato sotto il deposito-garage. Vide alcuni uomini intorno a un bancone. Sul tavolo c'erano foglietti di carta velina, un paio di bilance da orafo e buste ripiene di polvere bianca. Gli uomini pesavano quella sostanza sulle bilance, poi la versavano nelle bustine di carta e vi aggiungevano un misurino intero di un'altra polvere che prelevavano da un secchiello di legno. Con un bastoncino rimestavano il composto che infine trasferivano su foglietti di carta quadrata che altri operai pensavano a ripiegare e a riporre in uno scatolone. Vincenzo rest a osservare quella scena per qualche minuto. Sapeva cosa stavano facendo. Il padre gli aveva detto che, se qualcuno gli voleva regalare o vendere della polverina bianca, doveva correre da lui e avvisarlo. Era roba proibita, era droga! Si moriva per quella schifezza. Finalmente aveva scoperto dove la confezionavano. Era questo dunque il tesoro di cui tanto si favoleggiava nel quartiere...
Vincenzino si rese conto che stava rischiando grosso. Il padre era stato esplicito. Non doveva neppure parlare con quella gente. Erano pericolosi e malvagi.
Stava per sollevarsi e tornare dagli amici, quando alle sue spalle sent una voce gridare: Tu! Non ti muovere!.
Istintivamente il ragazzo scatt come un lepre e si mise a correre verso la rampa. Aveva il cuore in gola. Sentiva alle spalle la voce che tuonava: Ti conosco. Sei il figlio di Antonino!.
Vincenzo salt per arrivare alle maglie del cancello e lo scavalc con un balzo.
I suoi amici, non appena avevano sentito che era stato scoperto, se l'erano data a gambe, rifugiandosi nelle loro rispettive abitazioni, tra le braccia protettive delle loro madri.
Vincenzino, per timore della reazione del padre, si guard bene dal rivelargli la disavventura e anche agli amici impose di non parlarne con nessuno.
Ma un destino malevolo volle che qualche giorno pi tardi il padre di Vincenzo si trovasse ad affrontare il guardiano del deposito-garage. Salvo, ho visto uno dei tuoi passeggiare intorno alla scuola di mio figlio. Ti avviso, non provate a vendergli quella merda. Sono ancora dei bambini. Se vedo uno dei tuoi spacciatori vicino a mio figlio, gli taglio le gambe. Lo sai che non ho paura di voi.
Antonino era un camionista e nel quartiere era ben voluto da tutti perch era considerato un uomo onesto, un marito premuroso e un padre attento.
Salvo, il custode del garage, rifer le minacce del vicino al suo capo, Giulio Giorgi, uno dei numerosi pregiudicati che spacciavano droga per conto della mafia.
Ho sorpreso il ragazzo che ci spiava dal finestrone esterno. E qualche giorno dopo il padre  venuto a minacciarmi. Evidentemente gli deve aver detto quello che ha visto.
Ti ho ripetuto mille volte di mettere un cartone su quel vetro!, lo riprese furioso il suo boss. E poi mi dici come ha fatto a entrare?
Non me lo so spiegare. Ai ragazzini del quartiere ho intimato un sacco di volte di non scavalcare, altrimenti li avrei bastonati, tent di giustificarsi il custode.
Non possiamo fidarci di quello stronzetto. Vorr fare lo spaccone con i suoi compagni. Si vanter di aver visto una cosa proibita, finch non la dir a tutto il mondo.
Ma chi vuoi che gli creda?  pur sempre un ragazzino, tent di minimizzare il custode.
S, ma metti che quella voce arrivi alle orecchie degli sbirri?. Giulio Giorgi era sempre pi convinto che fosse necessario trovare una soluzione a quel pericolo. E per un criminale la soluzione  sempre una, e una soltanto.
Un pomeriggio Vincenzino e Peppuccio, il suo amico pi caro, stavano tornando dal prato di via Florio, dove avevano giocato con i compagni di scuola un'infinita ed estenuante partita a pallone. Sudati e trafelati, ma felici per aver vinto contro la classe avversaria, andavano verso casa con le maglie zuppe di sudore appiccicate alla pelle. In quei giorni di ottobre a Palermo l'aria era ancora tiepida e invitava la gente a tirarla per le lunghe, prima di rientrare a casa per la cena.
Arrivati in prossimit delle proprie abitazioni, un miscuglio di palazzoni, vecchie catapecchie, grattacieli e miseria, una potente e gigantesca Kawasaki rossa tagli loro la strada e si ferm a qualche metro di distanza. I due ragazzini l'ammirarono a bocca aperta.
Il centauro, che indossava un casco integrale nero, senza spengere il motore, si gir verso di loro e, allungando un braccio, domand: Sei tu Vincenzino?.
Il ragazzino si stacc da Peppuccio, orgoglioso che il motociclista avesse scelto proprio lui. S sono io, rispose avvicinandosi alla moto. Che bella... mi ci fai fare un giro?.
L'uomo estrasse con tutta calma dal giubbotto una calibro 7,65, mir alla testa del ragazzino e fece partire un colpo.
Vincenzo venne proiettato a tre metri di distanza. Il centauro ingran la marcia e si allontan come se nulla fosse. Anzi, prima di scomparire, si rigir sul sellino per contemplare il suo capolavoro. Infine spinse a tutto gas l'acceleratore e con un rombo fil via come il vento.
Peppuccio era rimasto impietrito. Vide l'amichetto a terra con quel buco sulla fronte, poi url e si precipit a casa piangendo istericamente.
Poco dopo l'intero quartiere di San Lorenzo si rivers sul luogo dell'eccidio. La madre di Vincenzo se lo strinse al petto urlando al cielo tutto il proprio dolore. Il padre schiumava rabbia. Sapeva bene perch gli avevano ammazzato il figlio. Lo urlava a chi gli stava vicino. Lo trattennero perch voleva andare al deposito-garage per affrontare coloro che riteneva i carnefici del figlio. Arriv l'ambulanza che port invano il piccolo all'ospedale. Il furgone entr direttamente nel deposito mortuario, avendone il medico di turno riscontrato il decesso. La polizia interrog il padre di Vincenzo che per non apr bocca, negando di sapere perch mai qualcuno avesse voluto la morte del figlio.
Il caso rimbalz sui giornali dell'intera nazione e l'opinione pubblica si mobilit, impressionata dalla barbarie della mafia che adesso prendeva di mira anche i ragazzini. Quell'omicidio, secondo un sondaggio dei giornali, fu l'episodio che aveva maggiormente colpito i sentimenti degli italiani nel 1986.
A Palermo, per molti giorni i genitori obbligarono i figli a restare chiusi in casa, per timore che episodi simili si potessero ripetere.
Questo fatto non giov di certo agli imputati del maxiprocesso e infatti, appena ventiquattr'ore dopo l'assassinio - venendo meno alla regola mafiosa per cui Cosa Nostra non rivendica mai i propri omicidi, ma neppure si dissocia - Giovanni, il fratello minore di Stefano Bont, nell'aula bunker del processo di Palermo, chiese la parola alla Corte. A nome dei suoi colleghi reclusi, dichiar: Signor presidente, voglio affermare con forza l'orrore e la piet che ci tormenta per questo orribile delitto. Nello stesso tempo protesto vivamente contro i vili attacchi indiscriminati che certa stampa ci rivolge, considerandoci complici del barbaro omicidio. Questo comportamento non ci appartiene. Noi siamo innocenti, come sapremo dimostrare nel corso di questo processo che  soltanto indiziario. Intanto chiediamo un minuto di raccoglimento per onorare la memoria del povero Vincenzino.
Il presidente, per, tagli corto sulla richiesta dell'imputato, rispondendo: Onoreremo meglio la memoria del giovane Vincenzo se continueremo questo dibattimento senza pi interruzioni.

4. La giustizia della mafia.

Antonino, il padre del piccolo Vincenzo, aspett che l'interesse della gente intorno al dramma abbattutosi sulla sua famiglia si placasse, per entrare in azione. Nato da una famiglia povera, ma onesta, non aveva mai cercato scorciatoie per vivere. L'esempio del padre era stato provvidenziale. L'onest  figlia della dignit, diceva, e la dignit  l'unico bene che contraddistingue le persone giuste dai disonesti, che sono poi i nemici dell'umanit. Su questi princpi era cresciuto e per questo aveva sempre evitato i compagni che, per sopravvivere, avevano scelto la strada pi facile: quella della criminalit. Antonino era sempre stato un uomo rispettoso delle leggi. In vita sua aveva affrontato mille mestieri pur di portare un pane onesto sulla tavola della sua famiglia.
Ma assistere e subire giorno dopo giorno le ingiustizie e i soprusi di gente prepotente, gli aveva fatto montare una rabbia che per un po' era riuscito reprimere, ma che gli costava sempre pi fatica controllare. Temeva che prima o poi sarebbe esplosa e quel momento arriv con la morte del figlio.
Quell'evidente ingiustizia gli aveva fatto capire che gli insegnamenti del padre erano fuori dalla realt. Nella vita reale a vincere erano i violenti. Aveva deciso di mettere da parte dignit e onest per trasformarsi anche lui in un prepotente. Sapeva bene dove andare a cercare soddisfazione per il torto subto.
Appena le attenzioni degli amici e della polizia si allentarono, si rec nel magazzino dove avrebbe incontrato Salvo, il custode. Ma quando arriv davanti al cancello, lo trov stranamente aperto. Scese la rampa che portava al magazzino, ma non trov nessuno. Al centro del deposito era rimasto soltanto il lungo tavolo, intorno al quale lavoravano gli addetti alla confezione e allo smistamento della droga. Sgabelli e sedie erano riversi disordinatamente a terra. Anche lo sgabuzzino del custode era abbandonato. Evidentemente avevano preferito traslocare in un luogo pi sicuro, piuttosto che rischiare una incursione della polizia, pens Antonino. Tuttavia non si scoraggi e continu a cercare Salvo e il suo capo, Giulio Giorgi.
Ma a cercare gli assassini del piccolo Vincenzo non erano soltanto il padre e la polizia. Alle calcagna dei criminali era stata sguinzagliata la stessa Cosa Nostra. Saro Rano in persona aveva decretato il loro destino.
Giovanni Bova indag tra gli uomini d'onore di San Lorenzo. Chiese dove veniva distribuita l'eroina in quel quartiere. Gli indicarono il deposito-garage e il nome di coloro che dirigevano lo spaccio: Giulio Giorgi e un certo Salvo, il custode factotum.
Salvo fu il primo a essere catturato. Lo trovarono nascosto in uno dei fatiscenti palazzoni dello Zen. Il custode del garage cedette subito alle domande di Giovanni Bova e fu proprio lui a tradire il boss, rivelando dove si nascondeva.
Il commando di Bova si rec ai capannoni dell'Arenella, nelle vicinanze del porto.
Lo spacciatore si era rintanato in uno dei capannoni dello scalo, dove venivano ammassate le merci che arrivavano di contrabbando. Lo scovarono in una soffitta dei magazzini di stoccaggio.
Gli chiesero se era stato lui a ordinare di uccidere il giovane Vincenzo. Giulio Giorgi sapeva che quelli erano venuti a fargli la pelle e che, se voleva salvare la vita, doveva negare e cercare di addossare la colpa a qualche altro malavitoso.
I sicari di Bova lo denudarono, gli legarono una corda alle caviglie e lo issarono a testa in gi a una delle travi del tetto. Gli ripeterono la domanda. Dopo mezz'ora di quella tortura, Giorgi cedette e ammise la propria colpa. Infine denunci il killer che aveva materialmente eseguito la sentenza. Si trattava di un tossicodipendente che veniva usato da lui anche come spacciatore.
Gli uomini di Bova in mezza giornata rintracciarono la Kawasaki rossa e il suo proprietario. Bazzicava i ruderi del baglio di via Patti, era l che i ragazzi andavano a cercare l'eroina.
I quattro corleonesi a bordo di una Giulietta lo videro appoggiato alla sella della motocicletta, in attesa di clienti.
Fermarono l'auto davanti alle rovine della masseria e tre di loro scesero dalla macchina. Quando il giovane pusher not la Giulietta, si sollev guardingo. Vedendo i tre ceffi dirigersi risolutamente verso di lui, salt a cavalcioni della Kawasaki, mise in moto e schizz via prima che potessero raggiungerlo. Impenn la ruota anteriore aprendo il gas con un rombo pauroso, cercando di travolgere il terzetto, ma i sicari furono abili a schivarlo. Uno di loro, afferrato un sasso dal terreno, lo scagli contro lo pneumatico posteriore della moto. Il sasso si frantum in mille schegge arrestando la ruota motrice. L'improvviso blocco fece sobbalzare la motocicletta. Lo pneumatico anteriore piomb a terra con tutta la forza che la potenza del motore aveva impresso al veicolo e, per reazione, malgrado gli oltre duecento chili di peso, la moto vol verso l'alto roteando su se stessa per poi ripiombare a terra e schizzare di nuovo verso il cielo. Poi volteggi per tre o quattro paurose volte finch non si fu scaricata la forza d'inerzia.
Il centauro alla prima impennata fu scagliato oltre l'auto dei corleonesi e atterr sull'asfalto con la testa, fracassandosela. Si spezz anche la colonna vertebrale alla base del collo.
I tre corleonesi non si fermarono neppure a constatare gli effetti dell'incidente, perch il cranio del poveraccio sembrava divelto dal busto.
La moto era atterrata proprio davanti alla Giulietta, sfiorando il cofano, tanto che l'autista dovette fare retromarcia per evitarla.
Nella soffitta del magazzino di stoccaggio, Giulio Giorgi continuava a pendere a testa in gi da una trave del soffitto. Non aveva pi la sensibilit alle gambe e il sangue al cervello gli appannava la vista. Vedeva come in un incubo Giovanni Bova, seduto su una sedia a qualche metro da lui, mentre fumava una sigaretta dopo l'altra intossicandogli quel poco di aria che ancora riusciva a far penetrare nei polmoni.
Mettimi gi, sto per svenire, implor al suo torturatore.
Devi avere ancora un po' di pazienza e prega che i miei uomini abbiano trovato il tuo amico. Resterai l finch non tornano. Quindi risparmia le energie, gli rispose beffardo Bova.
Giorgi sapeva chi aveva di fronte, Giovanni Bova aveva fama di essere il pi crudele dei corleonesi, superiore allo stesso Saro Rano per ferocia. Niente e nessuno l'aveva mai impietosito. E lui non aveva speranza di uscire vivo da quella situazione. Che almeno la morte arrivasse velocemente e senza ulteriori sofferenze...
Un minuto dopo o dieci ore pi tardi - ormai aveva perduto il senso del tempo - sent arrivare alle sue spalle gli uomini del corleonese. Erano baldanzosi e facevano battute tra loro. Evidentemente avevano trovato il giovane della Kawasaki. Sent Bova dare un ordine e poco dopo finalmente lo calarono a terra.
Tornare in posizione orizzontale per Giulio Giorgi fu come rinascere. Lo obbligarono a sdraiarsi supino e sent due mani bloccargli il braccio. Uno dei corleonesi si avvicin con una siringa. Ud la voce di Bova rimbombare nel suo cervello: Coraggio, ora ti spareremo direttamente in paradiso. Proverai le gioie della bamba, amico mio.
Gli iniettarono direttamente in vena un miscuglio di droghe e additivi mortali, una vera bomba che lo mand al creatore nel giro di qualche spasmodico minuto.

Dalla morte del figlio, per molte settimane, Antonino aveva smesso di guidare camion. Non aveva pi riaperto la cartolibreria della moglie. La famiglia di Vincenzino si era completamente disfatta. Tra moglie e marito non c'era pi dialogo. La donna gli rimproverava ci che era successo e l'uomo, per non ascoltare i suoi rimproveri, girovagava per la citt alla ricerca di Giulio Giorgi. Sapeva che era lui il responsabile della morte del figlio.
Mentre vagava senza meta, una Fiat 132 gli si ferm accanto e l'autista gli chiese un'informazione. Antonino fu preso alla sprovvista perch due uomini scesero dall'auto e lo immobilizzarono, spingendolo all'interno dell'abitacolo. Appena furono richiuse le portiere, la macchina si allontan velocemente in direzione dell'autostrada per Messina.
Uno dei sequestratori gli infil in testa un cappuccio nero cercando di calmarlo: Non ti faremo del male. Siamo tuoi amici.  una precauzione,  per il tuo bene.
Cosa volete da me?, grid Antonino da sotto il tessuto.
Stai calmo e tra un po' ci ringrazierai, gli rispose il corleonese.
Mezz'ora dopo l'auto si ferm. Erano vicini al mare perch Antonino, appena lo fecero scendere, sent il profumo della salsedine penetrare attraverso la trama della stoffa.
Lo spinsero su un sentiero sterrato, poi lo condussero, attraverso una porta, in un ambiente dall'odore nauseabondo. L'aria era satura di acri sostanze chimiche miste all'inconfondibile puzza della morte, presente in tutti i magazzini dei cimiteri. Antonino istintivamente copr le narici con una mano e pens che stava per fare una brutta fine.
Ma non vi bastava una pallottola? Vi volete anche divertire?.
Il corleonese, per, gli rispose con voce grave: Amico, qui a nessuno gli va di essere allegro. Ora io ti toglier il cappuccio. Ma devi giurarmi che quello che vedrai te lo dovrai dimenticare dopo un secondo. Se veniamo a scoprire che l'hai rivelato anche soltanto a tua moglie, un attimo dopo verremo a farti la pelle. Mi hai capito?.
Antonino fece un cenno con la testa, ma il corleonese non si accontent. Rispondimi se hai capito che non devi aprire bocca con nessuno di quello che vedrai, neppure con tua moglie. Giuralo su tuo figlio.
Lo giuro su Vincenzino, non lo dir neppure a mia moglie.
Il corleonese fece un cenno agli altri tre compagni. Tutti infilarono un passamontagna nero per non essere riconosciuti dall'uomo.
Ora ti levo questo cazzo di cappuccio, l'avvert.
Antonino torn a vedere. Davanti a lui c'erano quattro uomini dal volto coperto. La stanza era il salone di un'antica masseria, con le pareti sbrecciate in alcuni punti, una finestra con gli infissi danneggiati. Gettati per terra in un angolo vide alcuni sacchi di plastica pieni di polvere bianca e l'etichetta con il teschio e le tibie, il simbolo della morte. Accanto ai sacchi una vasca da bagno con tracce di smalto che l'acido aveva corroso.
Guard sbalordito i quattro uomini con il cappuccio. Perch mi avete portato qui?.
I quattro corleonesi si spostarono e come si apre un sipario, mostrarono all'uomo un cadavere disteso a terra.
L'uomo che comandava il gruppo gli si avvicin. Devi smetterla di cercare l'assassino di tuo figlio. L'abbiamo trovato noi per te. Si chiama Giulio Giorgi. Lo riconosci?.
Antonino mosse qualche passo verso il corpo a terra. Lo osserv bene. Il volto era tumefatto e sembrava che ancora si contorcesse dal dolore. Dietro quelle sembianze riconobbe l'uomo che aveva ordinato la morte del suo Vincenzino. Gli torn alla mente il viso del figlio, il sangue flu velocemente al cervello, gli sput e stava per prenderlo a calci, ma due dei sequestratori lo immobilizzarono. Il loro capo lo calm: Ormai  finita per lui. E ti assicuro che non  stata una bella morte. Saro ha voluto cos perch aveva imposto a tutti una tregua e lui non l'ha rispettata. Ma lui non era una Cosa Nostra. Perci  crepato in modo ignobile. Abbiamo punito anche l'esecutore materiale dell'omicidio di tuo figlio.  morto anche lui. Il suo decesso  stato annunciato dai giornali come un banale incidente di moto. Lui  stato pi fortunato perch  morto sul colpo, con la colonna vertebrale spezzata. Ora rimane il custode del magazzino, Salvo. Ma a lui, che ci ha permesso di trovare i veri responsabili, gli abbiamo risparmiato la vita... per quest'anno. Ma ti prometto che non vedr l'alba del prossimo anno. Questa  la punizione per coloro che non rispettano gli ordini di Saro Rano.
Che ne farete di lui?, domand Antonino con il sangue che ancora gli faceva pulsare le tempie, indicando il cadavere ai suoi piedi.
Lo faremo sparire con l'acido e nessuno ritrover mai pi il suo corpo. Non avr una tomba su cui i suoi potranno piangerlo. Ci detto, l'uomo gli infil di nuovo il cappuccio. E ora torna da tua moglie e dille che giustizia  stata fatta e che il vostro Vincenzino ora pu riposare in pace.

5. Nel nome del popolo italiano.

Il processone, come lo definirono i siciliani, volgeva ormai al termine. Mancavano le battute finali dei due pubblici ministeri e le arringhe dei duecento e passa avvocati difensori.
Il timore sin dall'inizio dell'accusa era stato quello di trasformare il processo in una generica condanna storica alla mafia. Non  quello che vogliamo perch la coscienza di tutti gli italiani ha gi biasimato questa associazione a delinquere. Questo procedimento invece dev'essere considerato come un processo a imputati, con tanto di nome e cognome, che si sono macchiati di delitti specifici.
Dopo dodici giorni, in cui i due magistrati della pubblica accusa esibirono le posizioni degli imputati, chiesero l'ergastolo per tutti i componenti della Cupola e svariate migliaia di anni per gli altri mafiosi. Il 30 marzo 1987 iniziarono le arringhe della parte civile e quelle della difesa.
Parlarono quasi duecento legali. La tesi di base dei difensori, a parte alcuni casi particolari, fu sempre una: I pentiti mentono perch vogliono vendicarsi di torti subiti, non sono credibili, inventano verit che fanno comodo soltanto a loro.
Dopo ventidue mesi di udienze, prima di riunirsi finalmente in camera di consiglio, Michele Russo chiese di essere ascoltato dalla Corte. Gli venne data la parola e 'u Papa, accusato di settantotto omicidi, elarg la sua ultima benedizione: Signor presidente, desidero farle un augurio. Auguro a lei e a tutti gli altri giurati la pace e la serenit. Fatevi guidare dalla coscienza e che la pace sia con voi per il resto della vostra vita. Era un'intimidazione o un sincero augurio? Pi di un giurato popolare rabbrivid di paura.
Per l'intero periodo del dibattimento, Saro Rano si era dato un gran da fare per cercare di aggiustare il processone.
Cercava di tranquillizzare i suoi e le famiglie di coloro che erano in carcere: State sicuri, diceva a tutti, anche questa volta ne usciremo con la testa alta, com' gi avvenuto al processo di Bari e a quello di Catanzaro. Ne usciremo pi forti di prima.
Ma questa volta non era molto convinto delle sue stesse parole. Si rendeva conto che i tempi erano cambiati. Ora c'erano quei curnuti dell'ufficio istruzione che andavano fermati assolutamente. I giudici Giovanni Pellegrino, Paolo Battaglia e quel Don Chisciotte del nuovo sindaco di Palermo dovevano smettere di respirare.
Saro si dava da fare a elargire denaro alle famiglie pi bisognose dei picciotti in galera. Mand ambasciatori ai politici di Roma, parl agli sbirri a libro paga e fece indottrinare i giudici avvicinati.
Sappiate, fece riferire dai suoi ambasciatori, che se le bugiarderie di Buscemi passeranno e verranno emesse delle pene all'ergastolo, non soltanto in Sicilia, ma in ogni citt d'Italia scoppier la vendetta dei corleonesi e sar una vera mattanza, un diluvio di fuoco come non  mai successo nella nostra storia.
I politici lo tranquillizzarono, cos come gli sbirri collusi e anche i giudici compromessi. Se in primo grado andr male, si rimedier nel secondo. E se anche l'appello dovesse finire con una condanna, c' sempre la Cassazione e l s che ci sono i veri amici, queste furono le loro promesse.
Ma Saro Rano non si fidava della parola dei politici corrotti di Roma e un giorno decise di convocare nella sua villa dell'Uditore a Palermo i capi dei principali mandamenti della provincia per urgenti decisioni da prendere nell'imminenza delle elezioni politiche.
L'idea di Saro era quella di sottrarre consensi alla DC, dirottando i voti al Partito Socialista Italiano che in quel momento si stava battendo per l'abolizione del soggiorno obbligatorio, per la restituzione delle patenti di guida ai condannati e per la ridefinizione dell'istituto della diffida. Battaglie che i democristiani, e in particolare la corrente del Presidente, non erano pi in grado di assicurare.
Saro si scontr con l'amico Piddu, che al contrario non voleva abbandonare l'antica alleanza con i politici dello scudocrociato.
Ma Rano voleva dare una sonora lezione ai quei voltagabbana. Voleva mostrare i muscoli e la forza del peso numerico dei suoi voti. Se non c'era di mezzo l'appello, avrei gi mandato al creatore un paio di quelle zicche.
Piddu si pieg al volere dell'amico per non mostrare agli altri boss la frattura che si era aperta tra loro e per non indebolire la leadership dei corleonesi in seno alla Commissione.
Dopo la riunione, l'indicazione di voto fu diramata in tutti i mandamenti della provincia, nelle cittadine e nei pi piccoli paesi. Alla povera gente dei villaggi, furono distribuiti pasta, caff, pacchi di zucchero e buoni per la benzina.
I risultati furono clamorosi perch il Partito socialista in quelle zone alla Camera fece un balzo in avanti. Nella sostanza, non ci fu un tracollo elettorale della DC, ma un segnale inequivocabile a Roma fu lanciato.

Palermo, 16 dicembre 1987.

Magistrati e giurati rimasero chiusi in camera di consiglio per trentacinque giorni. Poi nel pomeriggio di quel mercoled, la Corte torn in aula.
Il presidente Lombardo, costringendo tutti i presenti a restare in piedi per l'intera durata del dispositivo della sentenza, lesse il risultato dei due anni di udienze: Saro Rano, ergastolo; Giuseppe Passamonte, detto Piddu 'u Tignusu, ergastolo; Michele Russo, detto 'u Papa, ergastolo; Giuseppe Calabr, detto Pino, ergastolo; Leoluca Colicchia, sei anni; Ignazio Grasso, sei anni. And avanti per due ore nella lettura della sentenza.
In ultima analisi, il collegio giudicante aveva accettato l'impianto probatorio organizzato dai giudici istruttori, ammettendo l'esistenza dell'organizzazione criminale Cosa Nostra, dominata nella sua struttura verticistica da una Cupola o Commissione. Riconobbe come efficace il contributo dei collaboratori di giustizia, utilizzando per le loro dichiarazioni soltanto se suffragate da prove oggettive.
Alla fine della lettura gli avvocati contarono una ventina di ergastoli e condanne per oltre duemila anni di carcere. Andarono assolti un centinaio di imputati per non aver commesso il fatto o per non essere riusciti i pubblici ministeri a trovare prove sufficienti per inchiodarli alle proprie responsabilit.
Avvocati e mafiosi restarono impietriti. Il lavoro del pool era stato straordinario ed era stato premiato con una storica sconfitta di Cosa Nostra.
Il vecchio capomafia, Ninuzzo 'u Ciancato, fu mandato assolto perch la Corte ritenne che, essendo in carcere fin dal 1974, non potesse aver comandato e organizzato i delitti esaminati nel dibattimento. Tuttavia Ninuzzo non fu scarcerato perch doveva scontare ancora anni di galera per i reati pregressi. Si consol organizzando una mostra dei suoi dipinti che ebbe anche un discreto successo. Peccato che di suo, in quelle tele, c'era soltanto la firma.

6.  primavera a Palermo.

Chi invece non riusc proprio a consolarsi fu Saro Rano che, appena seppe della sentenza, cominci a prendersela con tutti coloro che si trovavano nei paraggi.
Era nella sua villa dell'Uditore e aveva appena iniziato la cena con Ninetta e i suoi quattro figli, quando il telegiornale diede la notizia della sentenza. Si mise a sfasciare ogni cosa che gli capitava a portata di mano. Ninetta fece cenno ai figli di andare a chiudersi nelle loro stanze. I ragazzi obbedirono in silenzio, come sempre. Tutti in famiglia sapevano che, durante il corso di quelle sfuriate, l'unica cosa da fare era di restare in silenzio e aspettare che la tempesta passasse. Saro era furioso soprattutto contro i suoi informatori, che gli avevano fatto apprendere la notizia dalla televisione e non erano venuti a dirgliela personalmente.
Saro era preoccupato anche perch, con tutti quei picciotti in carcere, avrebbe dovuto dissanguarsi per mantenere le loro famiglie, consentendo di mantenere un tenore di vita dignitoso. Questo si aspettavano da lui e non poteva deluderli.
Ma prima di ogni altra azione, aveva deciso di vendicarsi di quel giudice, Giovanni Pellegrino, che aveva preso la guerra contro Cosa Nostra come un impegno personale.
Nei giorni successi, esamin con i suoi luogotenenti diversi modi per ucciderlo. Qualcuno sugger l'uso di un bazooka per colpirlo mentre si trovava nella sua auto blindata, altri un'imboscata negli spogliatoi della piscina che frequentava, altri una bomba nel cassetto della scrivania nell'ufficio del tribunale.
Non era soltanto Cosa Nostra a volere la morte di Pellegrino. Anche la mafia americana vedeva nella sua stretta collaborazione con Rudolph Giuliani, il procuratore di New York, una minaccia per il traffico internazionale degli stupefacenti. In quell'occasione, tra Palermo e la Grande Mela, ci fu uno scambio serrato di messaggi. L'ambasciatore fu un certo Rosario, che port personalmente ai boss d'oltreoceano la richiesta di Saro. Il mio capo mi manda a dire che vuole fare con voi un accordo, propose davanti a una commissione di sette tra i pi famosi boss italo-americani della costa orientale.  disposto a spedire qui a New York due dei suoi killer per eliminare il vostro Rudolph Giuliani. In cambio vuole che gli restituiate il favore ammazzando a Palermo il giudice Giovanni Pellegrino.
L'ipotesi fu presa in seria considerazione dai gangster americani e per qualche settimana valutarono come organizzare nella pratica i due omicidi. Poi, per, per le difficolt che una doppia impresa di quello spessore comportava, venne accantonata.
Nel frattempo, Saro aveva spedito un altro suo uomo a Roma per incontrare l'onorevole Salvo Zappa e avere da lui raccomandazioni che stava attivandosi per manipolare l'appello. L'intermediario gli rifer che il politico lo aveva rassicurato di non preoccuparsi, perch il suo gruppo si sarebbe mosso per distruggere la credibilit e l'autorit del magistrato.
In quel periodo, Antonino Condorelli, il capo del pool dei magistrati di Palermo, era rientrato nella sua Firenze e aveva suggerito ai vertici del Consiglio Superiore della Magistratura di nominare capo dell'ufficio istruzioni proprio Giovanni Pellegrino, il magistrato con maggiore esperienza in fatto di mafia. Lo scopo era quello di dare continuit al lavoro svolto fino a quel momento dal pool.
Ma il supremo organo dei giudici, gli prefer un altro magistrato, con il pretesto di voler conservare gli avvicendamenti in base all'anzianit di servizio. Era una scusa evidente. L'attacco era diretto proprio contro Giovanni Pellegrino che - per la popolarit acquisita, la forte personalit e il potere di cui disponeva all'interno del tribunale - si era attirato le invidie e le calunnie di tanti colleghi.
La promessa dell'onorevole Zappa dunque era stata mantenuta. Quella sconfitta professionale per il giudice Pellegrino fu una cicatrice che non si rimargin mai pi. Non la compresero gli italiani, che avevano visto in lui e nel suo combattivo pool di magistrati la speranza per sconfiggere la mafia. Restarono sbalorditi i detective americani dell'FBI e della procura distrettuale di New York, che con il contributo dei giudici siciliani avevano ottenuto importanti vittorie nella lotta al narcotraffico.
Fu una mazzata mortale alla fiducia che i pentiti avevano affidato a quell'avamposto delle istituzioni.
La partita in definitiva era stata persa, fu il commento di molti addetti ai lavori.

Tuttavia, sulla spinta del successo del processone, a Palermo si cominci a respirare aria pulita. Il nuovo sindaco apr i saloni del Palazzo comunale alla cittadinanza, quasi a voler sottolineare che l'amministrazione da quel momento sarebbe stata pi vicina ai suoi cittadini. Caddero gli antichi padroni della citt. Gli aristocratici, che per decenni ne avevano influenzato l'economia depredandola dei gioielli architettonici e urbanistici, caddero in disgrazia. I deputati e i senatori della DC in odore di mafia furono estromessi dal partito. Lo stesso Vito Pergolizzi, il pi potente di tutti, il pupo corleonese nelle mani di Saro Rano, il grande burattinaio, fu arrestato e spedito al soggiorno obbligato. Questo, pi di tutti gli altri, fu il segnale che qualcosa stava veramente cambiando in Sicilia. Era iniziata una stagione di rinnovamento, una delle pi splendide primavere palermitane.
Un siciliano in particolare odiava quella luminosa stagione, ed era proprio Saro Rano. Nemico della luce, il corleonese viveva perennemente tra le quattro mura di casa, al riparo da occhi indiscreti e voleva che anche i suoi familiari seguissero le sue stesse cautele.
Ninetta, che un giorno aveva indugiato qualche minuto pi del consentito sul balcone, venne rimproverata severamente dal marito.
La donna di rado usciva dalla villa dell'Uditore e non poteva neppure vedere liberamente i suoi parenti, compresa la madre e le sue due sorelle nubili.
I ragazzi venivano accompagnati a scuola da un autista con la fedina penale pulita, nel caso l'auto fosse stata fermata per un controllo. Per evitare di essere riconosciuti, i quattro figli avevano assunto una falsa identit.
Saro Rano, malgrado le improvvise sfuriate, continuava a mantenere sempre la sua proverbiale lucidit mentale. Sapeva che la sconfitta del maxiprocesso avrebbe avuto come contropartita un forte malcontento tra i suoi affiliati. Ma lui era un combattente nato e non aveva mai smesso di ordire congiure e alleanze.
A poche persone confidava le sue mosse. Si sapeva dei suoi rapporti con la politica e con alcune stanze del potere imprenditoriale del nord. A un costruttore aveva fornito i finanziamenti necessari per costruire un quartiere alla periferia di Milano.
Intensific i legami con alcune logge coperte della massoneria. Nello stesso tempo curava i suoi picciotti rinchiusi in galera. Ma in realt si preoccupava soltanto delle famiglie dei compaesani pi vicini a lui, come quelle di San Giuseppe Jato, di San Lorenzo, della Noce, di Resuttana e dell'Uditore. Per tutti gli altri, non si dava da fare con la stessa solerzia e presto questa disparit di trattamento port a malumori e a mormorii da parte dei picciotti originari di Palermo.
La fronda faceva capo a un certo Vincenzo Arena di Ciaculli, detenuto all'Ucciardone. Si lamentava del suo boss perch si non curava troppo di lui e dei familiari che aveva lasciato a casa. Vincenzo Arena aveva diretto uno dei gruppi di fuoco pi temibili di Cosa Nostra. Erano stati lui e i suoi a uccidere il capitano Emanuele Florio a Monreale, alla festa del Crocefisso.
Arena andava dicendo tutto il giorno che, appena fosse uscito dal carcere, avrebbe rovesciato la dittatura dell'odiato corleonese.
Vincenzo sapeva sparare bene, ma non aveva n il carisma, n la scaltrezza di un capo. Infatti fece una mossa molto ingenua: cerc alleati tra gli stessi amici di Saro.
Tutti lo rassicurarono che avrebbe potuto fidarsi di loro. Non fece a tempo a girare la testa dall'altra parte, per, che partirono messaggi diretti a Saro per metterlo in guardia dalle velleit di Vincenzo Arena.

Il locale delle docce all'Ucciardone era costituito da un vasto salone dipinto di vernice verde, con una dozzina di bocchette che uscivano direttamente dai muri perimetrali. Una volta a settimana ai detenuti era concesso l'uso di questo ambiente. Dodici alla volta, venivano introdotti nella sala dove, per una ventina di minuti, potevano allentare la tensione della galera, sotto il getto benefico dell'acqua. Come d'abitudine, Vincenzo cominci insaponandosi i capelli. Lasci che la schiuma fluisse abbondante sul corpo nudo. Socchiuse gli occhi... poi si rigir per posare lo shampoo sulla mensola... s'accorse che non c'era pi nessuno intorno a lui. I compagni erano scomparsi.
Con l'acqua di tutte le bocchette che scrosciava a terra, sotto il getto della sua doccia che gli portava via dai capelli fiocchi di schiuma, vide entrare tre uomini. Uno aveva in mano una pesante bistecchiera di ghisa. Vincenzo istintivamente cerc protezione in un angolo della stanza. Ma venne subito raggiunto. Prov a scappare, ma due di loro lo immobilizzarono e l'altro fece sibilare la bistecchiera nell'aria, colpendolo in piena faccia.
Vincenzo assorb il colpo, restandone frastornato. Si appoggi alla parete scivolosa. Sent arrivargli come un maglio un nuovo colpo. Si pieg sulle gambe. Ancora una mazzata, questa volta sulla nuca, e si abbatt a terra. Il sangue fluendo abbondante dalla ferita alla nuca e dal naso, miscelandosi con la schiuma, venne risucchiato in un gorgo nella griglia al centro del pavimento che convogliava l'acqua di tutte le docce.
Sempre a Palermo, un paio d'ore dopo, al cimitero dei Rotoli, anche il fratello di Vincenzo fu ammazzato, ma a colpi di pistola. Con lui si estingueva anche il progetto di un golpe contro Saro Rano.
Il corleonese si sentiva invincibile. Il terrore che aveva instaurato tra i suoi uomini era un deterrente formidabile. La paura d'incorrere nel suo giudizio era maggiore della volont di farla finita con il regno dell'orrore che aveva instaurato.
Ma non si accontent di quella dimostrazione di forza. Nel delirio di onnipotenza, decise di ricominciare nell'operazione ramazza per dare una lezione indimenticabile a tutti i suoi nemici: mafiosi e uomini delle istituzioni.

7. Settembre nero a Palermo.

Trapani, 14 settembre 1988.

Il primo a cadere sotto i colpi dei killer corleonesi fu il giudice Alberto Cappuzzello. Aveva 69 anni e non esercitava pi nel tribunale di Trapani da poco pi di un anno, da quando era andato in pensione.
Il 14 settembre era una giornata ventosa, ma il cielo era limpidissimo e il sole riscaldava ancora come in piena estate. Cappuzzello usc dal garage della villa sulla Fiat Panda per dirigersi in citt dove doveva ritirare alcuni documenti. Per immettersi sulla provinciale per Trapani attravers alcune stradine di campagna, fiancheggiando vigneti e uliveti, ma all'improvviso un giovane in Vespa, proveniente da un viottolo laterale, gli tagli la strada. Per evitare la Panda, il ragazzo scivol a terra con la Vespa, mentre il giudice fu costretto a una frenata violenta che fece sbandare l'auto. Riusc per a non travolgerlo. Questi si rialz da terra e avanz verso la Panda. Il magistrato usc dall'abitacolo, con l'intenzione di porgergli soccorso. Ti sei fatto male?.
Ma il giovane estrasse una pistola da dietro i pantaloni e, mirando al cuore del magistrato, gli disse: Questo  da parte di Gaetano, il fratello di Saro Rano.
Nei brevissimi istanti che precedettero la sua morte Alberto Cappuzzello vol con la memoria a quel nome. Ricord il caso. Era accaduto tre anni prima. A quell'epoca era presidente della sezione per le misure di prevenzione del tribunale di Trapani. Rammentava perfettamente l'incartamento di Gaetano Rano. Gli aveva confiscato l'abitazione. Era stata una delle prime sentenze in cui era stata applicata la legge contro i beni della mafia. Ricord anche che la famiglia Rano, un anno prima, aveva impugnato il sequestro dell'appartamento e lo stesso Gaetano aveva tentato di mantenere il possesso del bene facendosi nominare affidatario. Ma il magistrato non aveva ratificato il cavillo giuridico e l'abitazione era stata definitivamente sottratta alla famiglia. Ora erano arrivati a chiudere la pratica per sempre...
Tutto questo balen nella sua mente nel breve intervallo che intercorse tra la vista della pistola e il boato degli spari.
Il giovane killer lo centr due volte: la prima al petto, la seconda alla testa.
Undici giorni dopo la vendetta dei corleonesi colp il giudice Antonino Semeria.
Tornava a Palermo guidando la sua Fiat 132, con il figlio Stefano, dopo aver trascorso la domenica nella sua residenza estiva di Canicatt per festeggiare il battesimo di un nipotino.
Semeria era uno dei giudici di trincea al tribunale di Palermo. Era stato il presidente della Corte d'Appello per la strage del giudice Rocco Cosentino, decretando l'ergastolo per i due fratelli capimafia Michele e Salvatore Russo. Era sempre lui il presidente della Corte che mand all'ergastolo Vincenzo Arena e i suoi complici nell'assassinio del capitano dei carabinieri Emanuele Florio, di Monreale. Inoltre era stato scelto come presidente della futura Corte d'Appello che avrebbe dovuto giudicare il secondo grado del maxiprocesso a Cosa Nostra. Un magistrato cos avverso alla mafia non poteva presiedere l'appello del processone, perci Saro Rano aveva deciso il suo destino. E puntuale come sempre arriv la vendetta del corleonese.
La Fiat 132 fu affiancata da una Giulietta. Alcuni colpi di mitra frantumarono il vetro posteriore, quindi la macchina acceler e super quella del magistrato. Furono sparate altre raffiche e queste colpirono padre e figlio. La Fiat sband sulla corsia opposta e ferm la corsa contro il guardrail. Dalla Giulietta scesero due uomini. Si avvicinarono all'auto con le pistole e i mitra spianati. Constatarono la morte dei due occupanti e, senza sparare altri colpi, risalirono in macchina.
La Scientifica, accorsa sul luogo dell'agguato, raccolse un mucchio di bossoli calibro 9 e molti altri proiettili all'interno dell'abitacolo.
Non erano trascorse ancora ventiquattr'ore, quando nelle vicinanze di Trapani si verific un altro omicidio firmato Cosa Nostra. Questa volta non si trattava di un magistrato, ma del responsabile di una comunit specializzata nel recupero di tossicodipendenti. L'uomo, impegnato nel sociale e nelle battaglie civili, aveva una rubrica quotidiana in una televisione locale dove criticava - citando nomi e particolari inediti - i comportamenti di certi amministratori collusi con le cosche mafiose. Era probabilmente questa informazione fuori dai denti che dava fastidio ai boss di Trapani e provincia e - come era gi accaduto con altri coraggiosi giornalisti, messi a tacere per sempre per i loro reportage di denuncia - anche a lui venne riservato un identico trattamento, guadagnandosi la sua mortale dose di proiettili.
L'ultimo botto di quel settembre nero fu riservato invece a un boss riconosciuto di Cosa Nostra, come a dimostrare che la giustizia mafiosa  imparziale. Il 28 settembre fu eliminato il fratello di Stefano Bont, quel Giovanni che nel maxiprocesso era stato condannato a otto anni da scontare agli arresti domiciliari. Giovanni, nei giorni del dibattimento, in nome del popolo mafioso, si era dissociato dall'omicidio del piccolo Vincenzino. Ma aveva problemi in seno alla sua famiglia perch era considerato un traditore: aveva preferito legarsi ai corleonesi, abbandonando l'antica alleanza delle famiglie palermitane. Quel mercoled mattina Giovanni Bova e altri due compari di San Giovanni Jato andarono a fargli visita nella sua bella casa di Villagrazia. Giovanni Bont, senza sospettare nulla, li accolse ancora in pigiama. A sua moglie Francesca disse di preparare il caff e di servirlo sulla terrazza che spaziava sui filari degli agrumeti. Terminato di bere, a un cenno di Bova, i due sicari estrassero le loro calibro 38 e uccisero a sangue freddo Giovanni Bont e l'ignara moglie.
Ma la iena, come molti ormai chiamavano Saro Rano, era ancora assetata di sangue e in quel fine settembre, direttamente o per interposta persona, ordin altri quattordici omicidi.
Il suo nemico numero uno, tuttavia, restava sempre il giudice Giovanni Pellegrino: il pi integerrimo, il pi appassionato, il pi deciso a mettere la parola fine a Cosa Nostra. In un'intervista, qualche giorno prima aveva detto che la mafia era un'organizzazione fatta di uomini e come tutte le cose di questo mondo era destinata a finire.
Saro Rano temeva la sua memoria storica, la sua conoscenza dei meccanismi bancari, le sue relazioni con la polizia americana alla quale aveva gi dato fondamentali contributi portando all'arresto di importanti boss d'oltreoceano. Era lui che andava fermato. Ma Pellegrino era scaltro. Sapeva di essere nel mirino delle loro lupare e per questo ogni giorno escogitava nuovi stratagemmi per non cadere nelle imboscate mafiose.

8. Il patto scellerato.

Ma non era soltanto Cosa Nostra a volere la morte di Giovanni Pellegrino. Le strategie investigative del magistrato stavano creando non poche difficolt alle organizzazioni nazionali e internazionali che prosperavano nel narcotraffico e nel riciclaggio degli ingenti patrimoni derivanti da quelle attivit.
Pi volte, nell'ultimo decennio, i vertici della Cupola erano stati contattati da uomini che lavoravano per i servizi segreti non soltanto italiani, ma anche di altri Paesi, in particolare dalla CIA. Spesso gli interessi della mafia e le strategie destabilizzanti di alcuni apparati infedeli dello Stato coincidevano. In tal caso le due entit univano le forze e lavoravano di comune accordo per la buona riuscita dell'azione criminosa.
Erano episodi poco noti all'opinione pubblica, anche perch i depistaggi di quegli eventi erano la norma e si finiva per conoscere una verit ufficiale che si discostava radicalmente da quella reale.
Questo modus operandi era iniziato sin dai tempi della strage di Portella della Ginestra, addebitata a Giuliano, ma voluta e condotta con l'aiuto di forze dell'intelligence americana per contrastare l'affermazione del partito comunista. Ed era continuata periodicamente con l'organizzazione delle pi efferate stragi politiche del secondo dopoguerra.
Il pericolo rappresentato dal giudice Pellegrino port alcuni elementi di Cosa Nostra a incontrarsi segretamente con uomini del SISDE, il servizio segreto del ministero degli Interni. Il nome in codice dell'agente che stabil il contatto con i mafiosi era Franco. Il viso devastato dal vaiolo, i radi capelli, una corporatura appesantita da pasti irregolari e un'andatura claudicante, davano di lui un'immagine molto lontana da quella classica dell'agente segreto a cui i film di spionaggio ci hanno abituato.
Il signor Franco un giorno aveva contattato Giovanni Bova, offrendogli supporto logistico e materiale per organizzare un attentato contro il giudice. La soluzione pi semplice sarebbe stata quella di ucciderlo a Roma, in uno dei suoi frequenti spostamenti. Ma l'uomo aveva insistito per la Sicilia. Pellegrino doveva essere ammazzato a Palermo, in tal modo sarebbe stato naturale addebitare la sua morte alla mafia.
La sua organizzazione, assicur a Bova, avrebbe restituito il favore, eventualmente addomesticando presidenti di Corte d'Assise.
Quando Bova raccont l'incontro avuto con il signor Franco, Saro Rano pens immediatamente a una trappola. Non si fidava degli sbirri, neanche di quelli camuffati da servizi segreti deviati.
Tuttavia pot verificare l'affidabilit delle informazioni del butterato quando, dall'interno degli uffici del tribunale di Palermo, la talpa gli forn un'importante indicazione. Aveva saputo che Giovanni Pellegrino per quell'estate aveva preso in affitto una villetta a Punta di Priola, la scogliera a sud della spiaggia di Mondello. Avrebbe potuto essere quello lo scenario ideale per un attentato. Saro pens che poteva essere la volta buona per levarsi di torno quel curnutu di giudice.
Il signor Franco sugger di usare la dinamite. Avrebbe provveduto lui stesso a ritirarla da uno dei depositi segreti della sua rete spionistica.

Palermo, 20 giugno 1989.

Quell'estate il giudice Giovanni Pellegrino stava stringendo nuovi accordi internazionali per fronteggiare il fenomeno del riciclaggio degli ingenti patrimoni che la criminalit organizzata accumulava con i guadagni della droga.
Proprio in quei giorni stava lavorando con due magistrati svizzeri per trovare un accordo allo scopo di bloccare quel traffico.
Fu in quest'occasione che il giudice Pellegrino lanci una proposta ai suoi due ospiti svizzeri, invitandoli, nelle ore dedicate alla pausa pranzo, alla sua villa sulla scogliera di Punta di Priola.
Saputo dell'invito, immediatamente il butterato fece scattare l'operazione. Da un suo uomo fece consegnare alla famiglia mafiosa dei Cerruto una borsa sportiva con una cassetta d'acciaio contenente 58 candelotti e due detonatori. Per mimetizzarla, furono messe nella borsa anche una muta da sub, una maschera subacquea e delle pinne.
Il detonatore avrebbe funzionato con l'impulso di un radiocomando. Due mafiosi della famiglia Cerruto, Angelo e Michele, insieme a Giovanni Bova, si recarono a Punta di Priola. Giovanni rest a fare da palo in macchina, mentre gli altri due, dopo essersi spogliati, restando in costume da bagno, si avviarono verso il mare come bagnanti qualunque.
I due mafiosi percorsero un tratto della scogliera. Avevano ognuno un borsone. Si fermarono in una zona dove la roccia era sufficientemente levigata per potersi sdraiare.
Non c'era molta gente a quell'ora torrida. Aspettarono che i ritardatari rientrassero nelle case per il pranzo e il sonnellino pomeridiano, poi Angelo si alz per prendere la borsa che conteneva i candelotti di dinamite. Percorse un centinaio di metri ed entr nella propriet della villa affittata dal giudice Pellegrino. Una grezza scalinata di cemento portava al mare. L'uomo poggi con indifferenza la borsa nei pressi degli ultimi gradini, facendo attenzione che le onde non la bagnassero.
Al largo, un gommone arancione stava ancorato proprio davanti alla villa del giudice. A bordo c'erano due uomini che, con canne e mulinelli, facevano finta di pescare. In realt, uno dei due aveva gli occhi incollati a un binocolo e scrutava la scogliera, mentre l'altro faceva da controfigura fingendo di gettare l'esca in mare, senza per convinzione. Erano due agenti e anche loro appartenevano ai servizi segreti, ma a un gruppo fedele al giuramento di fedelt fatto alla bandiera.
Si chiamavano Nino ed Emanuele. Nino aveva seguito con il binocolo il mafioso con la borsa. Lo aveva visto armeggiare all'interno del borsone da sub, come per attivare un detonatore. La soffiata dunque si era rivelata esatta. Il giudice Pellegrino stava subendo un attentato.
Completata la missione, il mafioso si tuff in acqua e nuot a lungo per tornare dall'amico che aveva lasciato sullo scoglio.
Nino ed Emanuele restarono a osservare la borsa seminascosta sotto il gradino di cemento. Dopo un po' i due mafiosi si allontanarono e gli agenti dei servizi decisero di avvicinarsi alla riva.
Fu Emanuele a scendere. Era lui l'esperto in esplosivi e disinneschi. Non tocc la borsa perch temeva che ci fosse un dispositivo antirimozione a mercurio. Apr lentamente la chiusura lampo e individu subito all'interno, nascosta dalla giacca da sub e dalle pinne, una scatola di metallo da cui fuoriuscivano dei congegni elettronici che entravano in un altro contenitore di plastica e di minori dimensioni, presumibilmente il detonatore. Non sent il ticchettio di un timer, n vide una miccia. Il detonatore dunque doveva essere innescato con un radiocomando. Ci stava a significare che il giorno dopo, quando il giudice fosse arrivato con i suoi due ospiti, sarebbe dovuto arrivare nei paraggi anche l'addetto al telecomando.
Emanuele con un temperino multiuso tranci i fili elettrici di collegamento al detonatore, rendendo inoffensiva la dinamite che si trovava nella scatola. Frug ancora nel borsone, per scoprire se ci fossero altri indizi. Ma, oltre al micidiale esplosivo, vi trov soltanto le attrezzature per immergersi. Le lasci al loro posto, risal sul gommone e Nino vog vigorosamente verso il largo. Poi blocc i remi alle sagole e avvi il motore con uno strappo del volano.
Affacciato alla finestra di una delle ville vicine, un uomo aveva osservato la loro curiosa manovra. In Sicilia c' sempre qualcuno che vede cose che non dovrebbe mai vedere e va a riferirle a persone che sarebbe meglio non le conoscessero.
L'uomo non era un appartenente alla cosca dei Cerruto dell'Acquasanta, bens un poliziotto della questura di Palermo. Anche lui era dotato di un binocolo e riconobbe i due colleghi. Per la verit, sapeva che non erano in forza alla questura, ma appartenevano ai servizi segreti. E proprio in quella loro veste li aveva visti spesso bazzicare i locali della squadra mobile.
Il giorno dopo rifer la circostanza al suo superiore e questi a sua volta ne parl con un altro ancora, purtroppo era collegato proprio con il gruppo degli avversari del giudice Pellegrino. Nel giro di una settimana, la presenza del gommone davanti alle acque della villa del magistrato era diventata di pubblico dominio, anche se le motivazioni fornite alla stampa furono ben diverse da quelle reali.
Intanto, il 21 giugno il giudice Pellegrino mantenne la promessa e condusse i due ospiti stranieri al mare, alla villa di Punta di Priola.
I tre colleghi si sistemarono sulla terrazza che s'affacciava sulle limpide acque di Mondello, controllati a vista dalla scorta che seguiva costantemente il magistrato siciliano. Una leggera brezza mitigava il caldo gi soffocante dell'incombente estate siciliana e l'incannucciata offriva un'ombra davvero confortevole. Francesca, la moglie di Pellegrino, li aveva raggiunti e pens personalmente a preparare una pasta al pomodoro e basilico. Davanti a quel mare cos cristallino, al silenzio ovattato rotto soltanto dal frusciare del vento tra le canne della tettoia, le complicazioni del mondo sembravano impalpabili come un'eco lontana.
In realt, per, erano ben presenti, pi reali e concrete che mai, a poche centinaia di metri da loro. I due mafiosi della famiglia Cerruto, Angelo e Michele, osservavano i movimenti nella villa nascosti dietro alcune rocce, mentre Giovanni Bova impugnava un telecomando, aspettando che i due gli dessero il via per schiacciare il pulsante rosso.
Gli ospiti stavano lodando la pasta che Francesca era riuscita a preparare in cos poco tempo, quando una voce concitata ruppe l'incanto dell'atmosfera che si era creata.
Giovanni si alz dalla sdraio e si affacci alla balaustra del terrazzo. In basso vide sulla scogliera una certa concitazioni tra gli uomini della scorta. Antonio Merola, il capo scorta, si stava sbracciando nella sua direzione e gridava: Via! Via! C' una bomba!.
Il giudice piomb nella cruda realt di tutti i giorni. Gli agenti erano saliti di corsa sulla terrazza. Antonio Merola appariva sinceramente spaventato.
Signor giudice, dovete andare via. C' una borsa piena di esplosivo sotto alla scalinata. Ho gi avvisato gli artificieri e saranno qui a momenti.
I quattro magistrati furono fatti salire sulle due auto blindate. Li trasportarono direttamente al tribunale, in quel momento era il solo luogo davvero sicuro.
Giovanni Pellegrino era preoccupato per i suoi ospiti e per la moglie Francesca. Per causa sua poteva accadere un'ecatombe, com'era successo con il giudice Rocco Cosentino quando un'autobomba aveva ucciso lui, il portiere di casa sua e l'autista.
L'artificiere dei carabinieri arriv mezz'ora dopo il ritrovamento della borsa. Il suo timore maggiore fu quello di avere a che fare con un congegno a mercurio che si attivava con il semplice sollevamento della borsa. Fece sgombrare tutta l'area e, per non andare incontro a drammatici imprevisti, decise di neutralizzare il detonatore con una microcarica per disarticolare i collegamenti tra l'innesco e l'esplosivo.
Fece brillare il suo dispositivo e finalmente pot mettere le mani sulla scatola che conteneva la dinamite senza timore di un'ulteriore esplosione.
Questo intervento, che distrusse il congegno e quindi la possibilit di identificare l'innesco, in seguito fu molto criticato e ritenuto da molti avventato e anche un po' sospetto. I detrattori del giudice arrivarono a ipotizzare che Giovanni avesse organizzato una messinscena per mettersi in mostra di fronte agli ospiti stranieri. I corvi sostennero che la bomba era disinnescata e che non sarebbe mai scoppiata. A nulla valsero le dichiarazioni, dell'artificiere prima e dei tecnici della Scientifica poi, secondo cui la dinamite era sufficiente per fare una strage. L'unico dubbio, considerato legittimo dagli esperti, erano i cavetti tranciati che portavano ai reofori d'innesco dei detonatori. Nessuno sapeva ancora che a tranciarli erano stati gli uomini dei servizi segreti arrivati dal mare con un gommone, che agivano contro il gruppo degli agenti deviati.
Ma a quell'epoca i detrattori del giudice pensarono che fossero stati tagliati dagli stessi attentatori, per dimostrare che non c'era da parte loro la volont di fare una vera strage, ma soltanto fornire una minacciosa dimostrazione di forza. Come per dire: Ecco, noi possiamo colpire quando e come vogliamo. Naturalmente si sbagliavano.
Pellegrino fu travolto da una serie di lettere anonime che lo calunniavano, minando il suo onore e la sua credibilit. Arrivarono ad accusarlo di servirsi dei pentiti per organizzare complotti ed eliminare decine di corleonesi. Lo scopo era quello di isolarlo e il corvo, cos si firmava il misterioso anonimo, riusc nel suo intento diffamatorio.
Saro Rano, quando venne a sapere del fallito attentato, comment: Era il momento pi favorevole per eliminarlo. Se moriva ieri non lo avrebbe rimpianto nessuno.

9. Guerre sotterranee.

Il giudice Pellegrino usc da quell'avventura con il morale a pezzi e l'anima ferita a morte per le maldicenze che lo avevano travolto. Ma pi di ogni altra cosa, temeva per la vita di sua moglie, tanto che da quel giorno decise di non dormire pi con lei sotto lo stesso tetto. Ormai, come ebbe a dire pi volte agli amici pi intimi e a sua sorella, si considerava un cadavere ambulante. Ci nonostante, non avrebbe mai dato ai mafiosi la soddisfazione di ritirarsi dalla battaglia.
Pi preoccupati di lui, per, erano i due agenti segreti, Nino ed Emanuele, i due finti pescatori che avevano disinnescato la dinamite a Punta di Priola. La loro presenza non era passata inosservata, ma il depistaggio di un commissario della questura di Palermo fece intendere che erano proprio loro i killer destinati a premere il pulsante del telecomando per far esplodere la bomba.
Nino e l'amico non s'aspettavano di essere stati identificati dai poliziotti di Palermo e, sapendo che alcuni superiori erano collusi con Cosa Nostra, cominciarono a temere per la propria vita.
La mafia diffuse una versione di comodo di quanto era avvenuto, facendo sapere che non si era trattato di un vero e proprio attentato, ma di un semplice avvertimento. Il loro esercito era sempre il pi forte perch poteva colpire dove e quando voleva.
Il giudice Pellegrino ebbe la netta sensazione di una ben orchestrata operazione di delegittimazione. E a un giornalista confid: Mi sento come dev'essersi sentito il Generale, prima di essere ammazzato con la moglie.  come un film gi visto. Sono convinto che a eliminarlo sia stato un gruppo di fuoco mafioso, ma che la sua morte sia stata decretata in altri palazzi. Ho l'impressione che Cosa Nostra sia in qualche modo manovrata da oscuri centri di potere che, per proprie misteriose finalit, la utilizzino come paravento. Il dito sul grilletto ce lo mette la mafia, ma le pallottole le forniscono mandanti che vanno cercati altrove.
Un mese e mezzo dopo il fallito attentato alla villa del giudice Pellegrino, l'agente segreto Nino, insieme alla moglie Ida, incinta di cinque mesi, partecip alla festa per il compleanno di sua sorella. Le due famiglie si erano riunite, felici per uno di quei rari momenti di tregua da una vita sempre pi convulsa. I camerieri portarono la torta con le candeline su una terrazza a mare, di fronte alla spiaggia di Mondello. La sorella minore di Nino soffi sulle venticinque fiammelle tra gli applausi divertiti di tutti, parenti e amici. Poi qualcuno fece partire lo stereo e le amiche della festeggiata si misero a ballare tra loro un brano di Madonna, subito imitate da qualche anziana coppia.
Nino e Ida furono i primi a voler tornare a casa perch la donna si era affaticata e il caldo le toglieva il respiro. Salutarono i parenti, ma nessuno interruppe le danze. Ci fu un agitarsi di mani e baci lanciati a distanza, mentre la musica e il ritmo avevano preso un po' tutti, inclusi i maschi, sempre riottosi a esibirsi in balli con le loro donne.
Erano trascorsi pochi minuti, quando si udirono dei colpi di pistola provenire dalla strada. Seguirono urla femminili e rumore di gente spaventata che correva e gridava.
L'hi-fi venne spento e i familiari di Nino si affacciarono alla balaustra della terrazza. Guardarono in basso. Sull'asfalto videro i corpi immobili di Nino e della moglie Ida. Una moto con due persone a bordo si stava allontanando dalla scena del delitto. La gente che gremiva la strada, fino a pochi istanti prima, si era dileguata, nascondendosi nei negozi o dietro le macchine.
Affacciato alla terrazza, il padre di Nino lanci un urlo di disperazione, invocando il nome del figlio, poi tutti si diressero verso le scale per correre in aiuto dei loro congiunti. Ma fu una corsa inutile, perch ormai i due giovani coniugi erano morti.
Il compagno di Punta di Priola, Emanuele, fu ammazzato un anno dopo. Anche per lui, come per Nino, le ricerche non portarono ad alcun risultato. Entrambi i commissari, incaricati di investigare sui due omicidi, imboccarono la pista del delitto passionale. Era il classico e noto diversivo usato dalla mafia per inquinare le indagini.
Il giudice Pellegrino era stato informato, dal gruppo dei servizi segreti fedeli, che erano stati proprio Nino ed Emanuele a disinnescare la dinamite a Punta di Priola.
Il magistrato volle partecipare ai loro funerali e pubblicamente riconobbe di avere un debito di riconoscenza verso i due per aver salvato la vita a lui e alla moglie, oltre che ai due colleghi svizzeri.

Con l'istruzione del maxiprocesso e la fiducia che era riuscito a infondere ai primi pentiti, Giovanni Pellegrino fu il principale artefice del primo violento scossone alla struttura fino a quel momento monolitica di Cosa Nostra.
Dopo Masino Buscemi e Totuccio Condello, l'altro grande pentito di mafia fu Marino Mazzone. Le sue rivelazioni provocarono un ulteriore terremoto nell'organizzazione di Saro Rano.
Mazzone era un chimico provetto ed era stato sottratto dai corleonesi a Stefano Bont. Era popolare tra la gente di Cosa Nostra perch riusciva a trasformare la morfina in eroina pura quasi al cento per cento. Questa sua abilit gli aveva salvato la pelle negli anni delle stragi palermitane. C'era bisogno di un tecnico come lui. Saro gli offr di continuare a lavorare nei suoi laboratori in cambio della vita. Mazzone accett e da quel momento raffin per Saro Rano quintali di eroina. Ma in cuor suo non diger mai quel ricatto. Se lo fece, fu soltanto per amore di una donna che da lui aspettava un figlio. Ma ancora una volta la mafia decise al posto suo e gli venne imposto di sposare la figlia di un corleonese, come a volerlo legare indissolubilmente alla nuova famiglia.
Marino Mazzone era infelice, intossicato dalla morfina che raffinava, lontano dalla donna amata e da suo figlio: quella vita lo stava consumando. Ci nonostante, i corleonesi erano implacabili e pretendevano da lui ogni giorno chili e chili di eroina pura al cento per cento. Questa tortura dur alcuni anni, finch non decise di smettere. Come un drogato che deve scegliere tra la vita e la morte, un giorno si present in tribunale chiedendo di essere ricevuto dal giudice Giovanni Pellegrino. Cominci cos la sua collaborazione con la giustizia.
Ma il tribunale di Palermo non era il luogo pi sicuro per i pentiti: infatti, poco dopo qualcuno dall'interno degli uffici avvert i corleonesi che Marino Mazzone stava raccontando a Pellegrino tutti i fatti della famiglia.
Saro Rano, quando lo venne a sapere, s'infuri come mai gli era capitato. Url contro gli infami traditori, accusandoli di voler distruggere l'intera Cosa Nostra. Maledisse Buscemi e Condello che erano stati i primi a dare il cattivo esempio. Poi, quando si fu calmato, a Giovanni Bova dichiar: Da oggi dobbiamo mettere la parola fine ai pentiti. Sappiano i picciotti che se loro si avvicineranno a un giudice per denunciare Cosa Nostra, noi gli ammazzeremo tutti i parenti. E quando i loro figli avranno compiuto diciotto anni, un giorno, verranno anche loro ammazzati, tra atroci sofferenze. E per fargli capire che non sto scherzando, cominceremo con i parenti di quel curnutu di Marino Mazzoni, uomini e donne. Padri, madri, sorelle e fratelli. Nessuno deve rimanere della loro specie.
La condanna era stata pronunciata. Il primo a cadere fu suo fratello, Agostino, un trafficante di droga e d'armi. Poi fu la volta della madre, di una sua sorella e della zia.
Nella lunga e sanguinosa storia della mafia era la prima volta che venivano massacrate per rappresaglia tre donne della stessa famiglia. Non soltanto la societ civile rabbrivid, ma gli stessi mafiosi ebbero parole e pensieri di riprovazione di fronte a quell'eccidio. Soltanto i corleonesi andarono fieri di ci che avevano fatto. Con quell'esempio speravano di aver messo un freno ai delatori. Invece fu proprio quella barbarie, negli anni a venire, a spingere molti mafiosi a sfidare le rappresaglie promesse e a strappare il velo di menzogne che ancora nascondevano le orrende malefatte dei corleonesi di Saro Rano.

10. Colpire al cuore dello Stato.

Nel tribunale di Palermo si respirava un'aria mefitica. I giudici del pool erano invisi ai colleghi per la peculiarit delle loro indagini. Agli altri erano riservati i ladruncoli di automobili, mentre loro finivano sulle prime pagine dei giornali nazionali.
In particolare, quello guardato con maggiore ostilit era il giudice Giovanni Pellegrino, il pi brillante e acuto dell'intero pool, nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura procuratore aggiunto di Palermo.
Quando passava nei corridoi del tribunale, gli invidiosi sussurravano: Ecco la leggenda. E altri rispondevano ironicamente: Per forza,  il migliore tra tutti noi. Questi commenti velenosi e l'atmosfera di forte competizione rallentarono sensibilmente le inchieste del pool, fino ad arrivare quasi a vanificarle. Pellegrino decise che era arrivato il momento di allontanarsi da Palermo e accett un incarico di prestigio al ministero della Giustizia, che il guardasigilli in persona gli aveva offerto, proprio per sottrarsi ai veleni che ammorbavano il tribunale.
Con il nuovo ruolo, non avrebbe potuto pi condurre inchieste in prima persona, ma la sua idea era quella di costituire una struttura di appoggio per tutti i magistrati impegnati nelle indagini sulla criminalit organizzata. In poche parole, creare una sorta di superprocura.
Diceva che le inchieste non potevano diventare monopolio di un'unica persona, bens il frutto di un lavoro di gruppo. Il pericolo maggiore che i giudici potevano correre era quello di personalizzare troppo il proprio compito. L'iperattivismo di alcuni funzionari di polizia e di altri magistrati finiva per trasformarli in bersagli ideali per la mafia.
Mentre Giovanni Pellegrino volava a Roma per insediarsi sulla poltrona al ministero di Giustizia, a Palermo a Saro Rano tornava il buonumore: senza quell'ingombrante presenza, il suo spazio di manovra poteva tornare a crescere.
Anche il giudizio d'appello del processone aveva rappresentato un discreto successo per le famiglie mafiose. Era stato scardinato in parte il teorema su cui si era basata l'intera istruttoria dei magistrati del pool capitanati dal giudice Antonino Condorelli: non si negava la struttura verticistica di Cosa Nostra, ma questa sua valenza non era un dogma, com'era stato ritenuto nel primo grado. Gli omicidi potevano essere commessi dai singoli boss, anche senza il consenso della Cupola. Questo stava a significare che i vertici di Cosa Nostra, come Saro Rano e Piddu 'u Tignusu, potevano essere completamente scagionati per numerosi omicidi, almeno quelli che non erano stati approvati dalla Commissione.
La nuova sentenza elimin alcuni ergastoli, furono emesse nuove assoluzioni e il totale delle pene detentive ridotte di molte centinaia di anni.
In base a questa nuova tesi dei magistrati, gli ambienti mafiosi furono presi da ottimismo e Saro Rano inizi a sperare nella revisione del processo in Cassazione. Doveva assolutamente essere addomesticato, e fu risoluto nel rivolgere le sue richieste. Decise d'incontrare ancora una volta l'onorevole Salvo Zappa. Un fine settimana che il parlamentare europeo scese nel suo collegio siciliano gli chiese un appuntamento.
Fu Saro a recarsi a casa sua, nella lussuosa abitazione di fronte al Politeama. Per il boss, che raramente usciva dalla sua villa, gi questo doveva costituire un segnale di apprensione per il suo ospite.
Una domestica condusse Rano nello studio dell'europarlamentare. Zappa, che conosceva la suscettibilit del corleonese, si alz dalla scrivania e gli and incontro.
Saro, mi fa piacere vederti, gli disse stringendogli la mano con calore.
Caro Salvo, sono preoccupato per il giudizio della Cassazione, disse senza preamboli Rano.
Il politico, una volpe dell'intrigo, sorrise per minimizzare la gravit della situazione. Te l'avevo gi detto. Non c' da angosciarsi. La sentenza del primo grado era un atto politico dovuto dai giudici all'opinione pubblica. Nel secondo hai visto com' cambiato l'orientamento? Vedrai che la Cassazione finir per mandare tutti a casa. Ne sono certo.
Non dovremo badare a spese, se c' da oliare qualche giudice, lo faremo, non dovr essere questo il problema, tenne a precisare con decisione il corleonese. Farete bene a giocarvi tutti gli assi, dillo al Presidente. Perch questa volta non scherzo. Per ogni ergastolo cadr una testa e saranno di tutti quelli che ci hanno tradito. Ricordalo all'onorevole, questa volta non far differenze: uomini e donne, sottoline con durezza Saro.
Ma dai, Saro, non essere cos negativo. Te l'ho detto, si risolver tutto in una bolla di sapone.
Tuttavia le parole del boss avevano spaventato l'eurodeputato che, conoscendo bene il viddano, sapeva quando andasse preso sul serio.

Antonino Caracciolo era un sostituto procuratore della Cassazione. Era calabrese, di Reggio. Viveva a Roma, ma trascorreva gran parte dei suoi finesettimana dai genitori. Nella sua citt natale aveva uno studio dove spesso accoglieva amici e studenti che andavano da lui a perorare una raccomandazione o consigli per gli studi da affrontare. Caracciolo era scapolo, aveva una posizione professionale di prestigio, e quando scendeva a Reggio Calabria, era considerato dai suoi concittadini una sorta di santo in paradiso. Il suo ruolo in Cassazione non lo esponeva alla ribalta dei giornali, come avveniva per altri colleghi, ma lui, per seriet, moralit e profonda conoscenza dei codici, era stimato e considerato un giudice al di sopra di ogni intrigo. Non era mai appartenuto ad alcuna corrente, difficilmente si vedeva ai congressi e non si era mai schierato nei sindacati della magistratura.
Non era un giudice che emetteva ordini di cattura, non si accaniva nella ricerca dei mafiosi, ma entrava nel processo quando l'istruttoria era ormai in uno stato avanzato procedurale e toccava a lui sostenere la pubblica accusa contro gli imputati.
Veniva considerato uno dei magistrati pi scrupolosi e imparziali dell'intera procura, e per questo considerato inavvicinabile dalle cosche. Era stato lui a chiedere di poter sostenere la pubblica accusa al maxiprocesso che stava approdando alla Cassazione. Aveva tutte le carte in regola per affrontare questo impegno, perch Antonino Caracciolo aveva partecipato ai pi importanti processi politici degli ultimi anni.
L'assegnazione del processo a Caracciolo fu tenuta nella massima discrezione, ma un segreto - gi quando sono due persone a conoscerlo - non  pi un segreto; quando poi  dominio di un'intera sezione della procura,  inevitabile che Cosa Nostra venga a saperlo persino prima dei giornalisti.
Saro Rano tent di tutto pur di riuscire a tenere sotto controllo la revisione del processo in Cassazione. Ma gli avvenimenti non presero la piega che sperava. Avvenne un fatto che lo mand, ancora una volta, su tutte le furie.
Fino a quella data i processi di mafia venivano esaminati dalla prima sezione della Cassazione, presieduta da un magistrato avvicinato da Cosa Nostra. Era sufficiente una virgola messa fuori posto, una data inesatta in fondo a un documento, per invalidare l'intero processo. Giovanni Pellegrino, grazie al suo ruolo al ministero, per evitare quella mina vagante sul dibattimento in Cassazione, impose l'alternanza dei processi per mafia da parte delle sezioni dell'Alta Corte. Fu un colpo per i mafiosi che non potevano pi contare sul maniacale garantismo dei loro magistrati avvicinati. Furono tentate dagli avvocati di Cosa Nostra manovre per far slittare la data d'inizio del procedimento, con lo scopo di far scadere i termini di custodia preventiva. Ma anche questi tentativi furono fatti fallire da Pellegrino e soci.
Avere come avversario il PM Antonino Caracciolo, voleva dire andare incontro a una sicura sconfitta processuale. Saro Rano tent anche la carta della corruzione.
A Roma lo studio di Caracciolo era meta fissa di pellegrinaggio per tutti i calabresi che passavano per Roma. Tutti volevano andare a rendergli omaggio e lui era paziente con ognuno di loro, ascoltando con arrendevolezza ci che avevano da chiedere. Tra i tanti che si presentarono quel pomeriggio ci fu anche una signora della buona borghesia di Catanzaro, che il giudice aveva incontrato una volta durante il funerale del figlio di un procuratore. Non la conosceva personalmente, ma sapeva chi fosse. La donna - una cinquantina d'anni, ma ne dimostrava dieci in meno, portamento elegante e abiti firmati - si present da lui premettendo che non gli avrebbe rubato molto tempo.
Le porto i saluti del cardinale Delfino, sapeva che Antonino Caracciolo era un cattolico praticante. Proprio ieri a Catanzaro stavamo parlando di giustizia e il discorso  caduto su di lei.
Spero che il cardinale sia stato benevolo, fece con un sorriso educato Antonino.
Se  per questo, posso dirle che sono una sua sincera ammiratrice, disse di rimando la nobildonna. Lei  molto popolare, lo sa?
Questa  una bugia.  gi troppo se mi conosce l'usciere del tribunale. Mi limito a fare il mio dovere, si schern il giudice. Quella visita, pens rilassandosi sulla poltrona, era di pura cortesia.
Mia nonna mi diceva sempre che la troppa modestia  segno di vanit, ribatt maliziosamente la nobildonna.
Non  il mio caso, glielo assicuro. Sono un semplice servitore dello Stato, prosegu il magistrato.
Eppure non  cos, perch altrimenti non le farebbero delle offerte tanto allettanti, sugger misteriosa la bella signora.
Non capisco a cosa voglia alludere, Antonino si protese sulla scrivania.
Non conosco bene i dettagli, perch non me li hanno voluti far sapere. Ma lei  cos potente da essere in grado di guadagnare cinque miliardi di lire nel giro di una risposta. Sono una bella somma, per una persona che si professa un semplice servitore dello Stato.  sufficiente un s o un no.
L'incontro stava assumendo toni preoccupanti. Antonino Caracciolo avvert immediatamente il pericolo e si alz in piedi. Il volto era diventato severo e gli occhi brillavano come due fuochi. Gir intorno al tavolo e, prendendola per un braccio, la sollev dalla sedia. Senza che lei dica un'altra parola, uscir da questo studio, e io far finta di non averla mai incontrata. E riferisca ai suoi amici che Antonino Caracciolo non  in grado di guadagnare alcunch con un s o un no.
La donna fece un ultimo tentativo, prima di essere sbattuta fuori dallo studio: Forse la somma pu essere anche raddoppiata.
Il giudice non rivide mai pi la signora di Catanzaro, ma gli rimase un gusto amaro in gola e cominci ad avere paura per il suo futuro.

11. La strategia della iena.

Le capacit analitiche di Saro Rano non erano quelle di un grande boss. Le sue strategie erano elementari, se non banalmente grossolane. Cos era cresciuto e questo aveva imparato da coloro che aveva frequentato da giovane. Vuoi farti un alleato? Prova a corromperlo. Non si fa corrompere? Allora uccidilo. Queste erano le uniche idee che la sua mente era in grado di elaborare. Ma alla base della sua filosofia c'era il detto dei malavitosi corleonesi: Non ti fidare di nessuno, neppure di tua madre.
Grazie a queste idee Saro era riuscito a sfuggire alla legge per oltre vent'anni e a non farsi ammazzare da qualche suo compare ambizioso.
Quando seppe che il giudice aveva rifiutato l'offerta di cinque miliardi, rivolse la sua rabbia, come gli succedeva sempre pi spesso, contro colui che gli aveva portato la notizia. Non appena si fu calmato, con il fiato grosso, si sedette in cima al tavolo da pranzo. Erano con lui il fedelissimo Giovanni Bova, che con la sua cieca obbedienza aveva fatto dimenticare l'ottimo Scarpuzzedda e l'amico di sempre, Piddu 'u Tignusu.
Questa  la fine, decret Piddu. Parlava poco, ma quello che diceva veniva considerato Vangelo dai suoi soldati. E pazienza, vuol dire che termineremo i nostri giorni come latitanti. Il processone non s'aggiusta.
Tu pensi questo, Piddu?, intervenne Saro, finalmente tornato calmo. Eppure io ti dico che riuscir a raddrizzarlo quella minchia di processo. Vuoi vedere come? Ci penser Giovanni.
Lo dobbiamo accucchiare il giudice?, chiese Bova. Sapeva che, se il boss gli diceva di entrare in azione, era per ammazzare qualcuno.
S, Giovanni, toglimelo di mezzo, sentenzi Saro. Con i loro tempi burocratici, prima che troveranno un altro disposto a sostituire quel curnutu, ne passer di acqua sotto i ponti e faremo a tempo ad arrivare alla prescrizione, cos ci ha detto l'avvocato.
Ma Saro non aveva fatto i conti con la 'ndrangheta calabrese. Il giudice Antonino Caracciolo viveva per gran parte dell'anno a Roma. Nei fine settimana a volte tornava al paese, nei pressi di Reggio. Pensare di poterlo avvicinare a Roma, era impossibile. Non conoscevano la citt, quindi dovevano mettersi nella mani di qualche balordo sconosciuto. La banda della Magliana era implosa da qualche anno e nessuno era riuscito a ricostituire un gruppo affidabile di criminali. Il giudice poteva dunque essere avvicinato soltanto in Calabria. Nel brevi weekend, oppure durante le vacanze estive. Ma per attivare un'azione del genere era necessaria l'autorizzazione delle 'ndrine. L'omicidio di un giudice causava sempre la mobilitazione delle forze dell'ordine nel territorio interessato, provocando il rallentamento dei traffici delle bande criminali. L'impresa era complicata anche dal fatto che in quegli anni tra due opposte 'ndrine calabresi era in corso una guerra che aveva provocato la morte di centinaia di uomini dall'una e dall'altra parte. Pi di una volta, Saro Rano era stato contattato dai calabresi per intervenire a pacificare le famiglie. Lui, che non si era mai voluto spostare da Palermo per timore di essere intercettato casualmente dalla polizia, questa volta decise di esporsi a un ipotetico pericolo per avere in cambio un favore dagli amici calabresi.
Travestito da prete, accompagnato da Bova, prese a Messina il traghetto per Villa San Giovanni e raggiunse Africo Nuovo, dove lo attendeva Giorgio Mammone, il boss di una delle due fazioni in guerra. I boss non si conoscevano, ma si salutarono come due fratelli di sangue.
Se continuate a farvi la guerra, a noi ci fate un favore, cominci a spiegare il corleonese, perch le migliori menti degli sbirri sono concentrate sulla Calabria e a noi siciliani ci lasciano in pace. Ma nello stesso tempo, prosegu con enfasi, non possiamo assistere in silenzio al massacro di tanti valorosi fratelli. Per questo ho deciso d'intervenire personalmente.
Sono cinque anni che viviamo come in guerra. Io non dormo nello stesso letto pi di due notti di seguito, si lament Giorgio Mammone. Non vedo mia moglie e i miei figli da non so pi quanti mesi. Rano, io riconosco la tua autorit. Se vorrai mettere una parola di pace tra noi, io la rispetter.
Andr a parlare con Federico Surace. Mi auguro che anche lui abbia la tua stessa buona volont.
Anche loro sono allo stremo. Il tuo intervento arriva nel momento pi opportuno, lo rassicur Mammone.
Per dovr chiedervi un favore.
Qualsiasi cosa, Rano. Se  possibile, sar fatto.
Tempo una settimana e tra le due 'ndrine fu firmata una sorta di tregua all'annosa guerra che le divideva.
Ora toccava restituire il favore.

Reggio Calabria, 9 agosto 1991.

Era arrivato alla casa paterna di Reggio alla fine di luglio. Aveva portato con s una parte della documentazione, il resto gli sarebbe stato recapitato con una staffetta dei carabinieri. In vista del processo, che si sarebbe tenuto a novembre, aveva deciso di cominciare a studiarne le carte l in vacanza, tra un bagno e l'altro. Reggio era la sua citt natale e amava tornarci perch incontrava i suoi vecchi compagni di universit e con loro si sentiva completamente a suo agio. Le signore lo corteggiavano, i conoscenti lo riverivano, gran parte della popolazione del comprensorio sapeva che svolgeva un importante lavoro nella magistratura a Roma. Antonino Caracciolo era uno dei tanti calabresi che avevano fatto fortuna fuori dalla loro terra.
Quella mattina usc verso le undici per andare al Lido comunale a prendere un po' di sole. Aveva noleggiato cabina e lettino per tutta la stagione, come sempre, come tutti i suoi amici e amiche.
Compr il giornale, fece colazione al solito bar, poi sal sulla nuova Mercedes e si avvi allo stabilimento.
Il vicino di ombrellone era uno dei suoi compagni di scuola storici. Si conoscevano dalle elementari. Anzi, l'uomo si compiaceva della loro familiarit dicendo che erano amici da sempre, sin da quando erano dentro l'utero delle proprie madri, perch le due donne a loro volta erano molto amiche.
L'interrog sul suo impegno a Roma, anche se sapeva che Antonino non amava parlare di lavoro. Temeva di svelare inavvertitamente notizie coperte dal segreto istruttorio, perci spost l'argomento sui fatti del giorno: la fine della guerra in Kuwait, la trasformazione del Partito comunista italiano in Partito democratico della Sinistra, il segretario Achille Occhetto, lo sbarco sulle coste pugliesi dei dodicimila albanesi stipati su una carretta del mare.
Chiacchiere, bagni e studio, questa era l'estate del giudice Caracciolo e cos sarebbe trascorsa, un po' monotona, fino alla fine di agosto.
Alle cinque del pomeriggio decise di rientrare a casa.
Il parcheggio del Lido era stracolmo di macchine. Se una usciva, ce n'erano almeno altre due a pretendere il suo posto. Da una parte del piazzale, due uomini ciondolavano accanto a una Yamaha. Il pi giovane, con i jeans strappati in pi parti e una maglietta di filo, torturava il peluche-portachiavi che la ragazza gli aveva regalato. Era un calabrese del clan Mammone. L'altro fumava una sigaretta dopo l'altra. Era di Corleone, si chiamava Giovanni Bova.
Poco dopo le cinque, il giudice Antonino Caracciolo lasci lo stabilimento con la borsa da mare sulla spalla.
Giovanni fece un cenno al compare. Lo videro gettare la borsa nel portabagagli e poi salire sull'auto.
I due infilarono i caschi integrali e il guidatore con un rombo fece partire il motore. Cominciarono a seguire la Mercedes a distanza. La videro superare la Tangenziale e dirigersi verso una delle zone residenziali alla periferia della citt.
Quando uscirono dall'abitato, Bova diede un colpetto alla spalla dell'amico. La moto acceler e raggiunse in una manciata di secondi la potente auto del giudice.
Appena si affiancarono, Antonino volt lo sguardo e, vedendo i due che a loro volta lo guardavano attraverso l'impenetrabile visiera scura, ebbe paura. Bova estrasse la pistola, mir con tutta calma e spar a ripetizione quattro colpi alla testa del giudice. Antonino istintivamente sterz per evitare i proiettili, ma usc fuori strada finendo la corsa in una cunetta.
I primi automobilisti che accorsero in suo aiuto pensarono subito a un malore o a un incidente automobilistico. Poi per videro il sangue che usciva dalla fronte e i fori di due proiettili che gli avevano trapassato il cervello.

12. Una morte inutile.

Palermo, 30 gennaio 1992.

Con l'omicidio del pubblico ministero, Saro Rano pensava di assestare un colpo mortale al maxiprocesso. Ma il Consiglio Superiore della Magistratura, sotto l'influenza emotiva del vile assassinio, si affrett a proclamare il nuovo procuratore generale e cos la revisione del processo pot essere varata nei tempi utili per arrivare a una sentenza, senza incorrere in prescrizioni della detenzione cautelativa.
Cinque mesi dopo la morte del giudice Antonino Caracciolo, la Corte di Cassazione emise il suo verdetto dando ragione ai magistrati del primo grado che avevano accettato per vere le dichiarazioni del pentito Masino Buscemi. In sostanza, si avvallava il concetto di struttura verticistica della mafia e quindi l'importanza della Cupola come unico centro decisionale dell'organizzazione. Con questa sentenza si smentiva la tesi della responsabilit individuale dei singoli boss, sposata dai giudici del processo di secondo grado. I vertici di Cosa Nostra dovevano quindi tornare in tribunale per essere giudicati da una Corte d'Appello e rispondere nuovamente per pi di venti delitti eccellenti.
Quel verdetto fu la pi grande sconfitta mai subita dalla mafia. Il delitto del giudice Caracciolo non era servito a nulla e questo assest un colpo fatale al prestigio di Saro Rano.
Il corleonese era una belva ferita a morte, ma non moribonda. Rantolava e schiumava dalla rabbia come una iena, promettendo stragi che avrebbero fatto impallidire le peggiori azioni criminali avvenute in Italia fino a quei giorni.
Quella delibera fu l'apice della carriera di Giovanni Pellegrino e dei giudici del pool. Tutti insieme avevano contribuito a infrangere un tab: il mito dell'impunit della mafia.

Palermo, 15 febbraio 1992.

Saro Rano non lasci trascorrere molto tempo dalla sentenza perch un sabato di due settimane dopo convoc in una fattoria delle campagne di Enna, nel cuore pi selvaggio della Sicilia, una riunione del suo Stato Maggiore.
L'appuntamento era per mezzogiorno al Bivio Ramata, a sud di Enna, in una masseria di propriet di un capofamiglia di Caltanissetta. Saro aveva voluto scegliere una localit lontana dai loro covi abituali perch non voleva intorno occhi e orecchie indiscreti. Quello che aveva da dire avrebbe influenzato la vita di Cosa Nostra per i prossimi dieci anni. Per l'incontro aveva voluto soltanto i fedelissimi.
Le loro decisioni sarebbero state comunicate nei giorni successivi a tutti gli altri capimandamento in una riunione allargata.
L'antica struttura della masseria era una fattoria modello con stalle ben organizzate per le mucche, capannoni per i mangimi, moderni silos d'acciaio per la raccolta delle granaglie e del latte, munto con le apparecchiature pi avanzate.
L'edificio era una sorta di fortino quadrato in pietra a un piano. Tutt'intorno, a perdita d'occhio, basse colline brune, appena arate e seminate per il prossimo raccolto.
Un'entrata ad arco era l'accesso alla masseria che portava all'ampio cortile, una piazza d'armi circondata dal basso edificio con le stanze per il personale di servizio e per i proprietari.
Le cinque auto arrivarono a distanza di pochi minuti l'una dall'altra. I boss convocati scesero dalle macchine ed entrarono nella zona nobile della masseria, direttamente in un salone con le pareti decorate da diversi affreschi con scene di vita pastorale che per avevano perduto da decenni i loro vividi colori.
Ad attenderli c'era il padrone di casa, Pinu Manganaru, il capo mandamento di Caltanissetta, un uomo di circa settant'anni, robusto, occhi brillanti e un grugno poco simpatico. Arriv poi da Catania Nitto Santonocito, il pi giovane dei capifamiglia. Era stato uno dei killer pi temuti della costa orientale e spesso aveva dato una mano a Saro Rano nel corso della guerra con il clan dei Bont. Fece il suo ingresso nel salone Piddu 'u Tignusu, il braccio destro di Saro. Lui arrivava direttamente da Corleone, diventata ormai la sua base operativa. Da Palermo giunse Michele La Rocca, il nuovo capomandamento di Passo di Rigano, altro fedelissimo di Saro, un ultimo acquisto. Infine arriv lui, il capo dei capi, con al fianco l'immancabile Giovanni Bova.
I padrini si salutarono e poi Pinu Manganaru li fece sedere nel salotto, di fronte alla gigantesca bocca del camino che aveva fatto accendere sin dalla mattina dai suoi domestici.
Una donna port un vassoio con salumi, prosciutti, formaggi, uova sode e pane casareccio. Il fiasco del vino con i bicchieri c'era gi. Torn con un trionfo di frutta, poi scomparve richiudendosi alle spalle la porta del salone.
Mentre assaggiavano le primizie della terra, terminati i convenevoli, Saro si port al centro del salone. Era nervoso e lo lasciava intravedere quando lisciava con insistenza il suo enorme pancione, come a volerlo far sparire.
Cominci a parlare: Intanto ringrazio Pinu per l'ospitalit in questa sua bella fattoria. Non se ne vedono pi di questi gioielli nella nostra bella terra. Ma veniamo al motivo di questa riunione. Gli amici di Roma ci hanno abbandonato. Avevano giurato e spergiurato che la Cassazione avrebbe aggiustato tutto, e invece eccoci qui con non so quanti ergastoli sulle spalle e migliaia di anni di carcere per molti nostri amici. La Corte ha creduto a quel becchino di Masino Buscemi. A niente sono serviti i piccioli che abbiamo elargito a quei signori di Roma, ricordando i tentativi andati in malora, la collera montava. E neppure tutti i favori che abbiamo fatto a quel fottuto di Salvo Zappa e al suo onorevole Presidente, che l'inferno se lo inghiotta. A niente  servito l'omicidio di Antonino Caracciolo: si sono sbrigati a sostituirlo con un altro pubblico ministero.
Giovanni Pellegrino  il vero nemico, sussurr Michele La Rocca.
Saro si gir e lo zitt con un'occhiata micidiale. Il mafioso abbass lo sguardo per non incrociare quello del boss. Poi Rano riprese a parlare: S,  vero il giudice Pellegrino ci ha scassato la minchia, ma qui  tutto lo Stato che ci sta mettendo le corna. Prima vengono da noi a chiederci favori... Ammazza quello che mi d fastidio, fai sparire quell'altro che scrive cose che  meglio non far sapere, uccidi questo generale perch  meglio per tutti... investi un po' di miliardi che facciamo i soldi con il nuovo quartiere... ma insomma! Siamo diventati i loro servitori? Le loro banche? Sempre sissignore dobbiamo dire? E quando chiediamo noi un favore, tutti si dileguano? Fanno finta di non conoscerci?
Anche il ministro di Giustizia ci ha fottuti, intervenne Nitto Santonocito. Molti di noi erano gi fuori, ma ha approvato in fretta e furia quel decreto che ha allungato i tempi della carcerazione preventiva riportando tutti i nostri picciotti in cella.
Ma la vera sciagura  quel bis, l'associazione mafiosa, ribad Michele La Rocca, chi si becca il bis non pu stare agli arresti domiciliari.  una vera discriminazione.
Pellegrino ha fatto di tutto per togliere il processo alla sezione del nostro amico giudice, riprese Saro, passeggiando nervosamente nel salone, e c' riuscito con la rotazione dei processi nelle sezioni della Cassazione. Non possiamo pi stare a guardare. Non hanno capito di cosa sono capaci i corleonesi e i loro uomini. Sono qui con voi perch ho bisogno del vostro appoggio incondizionato. Noi quattro abbiamo i gruppi di fuoco pi potenti di un intero esercito. Dobbiamo fargli capire che tutto quello che  successo fino a ora  stato uno scherzo. Non immaginano quello che combineremo.
Coraggio, Saro. Dicci cosa dobbiamo fare. Non la tirare troppo per le lunghe, lo incit l'amico Piddu, l'unico che poteva prendersi certe confidenze con lui.
L'eurodeputato Salvo Zappa era il nostro referente con i politici di Roma, sussurr, come se fosse un segreto.
Perch era?domand Piddu, ben sapendo dove il suo boss voleva arrivare.
Non lo  pi, rispose pronto Saro. Non ha saputo gestire i nostri interessi. Era il primo della lista. Poi toccher a tutti gli altri che ci hanno chiesto favori senza rispettare i patti. Nell'elenco c' pure il Presidente e quel ministro.
Non so pi quanto ci  costato farlo eleggere, puntualizz Piddu, con la speranza che assegnasse a giudici amici i processi che ci riguardavano.
E non lo fece, concluse Saro. E ci saranno pallottole anche per il suo compagno, il segretario del suo partito e per quel buffone del miliardario bresciano e il suo socio di Messina. I corleonesi non dimenticano. E se ancora non vorranno ascoltarci, allora attaccheremo direttamente al cuore dello Stato.
Pensi a un golpe?, chiese preoccupato Piddu.
Non come lo intendono tutti. Ma faremo in modo che le nostre azioni li portino a scendere a patti con noi.
Cos'hai in mente?, continu a chiedere Piddu.
Colpiremo i loro monumenti. Un po' di dinamite qua e l per l'Italia e vedrai che ci verranno a chiedere in ginocchio di smetterla. Allora detteremo le nostre condizioni.
Una cosa del genere  gi successa a New York, al tempo di Lucky Luciano, intervenne Pinu Manganaru. Fu lui stesso a raccontarcelo una volta quando lo incontrammo a Napoli.
Hai conosciuto Luciano?, domand con stupore Nitto Santonocito.
Negli anni Sessanta, prima che morisse d'infarto. Ci raccont che durante la guerra, gli uomini di Vito Genovese fecero affondare alcune navi, come il transatlantico Normandie, nel porto di New York. Per interrompere i sabotaggi, chiesero al procuratore di andare a discutere con lui, che stava scontando una condanna di quarant'anni di carcere duro a Dannemora. Il procuratore Thomas Dewey tratt direttamente con Lucky. In cambio di una prigionia pi morbida, Luciano gli promise di far cessare gli affondamenti e cos avvenne. Un anno dopo i vertici dello Stato Maggiore dell'esercito tornarono da Lucky per chiedergli di aiutarli nello sbarco in Sicilia. Doveva cercare appoggi presso i padrini siciliani. Lui li accontent e dopo la guerra non soltanto venne decorato con la medaglia del Congresso, ma fu liberato e rispedito in Italia. Era orgoglioso della sua medaglia, ce le fece anche vedere, concluse l'anziano boss.
Ecco, noi faremo una cosa del genere, concluse Saro Rano. Bombarderemo alcuni dei punti pi importanti a Roma, Firenze e Milano e poi aspetteremo che vengano a chiederci di smetterla. Dovranno capire che anche noi abbiamo il diritto di vivere.
Questa era la morale al tempo dei corleonesi di Saro Rano.

13. Cadaveri molto eccellenti.

Palermo, 12 marzo 1992.

Quel gioved Salvo Zappa si era svegliato all'alba. Era una giornata affollata di appuntamenti e di commissioni da svolgere. Doveva concertare con il comitato politico l'organizzazione degli appuntamenti in vista dell'arrivo del Presidente per il prossimo 23 marzo; decidere il programma dei discorsi elettorali da tenere in provincia per l'elezione dei nuovi parlamentari per le elezioni del successivo aprile. C'era poi da organizzare la convention al Mondello Gran Palace Hotel, dove il politico avrebbe parlato agli elettori della sua corrente. Senza considerare gli appuntamenti al Palazzo della Regione per certi appalti che stavano per ottenere l'approvazione della Giunta.
Il primo caff era con l'amico professore universitario, che quando Zappa scendeva a Palermo gli faceva da autista, e il suo assistente, un giovanissimo nipote, desideroso d'intraprendere come lui la carriera politica.
Salvo, due mesi prima, aveva compiuto sessantaquattro anni. Era nel pieno delle sue forze, in Sicilia era considerato un intoccabile: infatti non girava con la scorta, era uno dei politici pi in vista della regione, anche se chiacchierato per la sua vicinanza con le cosche mafiose. Ma in trentacinque anni di politica chi  che non si era dovuto sporcare le mani? Un politico ne stringe cos tante durante una giornata che non ha il tempo materiale per verificare chi ce le ha pulite e chi sporche di sangue. Era stato due volte sindaco di Palermo, due volte sottosegretario, e ora da tre legislature sedeva sui banchi del Parlamento europeo. Era il fedele uomo del Presidente e il garante della sua corrente siciliana. La vita gli sorrideva e quella mattina, sorbendo il primo caff con l'amico professore e il nipote segretario tuttofare, non poteva pensare che fosse l'ultima della sua vita.
Prima di ogni altro impegno, dovevano recarsi all'albergo per prenotare la suite del Presidente e organizzare la cena in suo onore. Il professore si mise alla guida, Salvo Zappa gli si sedette accanto e il nipote sui sedili posteriori.
Dopo aver preso accordi per la cena e aver prenotato la suite, si recarono verso il Gran Palace Hotel. Percorsero le silenziose strade alberate di Mondello, in direzione del mare, su cui s'affacciava l'albergo, e non s'accorsero di essere seguiti da una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo.
Il mezzo, secondo un ben collaudato copione, si affianc all'auto e la super. L'uomo sul sellino posteriore cominci a sparare appena ebbe il parabrezza in piena vista. Ma il primo colpo for una gomma e il secondo infranse il finestrino, sfiorando il professore alla guida e colpendo Salvo Zappa alla spalla. La pesante BMW cominci a sbandare. Con una derapata improvvisa, la moto si mise di traverso alla strada. L'uomo che aveva sparato balz a terra e alz la visiera del casco. Nella sua mano destra impugnava una .7,65. Prese con calma la mira ed esplose quattro colpi in rapida successione. Zappa si chin sotto il cruscotto e riusc a evitarli. Il professore alla guida schiacci il freno, gli pneumatici alzarono una nuvola di fumo, la BMW percorse ancora qualche metro prima di fermarsi contro il marciapiedi. Il killer si avvicin all'auto.
Il giovane nipote, stringendo la borsa di cuoio davanti al petto, come uno scudo, grid: Sta arrivando. Ci ammazzer tutti!.
Salvo Zappa, in un ultimo istinto di sopravvivenza, apr la portiera e usc dall'auto, ma il cappotto gli s'impigli in una leva del sedile. Con la forza della disperazione, prov a stracciarlo, non ci riusc, allora se ne liber sfilandoselo e si allontan dall'auto di corsa, anche se la ferita alla spalla lo aveva molto debilitato. Giovanni Bova si era avvicinato e prov a sparargli a distanza di pochi metri, ma l'arma s'incepp. Bestemmiando il dio dei killer, tolse il caricatore, azion il carrello liberandolo dalla pallottola e inser di nuovo il caricatore nel calcio della calibro 7,65.
L'europarlamentare si era allontanato senza abbandonare la strada, senza nascondersi in qualche negozio. Aveva raggiunto alcune palme e ci si era appoggiato, sfinito. Il killer, malgrado la sua mole, si mise a correre per prenderlo. Zappa, vedendolo arrivare, riprese a camminare a passo svelto. Raggiunse il cancelletto di una villa. Prov ad aprirlo, ma era sbarrato. Riprese a correre, ma l'et avanzata, il sangue perso e la ferita che gli bruciava, gli avevano fatto perdere le gi esigue forze. Si ferm ansimante. Giovanni Bova lo raggiunse. I due incrociarono gli sguardi. Puntandogli contro la pistola, l'assassino gli disse: Questa  la liquidazione di Saro Rano per i tuoi servizi. Due volte premette il grilletto e due proiettili lo raggiunsero alla testa e alla gola. Cadde con il viso riverso sull'asfalto, accanto a un cassonetto dei rifiuti.
Il sicario torn sui suoi passi avvicinandosi alla BMW. Ricordava ancora le parole di Rano: Devono morire tutti coloro che si trovano con lui.
Il professore e il nipote di Zappa erano rimasti seduti ai loro posti, come pietrificati dal terrore. Giovanni Bova mise la testa dentro l'abitacolo e li guard. Erano spaventati a morte e lo fissavano senza fiatare, ma probabilmente neppure capivano quello che stava per accadere. Il killer alz la pistola contro il professore... ma non spar. Non aveva avuto un moto di piet, non era stato preso da compassione. Soltanto pens che quei due non c'entravano niente con l'infame onorevole. Perci si ritrasse dall'abitacolo e corse verso la moto. Via! Via!, url al complice, balzando sul sedile posteriore.
Poco dopo la strada, nei pressi del Gran Palace Hotel, pullulava di poliziotti e carabinieri. Arrivarono anche i vigili del fuoco che con i getti delle pompe ripulirono il sangue dall'asfalto, spazzando via anche gli eventuali reperti dell'omicidio.
Il Presidente dovette anticipare il suo arrivo a Palermo per presenziare al funerale del suo amico. Ma fu l'unico tra i politici a scendere da Roma, a parte il segretario della DC. Colleghi e conoscenti preferirono stare alla larga da quell'evento che puzzava tanto di mafia.
Salvo Zappa, nella parole dell'onorevole Presidente, fu esaltato come un eroe, vittima della barbarie mafiosa. Ma nessun siciliano abbocc, conoscendo bene quale potere economico avesse rappresentato il buon'anima.
Alle elezioni di aprile i trecentomila voti che Zappa era solito raccogliere per la sua corrente, furono spazzati via come in un temporale estivo. I rappresentanti del Presidente scomparvero a Caltanissetta, furono decimati ad Agrigento e si dissolsero a Trapani. La roccaforte di Palermo fu ridotta in macerie e in Parlamento entr un suo unico rappresentante.
In un sol colpo Saro Rano aveva eliminato uno degli imperi del pi discusso uomo politico italiano. E questo fu soltanto l'inizio.
Come aveva promesso, il corleonese aveva intrapreso la campagna di primavera, preludio di un'escalation di violenza senza paragoni.

14. 1992, l'anno della rivoluzione.

Palermo, 30 aprile 1992.

Le esperienze emotive di Saro Rano erano molto primitive. Una delle emozioni pi forti gliela dava la vendetta. Quando riusciva a uccidere un suo rivale, ecco che si sentiva permeare da un lieve benessere che spesso accompagnava con un bicchiere di vino. Altri sentimenti che riuscivano ad appagarlo erano la sottomissione e la riconoscenza della gente. Per uno come lui, cresciuto nella miseria pi nera, essere arrivato in cima alla scala sociale era una soddisfazione senza eguali. Per, a regalargli veri brividi di piacere, era la consapevolezza del suo potere di vita o di morte sulla gente.
Altre emozioni non gli avevano mai offerto sensazioni cos intense, n quando aveva guadagnato il suo primo miliardo, n quando aveva chiesto a Ninetta di sposarlo, e neppure quando erano nati i suoi quattro figli. Saro Rano era un autentico psicopatico, incapace di provare la minima empatia nei confronti del suo prossimo. Nessun rimorso lo tormentava, per questo era stato in grado di portare a termine gli eccidi che caratterizzarono la sua reggenza di Cosa Nostra.
Le origini contadine pesavano sulla stessa conduzione della cosca. Non era mai stato un vero leader, non era capace di ideare grandi strategie. Di volta in volta, si regolava decidendo se far uccidere o meno chi si metteva sulla sua strada. Non conosceva soluzioni diverse. Per questo aveva disseminato la sua carriera di centinaia e centinaia di morti ammazzati. Per lui il solo modo di essere un capo era quello di dominare i suoi sottoposti con il terrore.
Ma il salto qualitativo ci fu anche per lui, e fu favorito dall'incontro con un palermitano, gi presentatosi in precedenza come ambasciatore di un imprenditore del nord. Con lui aveva fatto affari investendo una parte del suo tesoretto in una speculazione edilizia che gli aveva fruttato un sostanzioso ritorno economico. Ora l'uomo si ripresentava a lui come intermediario di una misteriosa lite di persone, decise a dare una svolta politica alla nazione. Erano industriali, politici, magistrati, alti ufficiali, tutti uniti nel voler fare un po' di pulizia nel governo del Paese e magari prenderne anche le redini.
L'intermediario, malgrado le sue origini siciliane, si faceva chiamare mister Robert, aveva da poco passato la cinquantina. Si presentava sempre ben vestito, modi eleganti e misurati, spessi occhiali, rassicurante e forbito nel parlare, risultato di un'ottima educazione e di buone letture.
S'incontrarono in un'appartata saletta della biblioteca della Chiesa di Santa Caterina alla Discesa dei Giudei. Mister Robert, coltissimo e appassionato di scienze umanistiche, trascorreva qui molte ore a studiare incunaboli, quando si trovava a passare per Palermo.
Saro Rano, al contrario, non si sentiva a suo agio in mezzo a tutti quegli antichi volumi. Aveva lasciato Giovanni Bova all'entrata della biblioteca e lui si era avventurato nel dedalo delle stanze del convento, seguendo una suora.
Qui non ci dar fastidio nessuno, lo rassicur mister Robert, andandogli incontro e congedando la religiosa con un cenno della mano.
Lo credo bene. Questi posti respingono le persone perbene, rispose Saro, guardando la sala con gli scaffali che arrivavano a toccare il soffitto.
L'uomo sorrise e lo accompagn al tavolo di consultazione, dove si sedettero l'uno di fianco all'altro.
La voglio ringraziare per aver accettato il nostro invito, esord con fare molto cerimonioso il messaggero. Sono qui a nome del nostro gruppo. Gliene parlai gi l'altra volta. Ricorda il finanziamento del nuovo quartiere al Nord? Da allora le cose in Italia sono molto peggiorate. Riteniamo che sia giunto il momento di intervenire per raddrizzare questo povero Paese.
Cosa volete esattamente da noi?, il boss non era amante delle chiacchiere, a meno che non fosse lui a condurle.
Questo  l'anno buono per una rivoluzione in Italia.
Saro lo fiss interrogativo. Forse mi sono espresso male, si corresse mister Robert. Non intendevo dire che  arrivato il momento di far scoppiare una sommossa, perch per fortuna gli italiani non sono capaci di fare rivoluzioni. Anche quando cadde il fascismo, quel 25 luglio del '43, non fu il popolo a volerlo, ma un pugno di fascisti che avevano deciso di deporre Mussolini. Il popolo non scese in piazza allora, e non scender in piazza n oggi, n mai.
Le rivoluzioni si fanno quando si ha la pancia vuota, sentenzi Saro.
E non vedo gente affamata qui intorno, assent l'uomo. Per stanno accadendo fatti che incideranno profondamente nella nostra storia. Ha letto quello che  successo a febbraio? Il presidente di un ospizio per anziani del Comune di Milano  stato sorpreso mentre chiudeva in un cassetto della scrivania una tangente di sette miliardi e mezzo, che gli aveva consegnato l'imprenditore di un'azienda addetta alle pulizie. Il valore dell'appalto era di 140 miliardi e la tangente ammontava al dieci per cento. I miliardi incassati erano la met precisa dell'accordo.
Ma  stato arrestato, disse Saro.
Infatti.  stato arrestato e ha cominciato a raccontare il marciume che infanga il sottobosco politico. Non si salva nessuno, tutti i partiti sono coinvolti.  stato scoperchiato un vaso di Pandora di corruzione a ogni livello. Alle recenti elezioni di aprile ha vinto l'astensionismo e la disillusione della gente che non si riconosce pi nei vecchi partiti....
Saro Rano dentro di s sorrise di soddisfazione, pensando che il partito del Presidente aveva perduto grazie a lui ben trecentomila di quei voti.
Hanno riportato vittorie insperate i nuovi partiti che hanno cavalcato lo scontento e la rabbia delle persone. Pochi giorni fa si  dimesso il nostro Presidente della Repubblica. Sembrava un matto con le sue esternazioni e le minacce di rivelare segreti di Stato che avrebbero fatto saltare il Parlamento... ecco, tutti questi segnali costituiscono un allarme che non pu passare inosservato.
Professore, lei mi sta dando una lezione di storia, fece il corleonese, che non amava i discorsi troppo tortuosi. Qual  il vero motivo per cui mi ha voluto incontrare?
Ora vengo al motivo per cui mi trovo qui, riprese mister Robert. Noi abbiamo in comune uno stesso problema. Si tratta del giudice Giovanni Pellegrino. Fonti segrete, all'interno dell'organo della massima autorit della magistratura, ci hanno informato che ormai la maggioranza del Consiglio  favorevole a una sua candidatura. In passato c'erano state fortissime opposizioni mentre ora sembra che i suoi colleghi magistrati si siano decisi in suo favore. Ma soprattutto circola una voce che Pellegrino possa diventare il prossimo ministro degli Interni. Capisce cosa significherebbe questa sua nomina? Per Cosa Nostra sarebbe la fine. E se ci avvenisse Giovanni Pellegrino non scenderebbe pi a Palermo con la frequenza di questi ultimi mesi. Anche perch sua moglie  stata trasferita nella Capitale. Sono destinati a restare a Roma per molto tempo. Quello che sto cercando di dirle, signor Rano,  che adesso Pellegrino diventer inavvicinabile. Se vogliamo neutralizzarlo dovremo farlo qui a Palermo e in nessun altro posto. Si avvicin all'orecchio del suo interlocutore. Se voi siete d'accordo, potremmo unire le nostre forze ed elaborare un piano per metterlo in condizione di non nuocere pi. Noi lo vogliamo morto, come voi. Cosa meglio che darci una mano l'un l'altro? Noi vi forniremo il materiale occorrente per l'attentato e voi metterete a disposizione la vostra organizzazione.
Non abbiamo bisogno di nessuno per mandare al creatore un cristiano, sono sufficienti i nostri mitra, disse ingenuamente il corleonese.
Veramente, per non sbagliare, sussurr mister Robert nell'orecchio del mafioso, noi pensavamo a una tonnellata di esplosivo.

15. I preparativi dell'attentatuni.

Giovanni Bova entr nella mafia a diciannove anni. Fu Saro Rano in persona a presiedere al rituale d'iniziazione. Bova divenne con il tempo uno dei pi fidati killer dei corleonesi, tanto che Rano lo volle premiare inserendolo all'interno della Commissione.
Il virus della mafia era nel DNA di Giovanni Bova. Suo padre, Bernardo, era un mafioso e lui stesso, gi a dieci anni, portava cibo e vestiario a latitanti come Piddu 'u Tignusu. Il padre gli aveva insegnato a maneggiare le armi. A smontare, rimontare e oliare un fucile o un mitra, meglio di un militare di professione. A diciotto anni uccise il suo primo uomo.
Non aveva incertezze. Remore: zero. Sensi di colpa: mai. Se un superiore gli diceva di ammazzare qualcuno, non chiedeva neppure chi fosse. Si armava, andava e l'ammazzava anche in mezzo alla folla.
L'affiatamento tra i due era perfetto. S'intendeva con Saro con un semplice movimento degli occhi. Per questo il corleonese aveva voluto metterlo alla testa del commando che doveva portare a termine l'attentatuni. Si fidava di lui ciecamente.
Piddu, al contrario, non era dello stesso avviso. 'U Tignusu, per l'attentato al giudice, pensava a un esecutore pi razionale, meno rozzo di Bova, meno istintivo. In modo che, se ci fosse stato da modificare all'ultimo momento il piano, avrebbe avuto la lucidit mentale necessaria per farlo. Menico, secondo lui, era il pi indicato tra i loro uomini.
Io dico Giovanni perch lui  fidatissimo, replic Saro. Ha torturato nemici e amici per farli confessare, ha strangolato gente sia che avesse parlato, sia che fosse rimasta muta. Non ha avuto problemi a sciogliere corpi nell'acido o ad arrostirli sulla graticola per poi abbandonare i resti nelle fogne di Palermo. Piddu,  lui l'uomo giusto. Perch non torner mai indietro dalle sue decisioni. Se dice una cosa, la fa, a costo di ammazzare sua madre. Menico non si sporca le mani.  un ottimo stratega, non lo metto in dubbio, ma nella pratica ha fatto la met delle cose che Giovanni ha portato a termine. Non mi sento di dargli questo incarico.
Piddu, medit le parole dell'amico e non os contraddirlo: Va bene, facciamo come dici. Sei tu il capo.
Saro Rano non prendeva ordini da nessuno. Rifiut l'aiuto di mister Robert e decise di spedire a Roma un commando di corleonesi, agli ordini di Bova, per ammazzare il giudice.
Giovanni fu investito dell'incarico direttamente da Saro, alla presenza di Piddu. Aveva poco pi di trent'anni, e quell'onore lo riemp di orgoglio, pi del giorno in cui il boss lo invit a presenziare per la prima volta nella Commissione.
Bova scelse quattro tra i killer pi efficienti delle famiglie e con loro part per Roma su due auto, armati di kalashnikov, fucili e pistole.
Qui soggiornarono in una pensione nei pressi della stazione Termini. Per alcuni giorni seguirono le entrate e le uscite del giudice dal ministero. Ma Roma era troppo caotica, troppa gente tra i piedi, tanti appuntamenti per il magistrato, nessuna routine. I rientri di Pellegrino nel bell'appartamento alla Camilluccia avvenivano a orari sempre diversi.
Un giorno il gruppo si divise per controllare meglio i percorsi del giudice, visto che l'intenso traffico romano era una sorta di muro di lamiera che gli aveva fatto perdere di vista pi di una volta la sua macchina blindata.
Giovanni Bova e Santino Maltese stazionarono nei pressi del ministero di Grazia e Giustizia, mentre gli altri tre con la Fiat 132 si appostarono davanti al Palazzaccio di piazza Cavour.
Giovanni Bova fece parcheggiare la sua auto in prossimit di ponte Garibaldi, sul Lungotevere e disse a Santino: Scendi e controlla quando arriva il giudice e se ha la scorta. Io ti aspetto in macchina.
Santino tir il freno a mano e scese dall'auto, dirigendosi verso il vicino ministero. S'accese una sigaretta e inizi la lunga attesa.
Nella vettura, Bova sfil dal cruscotto un Diabolik, e cominci a sfogliarlo. Poco dopo si avvicin da dietro un vigile urbano con taccuino e Bic tra le mani. Squadr l'auto, poi guard sul parabrezza i tagliandi del bollo e dell'assicurazione. Giovanni smise di leggere e fiss a sua volta l'agente con aria interrogativa. Il vigile si chin sul finestrino e buss sul vetro. Bova lo apr di malavoglia.
Qualcosa non va?, domand.
L'altro fece una sadica smorfia di piacere, come per dire troppe cose non vanno.
Sono in divieto di sosta?, il mafioso prov di nuovo a interrogarlo.
Non lo sa che  vietato fermarsi in prossimit delle curve?
Il mio amico  andato dal tabaccaio e sta per tornare, ment Bova.
A parte il divieto di sosta, lo sa che non si circola con l'assicurazione scaduta?, cos dicendo apr il blocchetto, pronto a scrivere. Poi gli chiese: I documenti, prego.
L'assicurazione  scaduta?, se avesse avuto Santino tra le mani in quell'istante, Giovanni lo avrebbe ridotto a cassata siciliana. Mi scusi,  stata una svista, tent di scusarsi per mostrare la sua buona fede.
Documenti, torn a domandare inflessibile il vigile, mentre il suo compagno dirigeva il traffico a qualche metro di distanza.
Bova gli diede una delle carte d'identit false. Il vigile la controll, poi alz la testa, e per la prima volta Giovanni lo vide sorridere.
Minchia! Ma di San Giuseppe Jato sei, esprimendosi con la tipica cadenza siciliana. Io di Camporeale sono.
Giovanni usc dall'auto e gli strinse la mano. Sei compaesano! Ma che bella combinazione.
Mio padre  Tiralongo, Umberto, 'u campanaro!, fece l'agente, riponendo il libretto e la penna nel borsello bianco.
Giovanni finse di ricordare. Ma s, Umberto 'u campanaru! Guarda il destino, al paese non ci siamo mai visti e c'incontriamo in questa metropoli, tra milioni di abitanti!.
Di te non mi ricordo, gli disse il vigile. Ma sono andato via che ero ancora piccolo. Una di queste sere dobbiamo vederci. Mi devi raccontare del paese. Sono dieci anni che non ci torno.
Mi dispiace, sono di passaggio a Roma. Sto per partire, per tornare a casa, disse subito Giovanni.
Peccato, quanto mi dispiace. Non capita tutti i giorni d'incontrare un compaesano di Jato. Torn a stringergli la mano con trasporto. Era sinceramente dispiaciuto di non poterlo pi rivedere.
Sar per un'altra volta, finse dispiacere Bova. Per l'assicurazione,  stata una dimenticanza, lo giuro.
Ma s, figurati. Piuttosto guida con prudenza e sbrigati a rinnovarla.
Giovanni risal sulla vettura e si avvicin a Santino Maltese che stazionava davanti al ministero.
Quello s'accorse subito dalle smorfie di Giovanni che stava volando nell'aria qualche grana. Bova s'allontan dalla zona presidiata dalle guardie del ministero perch non voleva attirare l'attenzione. Ma appena si lasci alle spalle l'austero edificio, cominci a sbraitare contro il povero Santino colpendolo alla testa: Figghiu ri buttana, testa i minchia, maccarruni rugnusu. Guarda il tagliando dell'assicurazione! Guardalo!, gli url.
Il poveraccio lo sfil dalla tasca trasparente e lo fiss, ma non aveva ancora compreso il problema: E allora?
E allora? E allora minchiuni,  scaduto! Come si fa a girare per l'Italia con una macchina con il tagliando scaduto! Mi vuoi far sbattere in galera per una tua leggerezza, bastardu rugnusu!.
Quella sera Giovanni telefon a Saro. Non gli disse dell'inconveniente con il vigile, solo che non potevano rimanere oltre a Roma. Gli spieg che l'attentato in quella citt era difficile da organizzare. I rischi del fallimento erano troppo alti.
Rano, con insofferenza, fece rientrare il commando a Palermo e decise di chiedere aiuto a Mister Robert.
A questo punto, la strategia doveva essere cambiata sostanzialmente. L'organizzazione non poteva pi pesare completamente sulle spalle di Giovanni Bova. La composizione del gruppo di fuoco fu riorganizzata. Non era pi necessario mettere insieme tanti tiratori scelti, servivano piuttosto capifamiglia di elevato carisma e di sicura fedelt.
Furono scelti da Saro in persona. Si rivolse a due suoi fedelissimi: il capomandamento della Noce, Raffaele Ferro, e quello di Porta Nuova, Salvatore Castiglia. A loro affid la responsabilit e la supervisione della missione.
Mister Robert mise in contatto Raffaele Ferro con un americano, residente in Sicilia. L'uomo non si present, non si tolse mai gli occhiali da sole e il berretto con la visiera. Si accord con Ferro per la consegna di mezza tonnellata di dinamite. Il trasbordo sarebbe avvenuto al largo di Capo Gallo. Il peschereccio con l'esplosivo apparteneva alla flotta di Mazzara e sarebbe arrivato dall'Isola delle Femmine, dove si trova il deposito di esplosivi e munizioni dell'esercito americano.
Qualche giorno dopo, Raffaele Ferro e Salvatore Castiglia, capo mandamento di Porta Nuova, incontrarono un uomo che non era siciliano e che non apparteneva alla mafia. Anche lui non si present e - in considerazione della delicatezza della missione - si raccomand di dimenticare il suo viso. Il misterioso personaggio, capelli brizzolati e occhiali da miope, disse che aveva avuto ordine di avvisarli quando il giudice Pellegrino sarebbe partito da Ciampino, l'aeroporto di Roma. Da quando era a Roma al ministero di Grazia e Giustizia, il giudice aveva preso l'abitudine di scendere a Palermo nei fine settimana per riunirsi alla famiglia.
La cosa, l'uomo fu sempre ben attento a non pronunciare mai la parola attentato, dovr avvenire lungo l'autostrada per Palermo. Non ci sono alternative. Con quelle parole si allontan. E n Ferro, n Castiglia lo rividero mai pi di persona.
Trascorsero altri giorni e ai due fu chiesto d'incontrare un altro uomo senza identit. Sarebbe stato lui ad avvicinarsi e a qualificarsi.
L'incontro avvenne allo Stadio Barbera, nel corso di una partita della squadra del Palermo. Raffaele Ferro aveva ricevuto due biglietti per la tribuna d'onore. And insieme a Salvatore Castiglia, ma per sicurezza si fece guardare le spalle da due dei suoi. Si erano accomodati da poco in tribuna, quando nella poltroncina accanto si sedette un uomo, anche questo mai visto e dalla inflessione dialettale del nord.
Nel pi classico degli stereotipi dei film di spionaggio, guardando davanti a s, l'uomo cominci a parlare, facendosi sentire da Castiglia: Il giudice atterrer all'aeroporto di Palermo, disse, mentre la partita iniziava tra le urla dei tifosi. Accanto alla pista ci saranno tre macchine ad attenderlo: la sua e due della scorta. Percorreranno l'autostrada per Palermo a una media di 130-140 chilometri all'ora. Dovrete stabilire voi dove fare il botto. Pronunci quell'ultima frase coprendosi la bocca con il giornale. Tutto dipende dal vostro punto di osservazione. Dovete sceglierlo bene. Fate in fretta, il tempo stringe.
I due boss non ebbero neppure il tempo di replicare che l'uomo si alz e abbandon la tribuna. I due decisero di rimanere ad assistere all'incontro, anche perch alla squadra di casa girava bene e stava vincendo.
L'esperto che doveva assemblare l'esplosivo, collegarlo ai detonatori e far funzionare il telecomando, si chiamava Pietro Barraco. Per la sua abilit con i congegni elettronici era stato soprannominato l'ingegnere, ma aveva soltanto un diploma da perito. Grazie ai mesi di naia, trascorsi nell'esercito, aveva acquisito una padronanza con la dinamite da provetto artificiere. Insieme a Giovanni Bova, che era stato indicato da Saro come colui che avrebbe dovuto azionare materialmente il pulsante del telecomando, in una cava di propriet della mafia, collaudarono l'efficienza dell'apparecchiatura elettronica. Utilizzarono delle lampadine per simulare l'esplosione. Dopo qualche tentativo andato a vuoto e l'intervento dell'ingegnere nel tarare la centralina del telecomando, finalmente - ogni volta che veniva premuto il pulsante - le lampadine scoppiavano per il sovraccarico della tensione. Operativamente, il meccanismo era semplicissimo da attivare. Una volta collegati i cavetti elettrici alla centralina, si doveva soltanto innescare il contatto con una levetta e poi premere il bottone rosso. Non c'era possibilit di sbagliare.

16. La scelta dell'ingegnere.

Ora si doveva passare alla fase pi complessa del piano: dove inserire la dinamite e dove posizionarsi con il telecomando per controllare a vista il passaggio del corteo delle auto. A seconda del posizionamento, il problema da risolvere era quello di stabilire quanto tempo il segnale impiegasse per arrivare all'antenna ricevente.
Una mattina, Giovanni Bova con Santino Maltese e Pietro Barraco, fecero un sopralluogo lungo l'autostrada per scegliere il punto dove collocare l'esplosivo. Percorsero a piedi un cavalcavia in prossimit dell'uscita di Carini. Potevano far esplodere la carica nel momento in cui le auto passavano sotto il cavalcavia, causando il crollo del manto stradale sulle auto. Ma come applicare le cariche sotto il ponte? Il piano non era fattibile. Poco dopo c'era un passaggio pedonale che scavalcava l'autostrada. Quella soluzione poteva andare. Sarebbe stato sufficiente chiudere i passaggi alle estremit del cavalcavia con cartelli di Lavori in corso e nessuno si sarebbe meravigliato della momentanea interruzione. Ma Barraco, l'ingegnere, aveva delle remore sull'efficacia dell'esplosione. Perch la resistenza dell'asfalto avrebbe fatto sfogare l'energia dell'esplosivo verso l'alto. A meno che non avessero sfondato a picconate la pavimentazione del passaggio. Ma era un lavoro troppo rischioso da fare allo scoperto. Se un'auto della polizia li avesse sorpresi, il piano sarebbe andato in fumo.
Proseguendo sull'autostrada, presero anche in considerazione la galleria Isola delle Femmine. Avrebbero potuto posizionare le casse poco dopo l'entrata, cos che il radiosegnale potesse essere captato dall'innesco. In questo caso, l'effetto sarebbe stato sicuramente devastante. Presero in seria considerazione questa soluzione. Ma restava sempre da risolvere il problema del posizionamento delle casse di dinamite. Come e dove avrebbero nascosto ottomila candelotti di esplosivo?
Allora valutarono anche l'idea di un'auto-bomba. Potevano lasciare una macchina inzeppata di dinamite su un lato dell'autostrada. Anche in questo caso, per, il rischio che la vettura attirasse l'attenzione della polizia stradale era troppo alto. Presto abbandonarono anche quell'ipotesi.
Risalirono in macchina e tornarono sui loro passi, ripercorrendo la via che correva parallela all'autostrada. L'attenzione dell'ingegnere fu attratta da uno scolo dell'acqua piovana che correva trasversale, sotto il manto stradale.
Ferma!, ordin a Santino Maltese. Questi accost sul bordo della cunetta e i tre scesero dall'auto. Si avvicinarono al grande tubo di metallo. L'ingegnere scrut attentamente il passaggio. Poi si gir verso Giovanni Bova e con sicurezza ordin: Questo  il posto ideale. Inseriremo i candelotti nel tunnel. Come vedi c' meno di un metro e mezzo di terra tra il tubo e l'asfalto. Piazzeremo la dinamite al centro della corsia. Sfonderemo la parte alta del tubo, cos da creare una parete di sfogo pi sottile. Dove ci troviamo qui? chiese poi a Santino.
L'autista guard la zona e disse: Poco prima dello svincolo per la Statale 113. Guardate laggi, indic il monte che in quel tratto sovrastava l'autostrada.
Perfetto. Quello sar il nostro punto d'osservazione, decise Giovanni Bova.
 proprio l'ideale per poter operare, approv Pietro Barraco. Andiamo a vedere la postazione.
S'infilarono di nuovo in macchina e ripercorsero al contrario la carreggiata parallela all'A29. Scavalcarono l'autostrada e s'inerpicarono sul sentiero che saliva sul monte, creato per i camion diretti a una vicina cava.
Da quella postazione si dominava un bel tratto dell'autostrada. L'ingegnere individu il punto del tubo di drenaggio. Ora doveva calcolare la distanza da quella postazione all'asfalto. Il passo successivo era di verificare quanto tempo avrebbe impiegato il segnale del telecomando, una volta schiacciato il pulsante, ad arrivare all'antenna ricevente. In relazione alla velocit delle auto, stabilito in circa 140 chilometri orari, avrebbe potuto calcolare il punto esatto dove premere il telecomando per far coincidere il passaggio della macchina del giudice sulla verticale dell'esplosivo.
Nei giorni successivi Bova condusse gli altri componenti del commando sul luogo dell'attentato. Una mattina parteciparono al sopralluogo anche i due responsabili, Raffaele Ferro e Salvatore Castiglia. L'ingegnere aveva calcolato in poco pi di cinquecento metri la distanza dal telecomando alla centralina dell'innesco.
Dopo varie prove empiriche, cronometrando i passaggi di una Lancia Delta, stabilirono che - nel lasso di tempo che correva tra il contatto del pulsante del telecomando e l'accensione delle lampadine, cio l'esplosione - la vettura percorreva circa dieci metri.
Alcuni dei loro gregari portarono nei giorni successivi un vecchio frigorifero e lo posero esattamente dieci metri prima del condotto di drenaggio. Verificarono ancora una volta l'esattezza dell'accensione delle lampadine con un'altra serie di passaggi della Lancia.
Avanzarono il frigorifero di un metro verso il punto dell'esplosione e questa volta definirono con esattezza millimetrica il punto d'arrivo dell'auto con il momento dell'esplosione.
Ora non rimaneva che verificare, in una prova reale, l'efficacia della dinamite che mister Robert aveva procurato.
In una cava di propriet di Piddu, nei pressi di Corleone, con l'aiuto di una scavatrice, crearono una trincea profonda due metri. Inserirono trenta chili di titolo in un tubo di un metro di diametro, lo stesso di quello dell'autostrada, e lo depositarono sul fondo dello scavo. Ricoprirono con la terra e versarono sulla sommit una colata di cemento. Aspettarono un giorno che si solidificasse.
La mattina successiva, una volta induritosi, Giovanni Bova colleg i cavetti elettrici alla centralina, poi azion il telecomando, facendo esplodere il tritolo. L'effetto fu devastante. Un boato e s'alz verso il cielo un cilindro compatto di cemento e terra, seguito da una nuvola di fumo alta parecchie decine di metri. Quando si dirad, scopr un cratere profondo tre metri e largo quindici. Con l'ausilio delle scavatrici, gli operai ricompattarono la fossa, quindi finalmente Giovanni Bova pot comunicare al suo boss che erano pronti a entrare in azione.
Al tramonto il gruppo dei mafiosi arriv con un furgone e un'auto nei pressi del condotto di scolo. L'esplosivo era stato predisposto in tredici bidoni di metallo. Dodici pesavano 25 chili e il tredicesimo 35. In quest'ultimo avrebbero inserito il detonatore.
Avevano portato con loro due skateboard. Con una corda avevano misurato la larghezza dell'autostrada. E la stessa corda fu usata per stabilire il limite dove avrebbero lasciato il primo bidone: poco oltre met carreggiata.
Giovanni Bova volle essere il primo a entrare nel condotto. Gli diedero la bombola e la cannula della fiamma ossidrica e una lampada elettrica. Spinse la tavoletta con le rotelle su cui aveva deposto la bombola e s'infil nel tubo, ma appena piomb nel buio del tunnel, si sent stringere la gola per la claustrofobia. Bova aveva spalle da lottatore, era corpulento, uno stomaco prominente e nel foro entrava con difficolt. Fece una rapida mancia indietro. Torn all'aperto respirando a pieni polmoni.
 troppo stretto questa minchia di tubo. L dentro non si resiste pi di un minuto.
Provo io, disse Santino Maltese, togliendosi il giubbotto. Anche lui entr di testa e riusc a fare qualche metro in pi di Bova, ma poi dovette fermarsi e, fradicio di sudore, torn indietro. Usc con l'affanno, come se avesse corso una maratona.
Questa volta tocc ad Antonino Cascio. Era il pi mingherlino di tutti. Ragazzi, io ho fatto il minatore. Sono abituato ai cunicoli. Fatemi provare. Entr con disinvoltura nel foro e avanz carponi fino allo skateboard lasciato da Maltese. Il fondo del tubo, per, era reso viscido da una poltiglia di fango e terra. Non poteva lavorare in quelle condizioni. Cascio cominci ad arretrare, ma la manovra era faticosa. Gli venne l'idea di sdraiarsi sulla tavoletta. Tolse la bombola da sopra lo skateboard e grid di tirare la corda. Lentamente gli uomini fuori dal tunnel iniziarono a recuperarlo fino a farlo uscire dal condotto.
Ho bisogno di coperte, l dentro  pieno di melma.
Dalle automobili furono recuperati stracci e vecchi plaid. Antonino Cascio le distese sullo skateboard, poi vi si adagi sopra e s'infil di nuovo nel tubo. Aiutandosi con i piedi e le mani, avanz velocemente fin dove aveva lasciato gli attrezzi. Li prese e continu a procedere fin quando la fune si tese. Era al centro dell'autostrada.
Si gir poggiando la schiena alla tavoletta. Abbass sul viso la maschera di protezione e accese la cannula, avvicinando la fiamma al metallo del tubo di scolo. Il fumo provocato dalla fusione del metallo lo costrinse a interrompere pi volte il lavoro. Venti minuti dopo, riusc finalmente a praticare un ampio foro circolare sulla parte superiore della tubazione. Con quell'apertura, la forza inerziale dell'esplosione si sarebbe diretta verso l'alto.
Lo recuperarono e inizi l'operazione con l'esplosivo.
Sulla prima tavoletta adagiarono il recipiente con la dinamite. Cascio si distese sul secondo skateboard e inizi ad avanzare, aiutandosi con i piedi, mentre nello stesso tempo spingeva il bidone poggiato sul primo skate. Arrivato a destinazione e posizionato la latta di esplosivo, lanci un segnale e da fuori venne recuperato. Questo traffico prosegu per gran parte della notte: Santino Maltese si altern con Cascio. Si interruppero soltanto quando un'auto della polizia si ferm proprio nelle vicinanze della conduttura. Videro uno degli agenti scendere dall'auto e avvicinarsi alla rete che delimitava l'autostrada dalla scarpata.
I sette uomini si appiattirono nell'erba del dirupo, in silenzio, pronti per a entrare in azione. Il poliziotto apr la patta dei pantaloni e liber la vescica. L'urina sfior i mafiosi che si trovavano sotto la cunetta, nei pressi del tubo di scolo. L'agente si richiuse la lampo e risal sulla Pantera, che ripart per continuare nella perlustrazione dell'autostrada.
I picciotti, ingiuriando contro il poliziotto, si rimisero all'opera. Verso le quattro del mattino completarono lo stivaggio dei circa 350 chili di tritolo. Applicarono il detonatore all'ultimo recipiente, quello pi pesante e voluminoso. Nascosero il filo del detonatore tra l'erba, all'imbocco del tunnel, e direzionarono l'antenna della ricevente.
La mattina successiva tornarono al punto di osservazione per sistemare gli ultimi dettagli. Tagliarono i rami di alcuni ulivi che precludevano la visuale di una parte dell'autostrada, poi iniziarono i turni di avvistamento. Per i successivi giorni - dal gioved pomeriggio al sabato pomeriggio - Giovanni Bova, Santino Maltese e Antonino Cascio avrebbero presidiato il posto di avvistamento sull'autostrada.
Raffaele Ferro, invece, aveva il compito di pedinare Antonio Merola, il caposcorta del giudice. Se si recava all'aeroporto di Palermo, Ferro doveva allertare Gioacchino Lo Monaco, il mafioso che stazionava permanentemente l. Questi avrebbe dovuto avvisare a sua volta Giovanni Bova dell'arrivo del giudice.

17. Qui muore la speranza....

Palermo, 23 maggio 1992.

La sera precedente la partenza da Roma, il giudice Giovanni Pellegrino lo pass a mettere ordine ai suoi molti incartamenti. I documenti ormai inutili vennero distrutti nel tagliacarte, mentre i faldoni delle indagini in sospeso furono ordinati nello scaffale. C'era aria di cambiamento e la sua nuova candidatura, malgrado le polemiche di molti suoi colleghi, gli dava la forza di continuare nella battaglia contro la criminalit.
Pellegrino sapeva perfettamente di essere nel mirino della mafia e ogni suo spostamento veniva deciso all'ultimo momento. Anche l'orario del viaggio a Palermo, con sua moglie, era stato scelto con un minimo preavviso.
Un Executive dell'Aeronautica con base a Ciampino, atterr a Punta Raisi nel tardo pomeriggio. Antonio Merola, il caposcorta, e altri sei poliziotti addetti alla sua protezione, lo attendevano ai bordi della pista.
Il giudice scese dall'aereo, seguito dalla moglie. Era sereno. Ogni volta che tornava nella sua amata terra, riusciva a dimenticare i contrasti con gli avversari che gli avvelenavano le giornate e le maldicenze dei suoi stessi colleghi.
Per rilassarsi e cominciare a godere di quella breve vacanza, chiese al suo autista di cedergli il posto: avrebbe guidato lui fino a casa. Sal sulla sua auto blindata e Francesca gli si mise accanto. Dietro prese posto Pino, il fidato autista.
Merola e due altri poliziotti si accomodarono sull'altra vettura, che part per prima, al centro si posizion la macchina condotta dal giudice. Chiudeva il convoglio quella con gli altri tre agenti. Pochi minuti dopo, la carovana imbocc l'autostrada per Palermo.
Come al solito, la velocit era sostenuta. Alle loro spalle, un po' distanziata, viaggiava l'auto di Gioacchino Lo Monaco. Al telefonino il mafioso comunic a Santino Maltese che erano usciti dall'aeroporto e che tra pochi minuti li avrebbero avvistati. Stavano viaggiando a 120 chilometri orari. Una velocit inferiore a quella prevista.
Sull'altura che dominava l'A29, Giovanni Bova aveva spostato la levetta del telecomando, accendendo una spia rossa. L'apparecchio era pronto per entrare in funzione. Santino Maltese osservava le auto che correvano sotto di loro con un potente binocolo da Marina.
Dal curvone spuntarono le tre auto.
Al cellulare Lo Monaco avvert che ora la velocit aveva superato i 130 orari.
Perfetto, sospir Antonino Cascio, il terzo mafioso con gli occhi fissi sulle tre macchine, da lass piccole come giocattoli.
All'interno dell'auto blindata, il giudice Pellegrino si rivolse alla moglie: Vorrei passare da mia sorella. Per ti lascio prima a casa, che ne dici?
Avete dei segreti che non posso ascoltare?, domand ironica Francesca.
Come sei sospettosa! Tu lo sbirro dovevi fare, altro che giudice, sorrise Giovanni. Dopo ce ne andiamo a cena soltanto noi due al porto, ti va?
Ma  possibile che devo fare sempre come decidi tu? Anch'io voglio salutare Anna, si lament la moglie.
E va bene, la saluti domani, tanto  lo stesso. Ci ha invitati a casa sua per pranzo.
Sei un prepotente.
Il giudice sorrise. Anche Pino, seduto sul sedile posteriore, sorrise: era abituato a quelle scherzose schermaglie coniugali.
Ce le hai le chiavi di casa?, domand Giovanni alla moglie.
Pino rispose per lei: Dottore, sono attaccate a quelle della macchina.
Rapidamente Giovanni sfil il mazzo di chiavi dal blocchetto dell'accensione. Francesca sobbalz perch l'auto rallent di colpo e dietro la macchina della scorta dovette frenare bruscamente per non tamponare la loro auto.
Giovanni, sei impazzito?, gli grid la moglie, afferrando il volante che lui aveva mollato per un attimo per sganciare il moschettone dalle chiavi di casa. Sei come i ragazzini, certe volte!.
Attenzione, hanno rallentato, comunic all'improvviso Lo Monaco che aveva continuato a seguire il corteo con la sua macchina.
Sulla collinetta, Santino Maltese, con gli occhi incollati al binocolo, si allarm: Minchia. Stanno rallentando!.
Il giudice inser di nuovo la chiave nel blocchetto e torn a schiacciare l'acceleratore. Consegn le chiavi di casa alla moglie.
Eccole qui. Cos non rischi di aspettarmi fuori dalla porta.
Ho sposato un folle, ma chi me lo ha fatto fare!, disse di rimando la moglie con un sorriso bonario.
Dall'alto della postazione Santino torn tranquillo. Hanno ripreso velocit. Attento, Giovanni, stanno raggiungendo il frigorifero.
Bova poggi il pollice sul pulsante rosso, pronto a premere non appena Santino gli avesse dato il via. Ma la sagoma del frigorifero Bova riusciva a vederla anche a occhio nudo. Appena l'auto del giudice l'avesse superata, sapeva quello che doveva fare. Gett la sigaretta appena iniziata, perch doveva concentrarsi sull'operazione. La brace colp un sasso e si sparse sulla terra in una minuscola esplosione di scintille.
L'auto della scorta pass il frigorifero. Un attimo dopo sopravvenne la macchina del giudice. Bova schiacci con forza il pulsante rosso. Un attimo dopo arriv l'ordine di Santino Maltese: Ora!.
Davanti al parabrezza il giudice e la moglie videro sollevarsi l'auto della scorta, spinta verso l'alto da un muro di terra, cemento e asfalto. Il boato dell'esplosione sfond i loro timpani. La macchina, investita dall'imponente forza d'urto, si disintegr, riducendosi a una palla informe di metallo e fu catapultata a una sessantina di metri, oltre l'autostrada, in un vicino uliveto.
L'auto del giudice, una frazione di secondo dopo, si schiant contro il muro di terra sollevato dalla dinamite. La parte anteriore della macchina si accartocci su se stessa, ma grazie alla blindatura l'abitacolo rest intatto. Purtroppo, per, i passeggeri, che erano senza cinture, furono sbalzati con violenza contro il parabrezza e continuarono a sobbalzare violentemente finch la vettura non atterr sul cratere provocato dall'esplosivo. Anche la terza macchina del corteo and a impattare contro la colonna di asfalto e terra sollevata dall'esplosione, ma la forza cinetica si era nettamente esaurita e quindi l'urto fu meno violento. Ricadendo sulla terra smossa, fu ricoperta dai detriti che continuarono a piovere dal cielo per alcuni secondi. I rinforzi strutturali della blindatura avevano tenuto e i tre agenti all'interno, seppure storditi e sotto shock, uscirono dall'abitacolo con le armi in pugno, sicuri di dover respingere un attacco armato.
Lo spostamento d'aria invest un'altra dozzina di veicoli che per sventura si trovavano a transitare su quel tratto di autostrada. Qualcuno fu proiettato contro il guardrail, altri sbandarono piroettando come trottole, i pi sfortunati si ribaltarono, altri ancora s'incendiarono per le scintille provocate dagli urti.
I tre mafiosi, dall'alto della collina, videro l'apocalisse che avevano provocato. Restarono sbalorditi dalla massa di terra, cemento e asfalto che la dinamite aveva sollevato per decine di metri e la nube di polvere e fumo che saliva alta nel cielo, simile a quella di un fungo atomico.
Minchia che botto!, esclam Giovanni Bova. Cascio rest in silenzio, mentre Santino Maltese ripose il binocolo nella bisaccia a tracolla e disse: Amuninni, cumpa'. Qui non c' altro da fare.
I tre mafiosi abbandonarono la postazione e si recarono alla masseria di Pinu Manganaru, dove tre mesi prima Saro, Giovanni Bova e il vertice dei corleonesi si erano riuniti per decidere la morte del giudice Pellegrino.
Santino guidava con tranquillit: non c'era nessuna fretta. Incrociarono alcune ambulanze e auto dei vigili del fuoco che si recavano a sirene spiegate verso il luogo della strage. Nessuno ebbe il coraggio di commentare la buona riuscita dell'eccidio.
I tre poliziotti di scorta, che si erano salvati dalla strage, si avvicinarono alla Croma bianca, o meglio a quel che ne restava. La portiera era ancora chiusa. Anche i vetri avevano resistito all'impatto con l'esplosione. Uno dei tre chiam: Giovanni! Giovanni!.
Il giudice era ancora vivo, riverso sul volante, il volto insanguinato, gir la testa nella sua direzione, come se avesse udito il richiamo. Ma lo sguardo era assente, respirava a fatica. Anche la moglie era ancora in vita. Rantolava riversa sul sedile, senza scarpe, le braccia e i capelli insanguinati. Sussurrava qualcosa, forse il nome del marito. L'autista invece non si muoveva. Era finito incastrato tra i sedili anteriori e quelli posteriori. Da fuori non si riusciva a capire se era morto. Dieci minuti dopo arrivarono i vigili del fuoco e, con i divaricatori e i frullini, riuscirono a scardinare uno degli sportelli dell'auto.
Il giudice fu adagiato su una delle barelle e qualcuno lo ud mormorare: Se ne esco vivo, gliela faccio pagare. La prima ambulanza part per Palermo. Anche la moglie fu messa su una barella e portata immediatamente all'ospedale. Poi fu la volta di Pino, l'autista, sollevato con tutte le cautele dal pavimento stradale. Era vivo. Anche lui qualche minuto dopo fu trasportato al pronto soccorso.
Nel frattempo, erano affluite sul luogo della strage auto della polizia e dei carabinieri.
La prima macchina di scorta, travolta in pieno dall'esplosione, era ridotta a un ammasso informe di lamiere. Per i tre agenti che la occupavano non ci fu niente da fare. I vigili dovettero faticare per ore prima di poter recuperare e ricomporre i corpi. Tra loro c'era anche Antonio, il fidato caposcorta del giudice. Per quei poveri resti caddero lacrime di disperazione, di rabbia, di vendetta, da parte dei loro colleghi accorsi sul luogo del massacro.
Il giudice Paolo Battaglia - l'inseparabile collega di Pellegrino e insieme a lui principale artefice dell'istruttoria del maxiprocesso - fu tra i primi ad arrivare al suo capezzale. Non bisognava essere un medico per capire le condizioni disperate dell'amico. Le gravi emorragie interne non lasciavano spazio alla speranza.
Battaglia volle vedere anche Francesca. La donna sembrava in condizioni migliori del marito, tanto che, quando era giunta in ospedale, in uno slancio di generosit, aveva supplicato i dottori di prendersi cura di Giovanni.

Nella fattoria di Pinu Manganaru, Saro e gli altri corleonesi stavano assistendo in silenzio all'edizione straordinaria del telegiornale. Il giornalista leggeva le ultime agenzie provenienti dalla sala stampa della questura. Poi la linea pass all'inviato davanti l'ospedale. Il giornalista lesse il bollettino medico, annunciando che il giudice Pellegrino lottava tra la vita e la morte, mentre la moglie sembrava in condizioni migliori, anche se aveva riportato gravi ferite a causa dell'esplosione.
I corleonesi digrignavano i denti per la rabbia. Soltanto Saro Rano non mostrava visibilmente il proprio sconcerto. Se il giudice si fosse salvato, avrebbero dovuto affrontare giorni di fuoco.
Ma, un'ora dopo essere stato ricoverato in ospedale, Giovanni Pellegrino cess di vivere senza aver mai ripreso conoscenza. L'amico Paolo non aveva pi lacrime da piangere. La sua anima si era schiantata contro il muro di terra, insieme a quella del collega. Questo  solo l'inizio, pens sconcertato. Quell'atto di guerra aveva un valore simbolico ben preciso: nessuno poteva sognarsi di fermare i corleonesi.
Le condizioni di Francesca, come per una misteriosa empatia che la univa al marito, dopo la morte di Giovanni cominciarono ad aggravarsi e poco dopo anche lei spir.
Paolo Battaglia volle recarsi sul luogo dell'attentato. Appena scese dall'auto di servizio, fu investito dalla puzza di cordite e dall'odore nauseabondo della nafta. Il vento che spirava verso il mare aveva disperso la nuvola di polvere e fumo. Eppure l'odore acre dell'esplosivo ancora aleggiava nell'aria e il giudice fu costretto a riparare il naso e la bocca dietro un fazzoletto.
Rest impietrito quando vide la scena dell'attentato. Un vasto cratere, profondo circa quattro metri e largo una quindicina, spaccava l'autostrada in due parti. Sull'orlo della cavit c'erano i resti dell'abitacolo dell'auto su cui viaggiavano il giudice e la moglie. Il vano motore si era disintegrato. Sul tetto era ammassato un cumulo di macerie, come anche sul cofano posteriore.
Paolo Battaglia guard nell'abitacolo. Sul tappetino anteriore c'erano scarpe da donna e da uomo sformate dall'urto. Tutt'intorno, schizzi di sangue. Tent di trattenere l'emozione, ma non riusciva a controllare le lacrime.
L'area dell'esplosione era costellata di vetture ribaltate, investite da blocchi di asfalto, alcune annerite dal fuoco. Una ventina di ignari automobilisti erano rimasti coinvolti nell'esplosione.
Un questore della polizia chiam il giudice per accompagnarlo al vicino uliveto, dov'era stata proiettata la macchina del caposcorta. I vigili erano ancora impegnati a cercare i miseri resti dei tre agenti sparpagliati tra i tronchi degli ulivi. La loro auto era un grumo irriconoscibile.
Quei poveri innocenti avevano sacrificato le loro giovani vite per un ideale di giustizia. Paolo Battaglia non riusciva a trovare una spiegazione logica a un simile scempio. Come si poteva soltanto premeditare e organizzare un attentato di quella portata? Dove prendeva la mafia quella quantit industriale di dinamite? Chi l'appoggiava? Qualche potenza straniera? Gli arabi? I narcotrafficanti? Forse loro potevano disporre di tutto quel tritolo. Ma perch i servizi segreti non si muovevano? Come potevano transitare in Italia migliaia di candelotti di dinamite, sotto il naso degli organi di controllo? Il cervello di Paolo Battaglia aveva ricominciato a elaborare ipotesi giudiziarie.
A tarda sera, rientr in tribunale e chiam a raccolta tre giovani sostituti. Erano sconvolti, passeggiavano avanti e indietro per gli uffici accendendosi una sigaretta dietro l'altra. Erano scoraggiati e impauriti. Mai, in Sicilia, era accaduta un'azione terroristica cos cruenta. Dove voleva arrivare Cosa Nostra? Era un attacco al cuore della magistratura in piena regola. Preludeva a un colpo di Stato?
I sostituti si interrogavano, ma nessuno poteva dare una risposta ai loro quesiti.
Paolo Battaglia si sfil la giacca e la lanci sul divano. Allent la cravatta e rimbocc le maniche della camicia. Si sedette alla scrivania, prese un foglio bianco e sopra vi disegn tre grandi punti interrogativi.
Per comprendere la furia che ha mosso le menti assassine di oggi, disse ai giovani colleghi, dobbiamo rispondere a queste tre domande. Prima domanda: perch Giovanni  stato ammazzato proprio oggi?. Fiss interrogativo i colleghi, ma era un interrogativo che non li aveva neppure sfiorati. Essere ucciso oggi o domani, non era la stessa cosa?
Pensate bene. Perch proprio ora? Perch oggi?, continu disperato Battaglia.
Pellegrino tornava a Palermo ogni weekend, disse uno dei giovani sostituti. Era sempre attento a non ripetere gli stessi percorsi, ma questa volta ha fatto un errore. Lo stavano aspettando. Sapevano che doveva passare di l.
Come folgorato da un'idea, Paolo Battaglia diede la sua soluzione del problema: Perch oggi? Ve lo dico io perch. Perch questa sarebbe stata una delle ultime volte che sarebbe sceso a Palermo. La moglie aveva ottenuto il trasferimento a Roma.
Non lo sapevo, disse l'altro procuratore.
Eravamo in pochi a saperlo. E questo ci porta al secondo interrogativo: Giovanni aveva ottenuto la maggioranza del Consiglio Superiore per essere nominato procuratore nazionale antimafia. Non solo, ai vertici delle istituzioni girava voce che con il prossimo governo sarebbe stato nominato ministro degli Interni.
Finalmente anche i politici avevano riconosciuto il suo valore, comment il primo dei tre magistrati.
Ma queste voci non erano ancora di pubblico dominio. Non erano arrivate alla stampa. Erano congetture che circolavano soltanto all'interno dei nostri uffici e nei piani alti dei Palazzi di Roma, insinu Battaglia.
I tre procuratori si avvicinarono alla scrivania. Il primo chiese: Vuoi dire che qualcuno ha fatto sapere a Cosa Nostra della sua possibile nomina e per questo si sono affrettati ad ammazzarlo?
Perch i suoi viaggi in Sicilia sarebbero stati sempre pi rari?, sottoline l'altro.
Paolo Battaglia rispose con un silenzio prolungato. Accese l'ennesima sigaretta, poi concluse: C' una terza domanda che mi tormenta, con la biro disegn una serie di altri punti interrogativi accanto all'ultimo della lista. Un artificiere mi ha detto che, per provocare quella catastrofe, i terroristi devono essersi serviti di non meno di cinquecento chili di dinamite. Mi chiedo chi possa aver fornito tutto quell'esplosivo.
Il fornitore sar diventato pi ricco di Onassis, comment il primo collega.
Ormai le stragi con la dinamite stanno diventando all'ordine del giorno. Prima Pizzolungo, dove il giudice Carlo Messina si  salvato per miracolo, ma sono morti due gemelli e la loro madre, poi quella del magistrato Rocco Cosentino, c' stata quella fallita alla villa di Punta di Priola e ora questa dell'A29.
L'esplosivo usato ha origine militare.  uscito dalle nostre caserme.
I corleonesi potrebbero essere diventati il braccio armato di qualche potere forte che ha interesse a insinuarsi tra le nostre istituzioni, concluse Battaglia. Amici, non c' pi tempo. Devo sbrigarmi a chiudere le istruttorie. Io sono sempre stato il secondo della lista. E sar il prossimo bersaglio.
Le luci negli uffici del tribunale restarono accese per gran parte della nottata...

18. 57 giorni di agonia.

Quella stessa sera anche le luci della masseria di Pinu Manganaru restarono accese fino a notte fonda, ma qui l'atmosfera era del tutto diversa. I picciotti e i boss brindavano tra loro alla morte del pi accanito dei loro nemici. Il gruppo che aveva portato a termine l'attentato venne accolto dai mafiosi come si accolgono gli eroi. Saro Rano in persona volle baciarli uno per uno. In particolare, abbracci Giovanni Bova, il suo pupillo, e lo propose ad esempio agli altri boss, elogiandolo per il modo impeccabile con cui aveva organizzato e concluso l'operazione.
Stanno diventando pazzi, esclam euforico. Da Roma mi dicono che hanno contattato i servizi segreti americani perch loro non sanno dove cominciare.
Non si era mai visto prima un colpo del genere, intervenne Pinu Manganaru.
Ed  soltanto l'inizio, gli confid Saro. Dovevamo dichiarare la guerra per ottenere la pace. Se riuscir a ribaltare la sentenza del maxiprocesso, potr tornarmene a Corleone come un libero cittadino. L potremo governare sulla Sicilia in pace e serenit, con gli altri boss delle province. Ma fino a quel momento, sar guerra all'ultimo sangue. Dovranno venire a chiederci in ginocchio la pace.

Dopo il massacro, tutti i cittadini onesti d'Italia aspettavano la riscossa dello Stato. Ci si chiedeva quando sarebbe iniziata la grande svolta nella lotta alla mafia. Si era in attesa che i collusi venissero epurati dalla polizia e dalle istituzioni, che gli incapaci messi da parte per far posto a funzionari motivati e nemici della criminalit. E che i magistrati incompetenti e pavidi si facessero da parte a favore di chi voleva ridare fiducia a quanti chiedevano giustizia.
Ma, come al solito, prevalsero le chiacchiere da bar, e furono imboccate una quantit di false piste: quella dei narcos colombiani, dei trafficanti turchi, dei conti svizzeri.
Il giudice Paolo Battaglia sapeva soltanto che aveva le ore contate per cercare la verit. Se voleva vivere, doveva battere i corleonesi sul tempo. Ma erano troppi gli impegni da assolvere. In Germania seguiva le tracce dei killer che avevano ucciso un maresciallo ad Agrigento qualche mese prima. Poi si precipitava a Roma per interrogare un pentito. Nel frattempo, dava supporto ai magistrati di Caltanissetta che indagavano sulla strage.
Battaglia non sapeva che avrebbe avuto soltanto cinquantasette giorni di vita, dalla morte del caro amico e collega. Non conosceva l'ora fatale, ma sapeva che doveva far presto. Fu infaticabile, in quei mesi. I colleghi che lo incontravano restavano impressionati dall'angoscia che gli attanagliava la gola e lo faceva respirare con affanno. Le sigarette facevano il resto. Una volta, preso dalla sofferenza, ne accese due insieme, portandole alle labbra una dopo l'altra.
Devo far presto, non devo perdere neppure un minuto, ripeteva nervoso alla moglie, disperata per quel suo stato di perenne ansia.
In quei drammatici giorni, l'unica sua consolazione fu quella di osservare le testimonianze di sdegno dei suoi concittadini siciliani. I palermitani appesero alle finestre lenzuoli bianchi con slogan contro la mafia. Non era mai accaduta nella popolazione una presa di coscienza cos determinata. Centomila siciliani manifestarono per le strade la loro rabbia contro i macellai mafiosi. Era il segno che qualcosa stava cambiando. Battaglia pens che il seme gettato insieme a Pellegrino stesse dando finalmente i suoi frutti.
Ma quanto lavoro c'era ancora da fare...
I pentiti avevano la precedenza su ogni altra attivit. Potevano rivelare dettagli, fatti che, se riscontrati per veri, avrebbero potuto portare ai mandanti della strage. Paolo Battaglia lottava soprattutto per scoprire questa verit.
La strage anche per i mafiosi costitu una sorta di spartiacque. La mafia raramente aveva colpito cos alla cieca. Gli attentati erano sempre mirati all'eliminazione di un nemico, di un avversario della famiglia mafiosa. Raramente aveva sparato nel mucchio, e raramente aveva usato quintali di esplosivo per ammazzare una sola persona.
Quell'azione fece incrinare anche le coscienze pi pietrificate degli stessi killer.
I funerali del giudice Giovanni Pellegrino, di sua moglie Francesca e dei tre uomini della scorta scatenarono la furia dei siciliani onesti. Tutta Palermo, tutta la Sicilia si rivers alla basilica di San Domenico, stipando oltre che l'interno anche l'intera piazza e le strade adiacenti. Le urla dei palermitani, al passaggio dei politici, espressero i sentimenti di ogni italiano. Tutti complici, gridavano i ragazzi delle scuole. La gente non vi crede pi, url una signora vestita a lutto. Lo Stato non  con noi, gridarono dei poliziotti in borghese. Poi un altro, con i baffi, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, lo chiam, poi indicando i colleghi alle sue spalle, strill senza ritegno: I morti sono qui!. A un cronista della televisione uno dei magistrati, con le lacrime agli occhi, confid sottovoce: Forse mafia  poco per capire questa strage. Mafia  poco....
Nelle carceri i detenuti osservavano quelle sequenze in silenzio. Non come quando il telegiornale aveva informato l'Italia della morte del giudice e di sua moglie. Allora erano state stappate bottiglie di champagne per brindare all'eccidio, tra le risate e le pacche sulle spalle dei mafiosi.
Ora, di fronte alle immagini dell'ira della gente e allo sfilare tra le navate delle cinque bare - ma soprattutto davanti allo strazio dei familiari degli agenti della scorta - gli assassini ammutolirono. E lo schianto definitivo degli animi si ebbe con il pianto inconsolabile di una delle giovani vedove degli agenti e le sue parole di fuoco che scesero come fendenti sulle loro coscienze, invitandoli a inginocchiarsi per chiedere perdono.
All'Ucciradone quella sera, Peppuccio Nocera, per non farsi vedere dai compagni di cella, si chiuse in bagno e poter dare sfogo al rimorso, scoppiando in un pianto liberatorio.
Da quel giorno inizi un percorso interiore che lo condusse a rinnegare la vita scelta fino a quel momento, decidendo alla fine di diventare anche lui un collaboratore di giustizia.
L'attentato spinse molti mafiosi, oltre duecento, a rompere il giuramento di omert con le cosche per rifugiarsi tra le braccia della giustizia.
Ma per Saro Rano, tra tutti i tradimenti, quello di Nocera fu il pi doloroso. Peppuccio era stato infatti uno dei suoi pupilli. Sin da quando, diciassettenne, lo aveva preso sotto la sua ala protettrice. Il giovane sparava bene e Saro aveva predetto che sarebbe diventato il migliore tra tutti i picciotti. Inoltre Peppuccio era il fratello della moglie di Leoluca Colicchia, a sua volta fratello di Ninetta, sua moglie, quindi in qualche modo erano anche diventati parenti. E per i corleonesi, essere traditi da un parente era la pi grande infamia che si potesse immaginare.
Negli ultimi tempi era diventato l'autista pi fidato di Saro. Peppuccio fu il primo corleonese a infrangere il giuramento di fedelt. Al giudice Paolo Battaglia raccont dei suoi oltre venti delitti, dei rifugi del capo dei corleonesi. Rivel come faceva uccidere i suoi nemici, descrisse come si arriv al delitto dell'eurodeputato Salvo Zappa, e compil il lungo elenco degli omicidi voluti da Saro, fino alla strage di Capaci.
E poi la confessione pi sconvolgente. Nella polizia c'era un funzionario dei servizi segreti, grande amico del compianto commissario Boris Galeffi, che collaborava con Saro Rano. Era lui la talpa all'interno della questura. E fece anche il nome di un altro avvicinato dalla mafia, un giudice che aveva istruito numerosi processi di Cosa Nostra agevolando con le sue sentenze i boss inquisiti.
In quelle fatidiche settimane, furono decisive le confessioni di un altro picciotto, affiliato alla famiglia di Saro. Era Gaspare Musolino. Negli anni Sessanta aveva diviso la cella all'Ucciardone con Saro Rano ed era stato lui a insegnargli a giocare a dama, e sempre lui a dipingere i quadri che Ninuzzu 'u Ciancatu firmava per dargli pi valore.

19. L'orgia dei pentiti.

Il giudice Paolo Battaglia, in quei giorni convulsi di luglio, volle interrogare personalmente Gaspare Musolino. Nel momento in cui il mafioso espresse il desiderio di voler parlare con il magistrato, fu trasferito in un appartamento segreto alla periferia di Palermo.
Battaglia stava vivendo giorni di grande affanno. Alternava le istruttorie con il tribunale, gli interrogatori dei testimoni con le inchieste ancora aperte.
Musolino era considerato uno degli uomini pi vicini al corleonese, quindi un testimone preziosissimo.
Allora, Gaspare, anche tu hai ripudiato i metodi del tuo capo?, domand provocatoriamente il giudice.
Saro Rano  un traditore. La sua Cosa non  pi mia. Non c' pi posto per me in quel covo di macellai.
In molti la pensano come te.
Lei deve stare attento, signor giudice, perch anche nel suo ufficio ci sono funzionari compromessi con la mafia.
La tua parola non mi basta. Per poter procedere con gli accertamenti, ho bisogno di prove.
E io gliele fornir. Ma lei deve colpire innanzitutto questa gente, altrimenti Cosa Nostra non riuscir mai a fermarla. La mafia  collegata a politici, poliziotti, magistrati. Deve prima tagliare questo cordone ombelicale, se vuole sconfiggerla.
Il giudice apr la sua agenda e cominci a scrivere i nomi che Gaspare Musolino gli dettava. La lista degli uomini collegati alla Cupola erano quelli di importanti avvocati, notai, medici, funzionari della Regione, un esercito di fiancheggiatori che costituiva la spina dorsale stessa dell'organizzazione. Anche Musolino fece il nome dell'uomo servizi segreti e del giudice istruttore, menzionati per la prima volta da Peppuccio Nocera.
Per uno abituato a credere nella giustizia e nello Stato, era difficile accettare quell'elenco di persone al di sopra di ogni sospetto.
Poi arrivarono anche i nomi dei politici. Gaspare Musolino conferm che i suoi capi avevano incontrato il Presidente pi di una volta. E conferm anche che l'europarlamentare Salvo Zappa era il principale referente e il collegamento siciliano diretto con il potere centrale a Roma.
Per la mafia quella valanga di pentiti fu una vera disfatta. Questa volta lo Stato, su indicazioni specifiche di Giovanni Pellegrino, aveva decretato una legge sui pentiti che prevedeva un programma protezione in stile americano. Il governo aveva predisposto un rilevante fondo economico per le famiglie dei collaboratori di giustizia e s'impegnava ad aiutarle a rifarsi una vita in Italia o all'estero, fornendo identit e documenti falsi.
Non appena Saro Rano venne a conoscenza di questi traditori, scoppi in una delle sue epiche crisi. Quando la vita delle persone a lui sottomesse sfuggiva al suo controllo, era il momento che poteva arrivare a commettere qualsiasi pazzia. Divenne sempre pi diffidente. Dirad gli incontri, se non erano strettamente necessari. Cominci a sospettare di tutti e, in un raro incontro con alcuni boss, lanci il personale anatema contro quella razza infame: I pentiti debbono essere cancellati dalla faccia della terra. Senza di loro, Cosa Nostra pu continuare a progredire. Con loro,  destinata a scomparire. Quindi io ordino di ammazzarli tutti, fino al ventesimo grado di parentela, a partire dai bambini di sei anni.
Poi chiam Giovanni Bova e gli disse: Devi togliermi dai piedi quel giudice perch ora i pentiti vogliono parlare con lui. Per favore, fallo tacere per sempre.
Giovanni Bova si attiv immediatamente. La sua specialit era diventata la dinamite. Avevano avuto successo con il giudice Rocco Cosentino e aveva fatto scalpore con Giovanni Pellegrino. Lui la pensava come il suo boss: 'fanculo i timori di Piddu 'u Tignusu. Se c'era da dimostrare la forza di Cosa Nostra, che c'era di meglio di un bel botto? Anche per quella volta, d'accordo con Saro Rano, si decise per la bomba.
Nelle settimane successive, insieme a Gaspare Gazzola, della famiglia di Brancaccio, segu i movimenti del magistrato. Ma fu un amico, un certo Giuseppe Fiore, a dargli l'idea perch abitava nello stesso condominio della madre del giudice Paolo Battaglia.
Il giudice spesso la domenica pomeriggio va a fare visita alla madre, gli confid. Lo so perch ogni volta arriva con la scorta e tutti quei poliziotti fanno un gran casino.
Giovanni Bova pens di ripetere con la carta carbone l'attentato di Rocco Cosentino.
Gaspare Gazzola ebbe l'incarico di rubare l'automobile che avrebbero inzeppato di esplosivo.
Nel frattempo, Bova, torn a contattare tramite un mercante d'arte il signor Franco, l'ufficiale dei servizi segreti butterato con il quale aveva aperto una collaborazione in occasione dell'attentato alla villa del giudice Pellegrino.
Il mercante al porticciolo aveva ormeggiato un potente fuoribordo che usava spesso per convincere i clienti pi testardi ad acquistare le sue preziose opere d'arte. Li portava a fare un giro verso le coste selvagge della Riserva dello Zingaro. A volte invitava anche due volenterose e avvenenti ragazze e, al ritorno, l'affare era concluso. Non aveva mai fallito un colpo.
Anche per l'incontro con il signor Franco, propose a Giovanni Bova l'opzione di una gita in mare. L'avrebbe fatti incontrare in alto mare, davanti a Capo Gallo. Anche l'ufficiale dei servizi era un patito dei motoscafi e ne possedeva uno classico, con il quale si spostava lungo la costa per i suoi traffici illeciti.
Un pomeriggio, i due natanti accostarono e il signor Franco invit sul suo Giovanni, per restare soli a chiacchierare. Non voleva che il mercante d'arte ascoltasse ci che avevano da dirsi.
Bova, con la sua imponente mole, non era un tipo dal piede marino e, per saltare da un natante all'altro, scivol sul pagliolo e per poco non fin in mare. L'ufficiale dei servizi lo afferr per un braccio e lo tir a bordo. Bova gli fu riconoscente e tent di giustificarsi: Mi piace la terraferma, si  capito, vero?.
Ma l'ufficiale rest imperturbabile.  un po' che non ci vediamo. Allora, Giovanni, cosa state combinando?
Il programma continua. Ormai si fa sul serio.  questo che volevate, no?
Noi non vogliamo niente. Stiamo soltanto a guardare quello che accade, rispose calmo.
Non parlavate cos, l'altra volta.
Ognuno deve andare per la propria strada. Se per un tratto il nostro cammino  comune, bene. Ma voi non potrete mai pretendere di andare a braccetto insieme a noi, fece lapidario l'uomo.
Io non sono istruito. E non so capire al di l delle parole. E dalle parole e dai fatti, mi sembra di capire che non soltanto stiamo andando a braccetto, ma che addirittura cavalchiamo lo stesso cavallo, fece di rimando Bova. Non siete voi a stabilire gli obiettivi?.
Il signor Franco reput bene di non proseguire quella discussione. Allora, di cosa hai bisogno, adesso?
Di cento chili di esplosivo.
Continuate con i botti?
Visto che l'ultima volta hanno funzionato..., rispose Giovanni con un certo orgoglio.
Cento chili sono un bel po' di roba. Avete usato tutti i quattrocento che vi abbiamo gi dato?
Il conto  presto fatto, rispose di rimando Giovanni Bova. Trecentocinquanta chili sono serviti a Capaci. Trenta per la prova simulata. Mi sono rimasti una ventina di chili.
Va bene. Vi dar un esplosivo diverso da quello dell'altra volta. Anche questo  molto stabile. A disposizione ho soltanto del C4 in quel quantitativo. Presumo che si tratti del giudice.
Non ne vuol sapere di mettersi da parte, conferm Bova. Anzi, ha accelerato i lavori delle inchieste su cui sta lavorando. Bisogna fermarlo, ha ordinato il boss.
Sono pienamente d'accordo. Presto avrete il materiale. Mi rifar vivo io. Il signor Franco accese l'entrobordo.
Giovanni si alz dal divanetto e si avvicin al parapetto per risalire sull'altro natante.
Signor Franco, lo chiam prima di spiccare il salto, magari un giorno io e lei ci ritroveremo seduti accanto sui banchi del Senato. Le piace l'idea?.
L'ufficiale fece una smorfia. Non era esattamente quello il futuro che si era prefigurato quando, tanti anni prima, aveva giurato fedelt alla bandiera.

Tessera dopo tessera, il puzzle di Giovanni Bova stava prendendo forma.
Gaspare Gazzola rub una vecchia Alfa Romeo. Ma guidandola verso il garage dove avrebbe sostituito la targa con una falsa, s'accorse che era fin troppo malandata. Rischiava di restare in mezzo alla strada con il carico di esplosivo nel bagagliaio. Perci devi e si rec all'officina di un amico per farle rifare la frizione e i freni.
Nel frattempo, Giovanni Bova aveva allertato gli artificieri di Saro Rano di tenersi pronti per un lavoro d'innesco.
Il giorno successivo un furgone di una falsa ditta di laterizi entr in un garage dove lo stavano aspettando alcuni picciotti, anche questi della famiglia Brancaccio. I ragazzi scaricarono dal furgone le casse con l'esplosivo.
L'Alfa Romeo fu rimessa quasi a nuovo dai meccanici di Gaspare Gazzola, che la port al garage dov'era anche il materiale per la bomba. Mentre sostituivano la targa, gli altri caricarono nel portabagagli l'esplosivo. Quindi entrarono in azione i due artificieri che misero in azione l'innesco e misero a punto l'antenna ricevente. Fecero la prova con il telecomando, quindi attivarono la micidiale carica dell'esplosivo militare. Richiusero il cofano anteriore e riconsegnarono le chiavi a Gaspare.
Il mafioso guid con grande prudenza dal garage alla via di Palermo in cui viveva la madre del giudice. Si fermava agli incroci e soltanto quando era sicuro di poter passare attraversava procedendo lentamente. Alle sue spalle pi di un automobilista impaziente suon ripetutamente il clacson per sollecitarlo a premere sull'acceleratore.
Arriv davanti al portone. Appena il compare che occupava il parcheggio lo vide, sal sull'Alfa Romeo e liber il posto. Gazzola, con un'accorta manovra, parcheggi al posto suo. Scese dalla macchina, chiuse la portiera con una chiavetta universale e sal su quella dell'amico. Diede un'ultima occhiata all'autobomba, e i due si allontanarono, fieri di aver portato a termine il loro compito. Ora non rimaneva che inserire il telecomando nel citofono del palazzo. Operazione che avrebbero attuato la notte seguente.
Era venerd 17 luglio 1992. Due giorni dopo il giudice Paolo Battaglia si sarebbe recato dalla madre, come faceva ogni domenica...

LIBRO 5.

Il vendicatore.

1. La milizia armata.

Il giudice Battaglia era ossessionato dal pensiero della morte dal giorno in cui l'amico Giovanni Pellegrino, la moglie e tre guardie del corpo erano stati massacrati da una carica esplosiva sull'autostrada per Palermo.
Aveva paura di morire. Ma non per la fine in s: temeva che il tempo non gli bastasse per chiudere le indagini ancora in sospeso. Era consapevole che nella lista nera di Cosa Nostra ci fosse scritto il suo nome. Aveva appena compiuto cinquantadue anni e gli sembrava di essere troppo giovane per morire.
Dal giorno della strage era trascorso poco pi di un mese e da quel maledetto 23 maggio non riusciva a dormire pi di due o tre ore per notte. Il resto della giornata volava via tra appuntamenti con gli investigatori, interrogatori di pentiti, lo studio dei dossier ereditati da Giovanni, le veline della questura e dei carabinieri.
La sua scrivania, nell'ufficio del tribunale di Palermo, era sommersa da un cumulo di fogli e cartelle. Ma, tra centinaia di fascicoli, gliene era capitato uno che aveva attirato subito la sua attenzione.
Sul frontespizio c'era il logo dei ROS, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, nato sulle ceneri del vecchio Nucleo speciale antiterrorismo del generale dei carabinieri ucciso dalla mafia. Era un rapporto regolarmente protocollato, dove si leggeva: La fonte ha rafforzato l'ipotesi dell'esistenza di un progetto eversivo contro l'ordine costituzionale da attuare attraverso una serie di clamorosi attentati, a opera di una sedicente organizzazione denominata Milizia Armata, mediante materiale bellico proveniente da depositi segreti degli ustascia. In questo progetto Cosa Nostra  alleata con uomini dell'eversione nera e degli ambienti corrotti dei servizi segreti e della massoneria coperta.
La Milizia. Quella sigla lo fece trasalire perch gli era stato riferito che al centralino dell'ANSA una voce con accento tedesco, pochi giorni dopo l'eccidio del giudice Pellegrino, ne aveva rivendicato la paternit. Ricord che due anni prima la Milizia Armata era comparsa per la prima volta all'onore delle cronache per rivendicare l'uccisione di un operatore carcerario.
Decise di esaminare quella pista. Telefon al quartier generale dei ROS e chiese dell'ufficiale che comandava il nucleo speciale, il colonnello Mario Landi. Il nucleo era una sua creatura e sin dall'inizio il reparto si era specializzato in investigazioni sulla criminalit organizzata e il terrorismo. Il Comando generale offr al colonnello l'opportunit di disporre delle menti pi brillanti tra i giovani detective usciti dalle accademie militari. E in breve il Raggruppamento era diventato un vero riferimento di eccellenza, per magistrati e procure generali.
Nel giro di qualche ora, il colonnello Landi raggiunse il giudice Battaglia nel suo ufficio al tribunale. In quei giorni convulsi il magistrato aveva fatto sistemare una poltrona-letto nel vestibolo accanto allo studio e spesso - invece di tornare a casa, stremato dalle lunghe ore di veglia notturna - la utilizzava per concedersi qualche ora di sonno.
Quando s'incontrarono, il giudice aveva la barba lunga, l'aria trasandata di chi  lontano da casa da un po'.
Allora colonnello, cos' questa storia della Milizia?, gli domand il magistrato, facendolo accomodare nell'ufficio.
Fino a oggi non siamo riusciti a identificare questo gruppo di estremisti, rispose l'ufficiale. La prima rivendicazione avvenne in occasione della strage dei tre carabinieri di due anni fa. L'azione terroristica fu rivendicata dalla Milizia, ma  sempre stata giudicata inattendibile perch fu comunicata dopo che i giornali pubblicarono la notizia.  tornato a parlarcene in questi giorni Sergio Barbarino, un pentito di Enna. Si  deciso a rompere il suo patto di omert con la mafia perch dice di essere stato abbandonato da Saro Rano. Il boss gli aveva chiesto di ammazzare all'Ucciardone un certo Vincenzo Arena di Ciaculli. Un picciotto che aveva avuto il coraggio di criticare il boss perch non aveva sostenuto economicamente la sua famiglia, mentre era in carcere. Barbarino lo aveva fatto fuori nel vano delle docce, con un altro paio di complici, fingendo una rissa. Ma quello stesso pomeriggio Rano aveva fatto ammazzare in un bosco anche il fratello di Arena. Abbiamo capito cos che quello di Vincenzo Arena era un omicidio premeditato e non una lite mortale tra carcerati. Anche Barbarino ha compreso di essere stato usato dal suo boss e per questo ha deciso di voltargli le spalle e di collaborare con la polizia.
Lo avete interrogato?, lo incalz Battaglia.
Ci ha detto che ha presenziato a un incontro in provincia di Enna tra i boss corleonesi e quelli delle province siciliane.  in quest'occasione che ha sentito parlare della Milizia.
Voglio incontrarmi con lui.
 stato inserito in un programma di protezione. Si trova in un nostro rifugio.
Mi ci porti, per favore. Il giudice Battaglia sapeva di dover lottare contro il tempo. Quando iniziava a seguire una pista, voleva subito arrivare fino in fondo. E soprattutto adesso.
Il colonnello organizz l'incontro per quello stesso pomeriggio. Sergio Barbarino era nascosto in uno degli appartamenti sotto copertura di propriet dei carabinieri, in un quartiere residenziale a nord di Palermo, dove i palazzoni del centro lasciano spazio a edifici pi eleganti, alti non pi di quattro piani.
In un grande appartamento, ma arredato con mobili dozzinali, viveva nascosto ormai da pi di un mese il nuovo pentito, insieme a tre carabinieri.
Non appena Paolo Battaglia gli disse come si chiamava, not un impercettibile segno d'insofferenza nel volto del giovane mafioso. Un fatto che lo incurios.
Ci siamo mai visti, noi due?, gli domand diretto Battaglia.
No, signor giudice.  la prima volta che c'incontriamo, rispose con rispetto il picciotto.
Per sai chi sono?
S, ho sentito parlare di lei.
In quale occasione?, Battaglia ormai non utilizzava pi alcuna strategia con i testimoni. Saltava le schermaglie dialettiche per affrontare direttamente il problema.
Capobianco, un boss di Bagheria, ha partecipato al vertice in cui Saro Rano ha deciso la strategia di attacco contro lo Stato. Tutto quello che so, me lo ha confidato lui. Io non c'ero personalmente all'incontro. Per mi ha detto che il prossimo della lista sarebbe stato lei, signor giudice.
Il magistrato attut il colpo come se non stesse parlando di lui. Con eccezionale sangue freddo, si rivolse al colonnello: Avete rintracciato questo Capobianco?.
L'ufficiale con aria desolata rispose: S. lo abbiamo trovato... morto ammazzato in casa della sorella. Ipotizziamo che sia stata una vendetta di Saro Rano per essersi confidato con lui, aggiunse indicando il giovane mafioso.
Cosa ti ha detto di quella riunione?, torn a domandargli Battaglia.
Hanno parlato a lungo delle indagini del giudice Pellegrino... e di lei, dottore, concluse con sguardo a terra.
Coraggio, non ti far strappare le parole di bocca. Cosa ti ha raccontato di quel vertice?, esclam spazientito il magistrato.
Saro disse che dovevate essere eliminati. E che bisognava fare un po' di confusione. Che bisognava fare la guerra per poi ottenere la pace. Una guerra con vere e proprie azioni terroristiche. La Milizia doveva servire a creare confusione nelle forze dell'ordine per allentare la morsa su Cosa Nostra. Spieg che la Milizia Armata era una sigla che veniva usata all'occorrenza dai servizi segreti del controspionaggio militare quando c'era bisogno di coprire operazioni di disinformazione o azioni al di fuori dalla legge. Non era una vera e propria struttura militare, ma operavano con i metodi di alcune frange dei sistemi di sicurezza.
Ti ha detto chi erano i presenti?, continu Battaglia.
Alcuni non li conosceva, rispose il pentito. Ma c'erano imprenditori del nord e alcuni massoni. I nomi per non me li ha detti.
Sull'attentato al giudice Pellegrino che ti hanno raccontato?
Hanno discusso a lungo. Prima volevano farlo fuori a Roma, poi hanno deciso per la Sicilia e di farlo in modo esemplare. L'uomo dei servizi segreti ha suggerito di utilizzare mezza tonnellata di esplosivo che gli avrebbe procurato lui in uno dei depositi nel Kossovo.
Le rivelazioni del pentito erano clamorose. Quello che i due giudici antimafia avevano sempre pensato - al fianco di Cosa Nostra si muovevano misteriosi personaggi delle istituzioni, della massoneria e dei servizi segreti - trovava ora una prima, incredibile conferma.
Con quei nuovi elementi d'indagine Paolo Battaglia cap che non poteva pi ragionare con il vecchio schema: la mafia uccide, lotta alla mafia. Adesso, con la certezza che si era insinuata una variabile del tutto nuova nello schema strategico della Cupola, doveva scandagliare altre piste, anche pi pericolose, che stavolta lo avrebbero portato direttamente all'interno delle stanze del potere istituzionale eversivo. Non solo mafia, dunque. Il braccio di ferro, che Giovanni e lui avevano intrapreso da decenni contro Cosa Nostra, non giustificava la decisione di disfarsi di loro in modo tanto eclatante. Sicuramente l'amico Giovanni, nelle sue investigazioni, doveva aver toccato qualche nervo scoperto e per questo aveva pagato con la vita.
Il giudice Battaglia decise allora di ripercorrere le ultime indagini dell'amico. Forse avrebbe trovato il capo di quell'intricata matassa, ma soprattutto il motivo di quell'improvviso salto di qualit da parte della mafia nella sua storica lotta contro lo Stato.

2. La morte al citofono.

Ripercorrendo gli appuntamenti delle ultime settimane di Giovanni Pellegrino, il giudice Battaglia scopr che l'amico aveva abbandonato la pista dei traffici internazionali di droga, per dedicarsi ai grandi appalti. In un faldone comparivano i nomi delle aziende pi importanti su scala nazionale. Ne spiccava una su tutte, una SPA legata alla holding del Gruppo Areni, anche questa impegnata, per conto di un noto istituto pubblico, nella costruzione della linea ad Alta Velocit. Il faldone gli fece scoprire tutta una serie di verbali d'interrogatorio a imprenditori e semplici direttori dei lavori.
Quello degli appalti era un nuovo filone d'indagine e Giovanni Pellegrino gli aveva dedicato gran parte delle ultime settimane della sua vita. Paolo Battaglia ebbe come la sensazione che il collega avesse trovato una nuova chiave di lettura nella strategia mafiosa.
Chiese ai colleghi e agli investigatori di polizia e carabinieri se avessero informazioni su quelle indagini sui grandi appalti pubblici. Ma qualcuno and a riferire a chi non avrebbe dovuto sapere del suo interessamento...
Poco dopo una telefonata raggiunse Giovanni Bova e gli ordin di eseguire l'operazione per la domenica successiva, tanto Paolo Battaglia non saltava un giorno di festa per andare a far visita all'anziana madre.

Palermo, 19 luglio 1992.

Bova sapeva perfettamente cosa doveva fare. Era soltanto in attesa dell'ordine. Organizz il trasporto dell'esplosivo con una Uno blu, parcheggiandola davanti all'abitazione della madre del giudice. Poi, nella stessa notte del sabato, torn con un artificiere che Saro Rano gli aveva presentato qualche giorno prima. L'uomo, un biondino elegante, in giacca e cravatta, spieg a Bova che era un tecnico altamente specializzato in inneschi e detonatori.
Giovanni Bova aiut lo specialista dei servizi segreti a svitare il pannello dei citofoni, poi lasci al tecnico il lavoro pi delicato. Il biondino colleg il pulsante, corrispondente all'interno della casa materna del giudice Battaglia, con una minuscola e sofisticata trasmittente. Una volta premuto, il pulsante, si sarebbe attivata inviando un segnale alla centralina del detonatore nella Uno parcheggiata proprio di fronte ai citofoni. Per evitare fatalit impreviste, l'uomo aveva inserito in precedenza sullo stesso detonatore un tampone di sicurezza. Per attivarlo era necessario eliminare il tampone, cosa che avrebbe fatto servendosi di un telecomando lo stesso Bova, pochi minuti prima dell'arrivo della scorta.
Quella domenica Paolo Battaglia pranz insieme ai due figli e alla moglie. Parlarono delle prossime vacanze. Non sapevano ancora dove andare. La figlia ricord al padre la promessa che aveva fatto alla mamma di un viaggio a Parigi. Ma il giudice continuava a perdersi dietro i suoi pensieri e i discorsi tornavano inevitabilmente all'attentato all'amico Pellegrino. Di rado il procuratore parlava con i familiari delle sue inchieste, ma da giorni tutti gli schemi mentali erano saltati. Non c'era pi tempo per le buone maniere. Quello che c'era da dire, andava detto. Ora o mai pi.
Il resto del pranzo fu consumato in silenzio.
Il giudice vide in televisione parte di una gara ciclistica. Poi, sfinito dalla carica emotiva delle settimane precedenti, dorm per un paio d'ore. Quando si ridest, chiam la madre, annunciandole che sarebbe arrivato dopo pochi minuti.
La telefonata, per, fu intercettata e la squadra addetta al controllo dell'operazione si attiv immediatamente. Giovanni Bova si rec nel giardinetto prospiciente il portone. Non appena avesse udito la sirena della scorta, avrebbe disinnescato il tampone di sicurezza del detonatore.
Bova la sent avvicinarsi e subito azion il telecomando. Da quel momento il dispositivo di accensione era attivo. Si allontan dal nascondiglio, sal sull'auto e torn dai suoi, in tempo per assistere al variet pomeridiano della Cuccarini, la sua soubrette preferita.
Le due macchine blindate della scorta arrivarono a sirene spiegate. Paolo Battaglia le fece spengere soltanto quando entrarono nel viale che portava all'abitazione della madre. Erano le cinque di un caldo pomeriggio d'estate. Molti palermitani erano ancora al mare e chi non c'era voluto andare, era rintanato nel fresco degli appartamenti con ventilatori e condizionatori al massimo.
I cinque poliziotti della scorta scesero per accertarsi che intorno non ci fossero persone sospette. Il capo scorta si lament per la piazzetta piena di auto parcheggiate. Era stata diffusa una circolare comunale che proibiva la sosta delle macchine davanti alle abitazioni dei magistrati e dei loro familiari. Perch quella disposizione non era stata rispettata?
Paolo Battaglia scese dalla vettura di scorta, accendendosi una nuova sigaretta, mentre il suo autista effettuava una manovra per girare la macchina, cos da non perdere tempo all'uscita.
Paolo Battaglia tir una boccata e s'avvicin al cancello, passando tra gli uomini della scorta che, pistole e mitra in pugno, dovevano proteggerlo. Guard in alto per vedere se la madre si fosse affacciata. Quasi sempre, l'anziana donna, quando sentiva le sirene avvicinarsi, si sporgeva dal balcone per godere lo spettacolo di quel figlio cos importante. Ma questa volta non la vide.
Con l'indice scivol velocemente sulla rastrelliera dei pulsanti del citofono, fermandosi su quello dove c'era scritto Rosaria Battaglia. Lo premette con decisione, due volte: una vecchia abitudine di famiglia, un segnale convenuto per annunciarsi...
La deflagrazione si sent in tutta la citt. Una colonna di denso fumo nero s'alz verso il cielo, sovrastando il quartiere. I palazzi intorno alla strada furono lesionati fino all'undicesimo piano. Il motore della Uno piomb su un terrazzino al quinto piano, e una cinquantina di autovetture furono danneggiate. Parabrezza sfondati, portiere divelte, serbatoi della benzina esplosi e i copertoni bruciati. Una puzza di gasolio, gomma liquefatta e polvere nera rendeva l'aria irrespirabile. Una ventina di persone restarono ferite pi o meno gravemente, mentre il giudice Paolo Battaglia e i suoi cinque uomini della scorta vennero orrendamente dilaniati nella deflagrazione. Per un'intera settimana gli uomini della Scientifica continuarono a raccogliere resti umani sull'asfalto e sulle pareti dei palazzi limitrofi.
Nelle ore successive segu una confusione che nessuno riusc a dominare. Il luogo dell'eccidio venne invaso da una gran quantit di cittadini accorsi per curiosit o semplicemente per capire cosa stesse accadendo. I vigili del fuoco, accorsi con le autobotti, spensero gli incendi delle auto. Una ragnatela di tubi di gomma s'intrecciava sulla strada colpita dalle menti assassine. Poliziotti e carabinieri vagavano tra gli scheletri delle macchine senza sapere bene cosa cercare e cosa fare. Qualcuno si avvicin alla vettura del giudice e afferr la borsa di Paolo Battaglia, portandola via. Qualche ora dopo fu ritrovata da un ispettore della polizia, sempre nell'auto del magistrato. Ma all'interno non c'erano pi le carte e soprattutto la sua preziosa agendina.

3. Sei bare d'estate.

Uno scroscio di applausi salut le sei bare schierate nell'atrio del Palazzo di giustizia. I sei nuovi martiri erano l, sotto gli occhi dei loro concittadini. Soltanto i nomi e i simboli del loro impegno stavano a ricordarli: una toga nera con il tocco, sulla prima, e poi via via i berretti e le sciabole con le insegne della polizia per le altre cinque. Una gran massa di gente sfil sin dalle prime ore della mattina per rendere loro omaggio, ma soprattutto per gridare forte ai mandanti della strage che la popolazione era con i propri eroi e non con gli assassini. Non c'erano politici, non c'erano amministratori pubblici, ma soltanto magistrati e agenti di polizia in borghese. Gli equipaggi delle scorte erano arrivati in massa, tutti a portare un fiore sulle bare dei loro colleghi. Erano sovrastati da un cartellone con la scritta: Per vincere dovete ucciderci tutti.
Una donna stringeva al petto una toga nera: era la moglie di Paolo Battaglia, circondata e protetta dagli agenti di scorta. A tutti ripeteva che il giorno dopo avrebbe disertato i funerali di Stato: chi lo aveva abbandonato a se stesso non avrebbe avuto la soddisfazione ipocrita di salutarlo e di farsi bello con il suo sacrificio.
La folla ebbe uno sbandamento. I cronisti, con telecamere, microfoni e taccuini si affrettarono a circondare l'anziana figura di un uomo piegato in due dagli anni e dalle sciagure. Era il magistrato fiorentino Antonino Condorelli, il fondatore e coordinatore del pool dell'antimafia. Con voce esile dichiar: La mafia ha vinto.  riuscita ad annientare tutti gli sforzi fatti da tanti valenti giudici in questi ultimi anni. Dopo l'eccidio del giudice Pellegrino, della moglie e della scorta, Cosa Nostra ha voluto ancora una volta spezzare la spontanea rivolta morale dei siciliani e di tutti gli italiani onesti. Ha voluto annullare la memoria storica, la tensione morale e quel bagaglio di conoscenze, bene prezioso del pool. Ci sono troppi farisei a Palermo, troppi amici dell'ultima ora. Li ho visti tutti due mesi fa al funerale del povero Giovanni e li rivedo oggi qui, mischiati tra noi. Non mi va pi di vedere certe facce. Non volevo venire, ma poi ho pensato alla moglie di Paolo, ai suoi bambini, ai familiari di quei poveri cinque poliziotti e ho deciso che per loro sarei venuto.

Palermo, 21 luglio 1992.

Quel marted, tutta Palermo si era data appuntamento alla cattedrale per presenziare ai funerali di Stato. Decine di migliaia di persone esasperate, disilluse, stanche di dover subire attentati terroristici di quella portata. C'erano i condmini della strada dov'era avvenuto l'eccidio, molti dei quali avevano perduto l'abitabilit delle proprie case. C'erano i familiari delle vittime della mafia e quelli degli agenti morti in servizio. Tutti volevano entrare in chiesa, ma ordini prefettizi l'avevano blindata per motivi di sicurezza. Lo scopo era quello di evitare il contatto tra i pi scalmanati e i rappresentanti della politica.
Per l'occasione erano stato schierato intorno alla cattedrale un cordone impenetrabile di quattromila tra poliziotti e carabinieri, con la precisa disposizione di non far filtrare nessun estraneo alla cerimonia, comprendendo tra questi anche gli agenti delle scorte.
La gente era furiosa per quell'esclusione. Si sentiva tradita dai propri rappresentanti, e fuori si levarono cori di protesta e scoppiarono tumulti. Volarono sputi e schiaffi. Lo stesso cardinale entr protetto da un cordone di agenti e preti che lo scortarono fin dietro l'altare maggiore.
Gli addetti al servizio d'ordine bloccarono persino il sindaco, che per riusc a farsi riconoscere e a entrare.
La moglie del giudice ucciso aveva rifiutato i funerali ufficiali e aveva sotterrato l'amato marito nel corso di una cerimonia privata, senza la presenza di alcun rappresentante delle istituzioni. Alla fine, per, aveva voluto essere vicina ai familiari dei poliziotti uccisi nell'agguato e, insieme ai figli, si era presentata alla cattedrale scortata dagli amici intimi di Paolo. Dritta, segnata da due notti insonni, al braccio dei figli, attravers il portale, nell'esatto momento in cui un esiguo gruppo di agenti delle scorte veniva ricacciato fuori da altri poliziotti.
Una scena surreale, una tragedia in stile mafioso, dove lo Stato si ergeva a protettore, cacciando coloro che invece doveva proteggere. La confusione era totale, eppure non si era ancora arrivati al culmine.
La vedova di Battaglia fu schiacciata tra chi spingeva per entrare e il flusso degli agenti che venivano spinti per farli uscire. Gli agenti delle scorte, incrociandola, la riconobbero e gridarono: La moglie di Paolo Battaglia!, per attirare l'attenzione dei colleghi e riunirsi intorno a lei.
La vedova rispose all'invocazione: Ce l'hanno ammazzato!, esclam a sua volta, stringendo alleanza con loro.
La giovane figlia, per, la richiam all'ordine: Mamma, non fare cos....
La bara di uno dei cinque caduti racchiudeva le spoglie di una poliziotta. Era l'agente pi giovane caduto in servizio di scorta, un ben triste primato. La sorella piangeva senza ritegno, aggrappata alla bara di mogano. Un collega della defunta gli sussurr in un orecchio, con tono deciso, per sovrastare la confusione che regnava nella chiesa: Non piangere. Non diamo soddisfazione a questi assassini. Ricordati che sei nata in Sardegna.
Tra le navate si fece largo una delle vedove dell'eccidio dell'autostrada. Una giovanissima sposa che non si era ancora rassegnata alla morte violenta del marito. La donna - fiera, come sanno esserlo soltanto le donne siciliane - riusc a scavalcare gruppi di persone, evit gli addetti alla sicurezza che, riconoscendola, non ebbero il coraggio di fermarla e arriv davanti a un imbarazzatissimo cardinale. La donna lo afferr per le spalle, come per abbracciarlo, in realt lo scosse con rabbia gridandogli: Glielo devi dire che si devono pentire. Altrimenti li aspetta l'inferno. O glielo dici tu o ci penso io a dirglielo. Io non dimentico!.
Quel giorno le donne della Sicilia dimostrarono forza d'animo, carattere e fredda risolutezza che eminenti uomini delle istituzioni neppure si sognavano di possedere.
Nel frattempo, stavano affluendo in chiesa le pi alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, il capo del Governo, quello della polizia e altri ministri, protetti da un cordone di uomini vestiti di blu, gli uomini della Digos.
Fu come gettare un phon in una vasca da bagno. La folla ondeggi, come se tutti volessero mettere le mani addosso a quegli uomini. S'alzarono grida cadenzate: Fuori la mafia dallo Stato!.
La massa continuava a inveire e a urlare contro i rappresentanti politici. All'esterno, i palermitani ruppero i cordoni dei quattromila agenti e come un fiume in piena dilagarono per ogni dove, tentando d'infiltrarsi nella cattedrale, mentre altre urla s'intrecciavano con quelle gi ascoltate: Sciacalli! Assassini!.
Poi l'omelia del cardinale per un po' plac gli animi. Ma erano ormai parole gi dette, gi sentite. La gente pretendeva ben altro che frasi consolatorie.
Infine gli amici e i colleghi dei martiri s'impossessarono delle cinque bare e non permisero a nessuno di metterci le mani sopra. Quelli delle scorte si riconoscevano a occhio nudo perch erano tutti dei serpico: capelli lunghi, jeans e t-shirt, gente decisa a tutto e leale fino al midollo. Le sollevarono sulle loro teste e sfilarono nella cattedrale per mostrarle e riportarle sotto il limpido cielo cittadino.
Il popolo palermitano applaud quei poveri ragazzi che avevano sacrificato le loro giovani vite per un ideale di libert, di giustizia e di democrazia.

4. Palermo come Beirut.

Palermo, 25 luglio 1992.

Alle prime ore dell'alba, il possente rombo delle turboeliche Rolls-Royce dei C-130 Hercules della 46 Brigata Aerea, provenienti da Pisa, fecero vibrare i vetri dell'aerostazione di Punta Raisi. I rari addetti ai servizi interruppero le loro incombenze e si avvicinarono ai finestroni per capire che razza di velivoli stessero atterrando.
Erano quattro giganteschi aerei da trasporto. In perfetta sincronia, dopo un'ampia virata, scesero allineandosi alla pista principale, uno dopo l'altro.
Dal buio dei portelloni posteriori sbucarono trecento paracadutisti della Brigata Folgore in mimetica da deserto, con giubbotto anti-proiettile, in testa l'elmetto in kevlar e tra le mani il fucile d'assalto Beretta BM-59.
Qualche ora dopo altri settecento Baschi Rossi sbarcarono dai C-130 e dai G-222 della 46 Brigata Aerea di Pisa andando a unirsi ai loro colleghi che si erano gi acquartierati alla caserma di corso Calatafimi.
I mille paracadutisti sfilarono per le strade sotto lo sguardo incuriosito e sospettoso dei palermitani che, quando dai giornali e dalla televisione furono informati delle motivazioni della loro presenza, cominciarono ad applaudirli, a offrirgli fiori e limonate ghiacciate per contrastare il caldo soffocante di quella tragica estate.
Inizi cos l'Operazione Beati Paoli: la prima, autentica, efficace risposta dello Stato alla violenta provocazione voluta dai corleonesi. Il governo decise d'inviare in Sicilia settemila soldati per sostituire i poliziotti e gli inquirenti nella routine dei servizi di sicurezza, lasciandoli cos liberi di dedicarsi a tempo pieno alle operazioni di investigazione e di ricerca dei latitanti.
Nei giorni seguenti la prima fase dell'operazione si chiuse con l'arrivo a Palermo e in alcune altre citt isolane di duecento ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa della Brigata meccanizzata Friuli.
Mentre era in corso lo schieramento delle truppe nelle varie citt dell'isola, tutti i detenuti appartenenti alle cosche mafiose, che si trovavano ristretti all'Ucciardone, una mattina all'alba furono svegliati dai militari e, senza alcun preavviso, dovettero raccogliere i loro effetti personali per un trasferimento. A nulla valsero le loro proteste, e ogni tentativo di rivolta fu stroncato nettamente da parte dei soldati: questi, infatti, non temevano ritorsioni perch erano sconosciuti ai mafiosi.
A gruppi di sei i detenuti furono ammanettati e trasportati con i furgoni cellulari all'aeroporto di Punta Raisi. Qui li aspettavano tre possenti G-222 dell'Aeronautica Militare con i portelloni posteriori aperti e i motori al minimo dei giri, pronti al decollo. Presero posto nella carlinga e furono trasportati fino a Pisa, dove erano in loro attesa alcuni Chinook del 26 Reparto elicotteri operazioni speciali. I mafiosi furono fatti salire sugli elicotteri e vennero trasferiti nei penitenziari di massima sicurezza di Marina del Tronto, nelle Marche, e dell'isola di Pianosa, nell'arcipelago toscano.
A questo punto pot scattare la seconda fase dell'operazione: riprendere il controllo dei grandi centri urbani.
I militari iniziarono cos a pattugliare gli angoli dei quartieri pi a rischio, mantenendo l'ordine davanti agli obiettivi sensibili, come il tribunale, la questura, la prefettura. A pattugliare le strade principali delle cittadine, come per riaffermare la presenza delle istituzioni. I soldati dovevano essere un deterrente, un monito per i criminali e un conforto per i cittadini onesti che, forse per la prima volta, percepirono di non essere stati abbandonati dal governo centrale.
Con il passare dei giorni i boss, che fino a quel momento se ne andavano in giro impunemente per le strade delle citt, cominciarono a sentire la pressione di quell'invasione. Il pattugliamento costante, i posti di blocco, il controllo dei documenti, le improvvise perquisizioni nelle abitazioni sospette, i rastrellamenti nei quartieri e nelle campagne ridussero fortemente i movimenti dei criminali. Braccati dai soldati, i mafiosi dovevano sentire di aver perso la loro impunit, mentre la cittadinanza doveva riacquistare fiducia nelle istituzioni.
Da parte sua, il Parlamento approv una serie di misure d'emergenza per le quali i due magistrati uccisi si erano battuti. La misura cautelare pi rilevante, ai fini della repressione mafiosa, fu l'istituzione nell'ordinamento penitenziario dell'articolo 41 bis, con il quale s'instaurava un regime di grande rigore per i detenuti condannati per reati di criminalit organizzata, come mafia e terrorismo.
Il pacchetto delle leggi garantiva inoltre alla polizia maggiori poteri nell'effettuare perquisizioni domiciliari senza mandato, nell'intercettazione delle telefonate private, nello spionaggio ambientale, nell'infiltrazione di uomini sotto copertura all'interno delle cosche. Furono previste severe pene per i politici sorpresi a comprare voti dalle famiglie mafiose. Furono poi istituite la DIA, la Direzione Investigativa Antimafia, e la figura di un super procuratore con il compito di coordinare i ventisei uffici preposti nelle varie citt a combattere il fenomeno della Cupola. Istituto che il giudice Giovanni Pellegrino aveva pi volte suggerito ai politici, ma che nessuno mai aveva voluto sottoscrivere.
La risposta dello Stato all'arrogante provocazione della mafia fu finalmente concreta. Le due stragi avevano scosso perfino gli animi dei pi scettici. Nei giorni dell'operazione le attivit criminali, com'era logico aspettarsi, diminuirono drasticamente, in particolar modo il micro-crimine. Ma tutti sapevano che non poteva bastare per eliminare definitivamente il fenomeno mafioso dalla Sicilia.

Malgrado i militari avessero invaso Palermo, Saro Rano si sentiva sempre pi intoccabile. Sapeva di essere uscito vincente nel braccio di ferro con le vecchie istituzioni, quelle che lo avevano tradito e abbandonato al suo destino, credendo che per lui fosse ormai arrivata l'ora di intonare il requiem. Ma Saro, nel suo splendido isolamento, si sentiva l'ultimo dei Padrini, il monarca assoluto che poteva disporre di vita o di morte su tutti i suoi sudditi.
Questa certezza gli derivava anche dalle nuove alleanze che stava intrecciando. Se i nuovi amici del nord non lo tradivano, per lui poteva prospettarsi un regno davvero lunghissimo. Fino a quel momento lo avevano protetto. La soffiata che il giudice Paolo Battaglia stava per imboccare la pista che lo stesso Giovanni Pellegrino aveva scoperto era stata decisiva per disfarsi della sua presenza su questa Terra. Forse non si aspettavano una reazione da parte dello Stato cos risoluta, ma erano effetti collaterali che avrebbero avuto breve durata, come ogni cosa in Italia. Dopo un po' di polverone, tutto sarebbe rientrato nella norma.
Con i suoi antichi referenti istituzionali, per, Rano non aveva ancora finito. Uno di questi era Ignazio Grasso, il ricco esattore siciliano che non lo aveva difeso con i politici dei palazzi romani. Saro voleva servirsene per mandare un messaggio forte ai nuovi amici imprenditori. Voleva far capire loro che, per quello che lo riguardava, le antiche alleanze erano ormai dissolte, e ne iniziavano di nuove. Loro potevano contare su di lui e la forza della sua organizzazione. Ma dovevano capire anche che, se volevano essere suoi alleati, le regole per chi sbagliava o tradiva erano severissime. E per dire tutto ci con un solo colpo di pistola, un giorno chiam Giovanni Bova, il suo killer di fiducia, dandogli l'incarico di sistemare per sempre l'esattore infedele.

5. Il grande architetto.

Non tutti i boss vedevano con favore la folle strategia del corleonese. Tra questi, c'erano Vito Pergolizzi e Antonino Cascio, il primo ex sindaco di Palermo e originario di Corleone come Saro e il secondo uno dei capidecina di Altomonte.
I due s'incontrarono con Piddu 'u Tignusu, antico amico di sangue del Rano, che per da qualche tempo aveva deciso di non seguirlo pi nelle sue insensate imprese.
Ma chi sono i suoi nuovi amici del nord? Chi gli ha messo in testa queste minchiate?, domand Antonino Cascio all'ex sindaco.
I tre, con la scusa di una battuta di caccia, si erano incontrati nel bosco di pizzo Cervo, lontano dagli occhi e dalle orecchie del capoluogo.
Uno di loro  palermitano, ma ha studiato a Milano, rispose Vito Pergolizzi, che sembrava il pi informato di tutti, avendo frequentato per anni i salotti politici romani. Sono importanti imprenditori, palazzinari. Rappresentano interessi politici ed economici di altissimo livello.
Il palazzinaro ha il fascino di un serpente, lo interruppe Piddu. Lo ha convinto a unirsi a loro. Io li ho conosciuti e mi sembrano due tipi loschi. Fanno come il Gatto e la Volpe: vanno in giro a cercare allocchi da abbindolare. Quand'erano a corto di soldi, li hanno chiesti a Saro e lui gli ha dato una mano. Non sanno quello che rischiano, se pensano di non restituirglieli pi.
Fatto sta, comment Antonino Cascio, che quella seconda strage poteva anche risparmiarsela, Rano.  stata un disastro per noi. Il governo si  precipitato ad approvare il 41 bis. Prima di quell'ennesima prova di forza, al Parlamento non c'era ancora la maggioranza. E poi, non interpella pi nessuno quando decide tragedie di quello spessore. Anche stavolta ha fatto tutto di testa sua. Gli altri capi mandamento ce l'hanno a morte con lui. Non  cos che ci si comporta. Le regole vanno rispettate.
Lo ha convinto il palazzinaro. Lo chiamano il Grande architetto, spieg il ben informato Vito Pergolizzi, ma sembra che non sia neppure laureato.  lui che gli ha messo nella testa tutte quelle minchiate.
Se non decidiamo di fermarlo, sentenzi Antonino Cascio, quello ci porta tutti al 41 bis.
I fatti sono pi complessi di quello che sembrano, insinu ambiguamente 'u Tignusu.
Piddu, tu sai cose che noi non sappiamo?, domand Antonino Cascio.
Forse Vito sa qualcosa anche lui, non  vero?, chiese 'u Tignusu all'ex sindaco.
In effetti qualche voce mi  arrivata all'orecchio..., fece, anche lui misterioso.
Ma insomma, si pu sapere di cosa state parlando? Di, Piddu, mi sembri bene informato!, annunci perentorio Cascio.
Sta ritornando in ballo il separatismo, svel alla fine 'u Tignusu. E non lo vogliamo soltanto noi siciliani: l'idea parte dal nord, dal Veneto. C' di mezzo la massoneria e importanti imprenditori appoggiati dai servizi segreti. Vogliono dividere l'Italia in tre grandi macroregioni. A nord si stanno formando una miriade di gruppi. Ormai i vecchi partiti non hanno pi ragione di esistere. DC e PC hanno fatto il loro tempo, sono destinati a scomparire. Al loro posto ce ne saranno altri fondati da forze nuove. A Saro Rano hanno promesso la sopravvivenza di Cosa Nostra e la revisione del maxiprocesso. In cambio, per, dovr dare vita a una stagione di eventi clamorosi. Una serie di atti dinamitardi che spaventer la popolazione come durante gli anni della strategia della tensione. I servizi segreti forniranno l'esplosivo e gli attentati saranno rivendicati da un gruppo che in realt non esiste, la Milizia Armata.
Il sogno del bandito Giuliano si avvera, dunque. Avremo il separatismo, riflett enfaticamente Antonino Cascio.
Non si chiamer pi separatismo, ma federalismo,  questo l'obiettivo, concluse Piddu, lasciando gli amici frastornati da quelle sensazionali informazioni.
Ecco perch Saro  intoccabile, riflett Vito Pergolizzi.
No, Saro per quella gente  troppo inaffidabile.
Ma tu come conosci tutte queste trame?, insinu l'ex sindaco.
Vi debbo confessare che anch'io sono stato avvicinato da uno di loro. Mi ha spiegato la strategia. Sono costretti a servirsi di Saro perch in questo momento  troppo potente. Per mi ha fatto capire che, al momento opportuno, sarebbero anche disposti a pensare a un altro reggente.
Cio tu?, chiese maliziosamente Pergolizzi.
Questo lo hai detto te, sorrise subdolo Piddu.
La battuta di caccia si concluse senza aver sparato neppure a un passero. I tre scaricarono le loro doppiette contro i cartelli stradali e se ne tornarono alle loro case con la testa piena di dubbi e incertezze, ma anche di speranze.

Palermo, 17 settembre 1992.

Ignazio Grasso veniva considerato uno degli uomini pi ricchi dell'isola, da quando aveva ottenuto in gestione l'ente incaricato di raccogliere le tasse, nei primi anni del dopoguerra. La sua ricchezza era equivalente al suo potere, esercitato per decenni insieme al cugino Nino, con il benestare della corrente del Presidente. Avevano fatto affari con Cosa Nostra e brindato in pi di un'occasione con i boss della Cupola.
Le rivelazioni del pentito Buscemi lo avevano condotto alla sbarra del maxiprocesso e la giuria, riconoscendogli il concorso esterno per associazione mafiosa, lo aveva condannato a sei anni di reclusione, scontati fino all'ultimo giorno nelle confortevoli celle dell'Ucciardone.
Giovanni Bova, immerso nel buio di una notte senza luna, seduto sul pagliolo del piccolo gommone, ricordava gli incontri che aveva avuto con Nino e Ignazio Grasso, quando accompagnava Stefano Bont come guardaspalle. Due gran signori, due persone fidate. Se facevano una promessa, eri certo che l'avrebbero mantenuta. Al processo il pubblico ministero aveva detto che erano affiliati alla mafia. In realt, Giovanni sapeva che Ignazio non era mai stato punciutu, e neppure suo cugino. I due facevano affari con Cosa Nostra, e nient'altro.
Il mare quella sera era immobile come un laghetto alpino. Il gommone era spinto da un piccolo fuoribordo che manovrava Biasi, un pescatore di Cefal, affiliato alla sua famiglia. Nel buio, la costa era visibile grazie alle luci delle ville che s'affacciavano sul mare. Una, la pi lussuosa, apparteneva a Ignazio Grasso.
Giovanni Bova carezz nella tasca del giubbotto la sua fedele Beretta 93R. Amava quella pistola: non s'inceppava mai ed era in grado di sparare raffiche di tre proiettili alla volta. La R della sigla stava a indicare proprio questa sua specialit. In un paio di occasioni, quel volume di fuoco gli aveva salvato la vita.
Torn con la memoria all'incontro con Saro. Avevano discusso a lungo riguardo le modalit dell'eliminazione. L'occasione sarebbe stata la festa per la riconquistata libert di Ignazio. Uno degli ospiti gli aveva riferito che aveva invitato un bel po' di amici con le famiglie al seguito. Voleva riconciliarsi con la vita, ricominciare daccapo. Saro Rano aveva suggerito l'uso dell'esplosivo. Ma Giovanni gli aveva ricordato che non ne avevano pi a sufficienza per un botto risolutivo. Avrebbero dovuto chiederlo agli amici dei servizi segreti corrotti, ma forse quelli non volevano essere coinvolti nelle loro storie private. Inoltre, c'era il pericolo di ammazzare qualche bambino, se lo piazzavano in prossimit della villa. La risposta di Saro era stata disarmante: Che problema c'?, gli aveva detto stringendosi nelle spalle. Ne muoiono tanti di bambini a Sarajevo. Alla fine, per, gli aveva dato carta bianca. E Giovanni aveva preferito entrare in azione al termine della festa con la sua insostituibile Beretta.
La villa del potente esattore si trovava in localit Solanto e s'affacciava direttamente sulla spiaggia. Era dotata anche di un piccolo imbarcadero per motoscafi. Per questo aveva deciso di arrivare dal mare. Avrebbero avuto meno difficolt a penetrare nella propriet di Ignazio Grasso.
L'amico pescatore inquadr nel binocolo le due palme che caratterizzavano il giardino della villa. Vir la direzione del fuoribordo e si diresse perpendicolarmente verso la costa.
Era mezzanotte passata e, mano a mano che si avvicinavano alla riva, udivano lo sciabordare della risacca sulle rocce e le voci allegre degli amici del festeggiato.
Il marinaio spense il motore e prosegu a forza di remi, approdando qualche minuto dopo al minuscolo imbarcadero.
A rischiarare la zona c'erano soltanto le luci provenienti dalla villa e lo scintillio delle stelle. I due uomini vestiti di nero e il grigio del gommone erano invisibili nella penombra della scogliera. Giovanni Bova, con la Beretta in pugno e il kalashnikov a tracolla, si diresse verso la villa. Si ferm dietro un masso e si accucci cercando la posizione migliore che quel terreno roccioso potesse concedergli. Sper che l'attesa non dovesse essere troppo lunga. Aveva deciso di aspettare l'uscita dell'ultimo invitato, prima di entrare in azione. Non voleva innocenti sulla coscienza... Coscienza... per la prima volta si sorprese a pensare di averne una. Consider che, se la sua fosse stata un lenzuolo, non avrebbe coperto neppure il buco di un ragno.
Scacci quel pensiero e si concentr sulle luci della veranda che dava sulla spiaggia, dove vedeva uscire e rientrare gli eleganti amici del padrone di casa. Una leggera brezza proveniente dal mare lo fece rabbrividire. Aggiust il mitra dietro la schiena ed estrasse dalla tasca la semiautomatica. Dall'altra tasca prese il silenziatore e lo avvit lentamente alla canna della pistola. Alle sue spalle sent un improvviso ansimare. Pens di essere stato scoperto e gir lentamente la testa per scoprire il suo avversario... un dogo - bianco come la neve, occhi penetranti, bocca schifosa - lo fissava immobile, fermo sulle quattro zampe come una statua di marmo. Dalla gola saliva un flebile ringhio. Giovanni non mosse un muscolo, ebbe il sangue freddo di trattenere ogni emozione. Con una torsione innaturale del polso diresse lentamente la canna della Beretta verso l'animale e spar un solo colpo centrandolo al cuore, nell'attimo che stava per abbagliargli contro. Il dogo si pieg sulle zampe, e Bova scatt come una molla. Gli avvicin la canna della pistola al cranio e fece partire un secondo colpo. L'animale rest fulminato. La gente sulla veranda non si era accorta di nulla.
Giovanni torn ad accucciarsi al riparo del masso. Aveva i nervi tesi e faceva attenzione a ogni minimo rumore. Era stato un ingenuo a lasciarsi sorprendere in quel modo dal cane di Grasso.
Trascorse un'altra ora dietro il riparo improvvisato prima che gli ospiti cominciassero a salutare i padroni di casa, avviandosi alle auto.
Bova vide Ignazio e la moglie accompagnare gli ultimi amici al cancello automatico. Impugn la Beretta e usc dal nascondiglio correndo verso la villa. All'interno gli unici movimenti erano quelli delle due cameriere che stavano riordinando il salotto.
Raggiunse l'edificio e, rasentando il muro, si diresse verso la facciata principale. Si nascose all'ombra di una delle colonne di mattoni che sorreggevano la struttura del pergolato. Vide Grasso sul vialetto con la moglie che tornavano verso la villa: si stava allentando il nodo della cravatta, mentre la moglie si toglieva le scarpe, continuando a camminare sull'erba a piedi nudi. Erano visibilmente soddisfatti per la bella serata trascorsa con i loro ospiti.
Quando arrivarono in prossimit del patio, Giovanni Bova usc dall'ombra e, puntandogli contro la pistola, lo chiam: Ignazio Grasso!.
Il pi famoso esattore siciliano non ebbe il tempo di avere paura: tre proiettili calibro 9 sparati a raffica gli spappolarono la testa.
Alla vista del marito a terra, sfigurato e sanguinante, la moglie url sgomenta e si precipit verso il portoncino della villa. Giovanni con calma mir alla testa della donna e con un solo colpo la centr facendola cadere in avanti.
Le due domestiche, alle sue grida, si affacciarono, spaventatissime, ma quando videro un uomo nero che impugnava una pistola ancora fumante e i loro padroni a terra, pensarono bene di ritirarsi dentro casa e di chiudere la porta con il paletto.
Giovanni si avvicin alla moglie di Grasso e la rigir per constatare che fosse morta. Dalla gola le usciva un flebile lamento. L'elegante vestito di seta, cadendo, le si era scomposto, scoprendo le gambe fino alle mutandine. Giovanni ammir le sue cosce e quel corpo ancora piacente, poi ricompose la gonna ricoprendola e si rialz da terra. Mir alla fronte e con un colpo fece cessare l'agonia della donna.

6. Una semplice domanda.

Piddu esce di mattina o di sera?, questa innocua domanda non faceva pensare a una minaccia di morte. Eppure, quando un fedele compagno aveva riferito a 'u Tignusu di averla sentita pronunciare da Saro Rano, lui cap che doveva cominciare a temere l'amico.
Non aveva mai fatto mistero a Saro di non approvare quella strategia stragista. Voler ammazzare tutta la gente che si metteva sulla loro strada non era il modo migliore per tenere a distanza lo Stato. Anzi, con quelle morti eccellenti, avevano costretto le istituzioni a prendere provvedimenti. E l'esempio pi lampante era stata l'operazione militare, quando l'isola era stata invasa di soldati.
Gran parte dei boss di Cosa Nostra la pensavano come Piddu e l'omicidio del pi ricco esattore siciliano - in un periodo in cui Palermo e le altre citt erano strette d'assedio dall'esercito - non era stato ben visto.
'U Tignusu aveva raccolto intorno a s un gruppo di boss moderati: Pietro Miccich di Santa Maria del Ges, Pino Mineo, ricercato dalla polizia, e suo grande amico, e Onofrio Carollo a capo del mandamento in cui era compresa Bagheria. Nell'organizzazione ce n'erano altri che non sopportavano pi la violenza di Rano, ma non osavano ribellarsi per non fare la fine di molti loro amici mafiosi.
E fu proprio Carollo a rivelargli i retroscena di quel modo testardo di agire. Tu lo conosci meglio di tutti noi, gli disse un giorno nell'abitazione di Piddu, poco fuori Palermo. Ma Saro non  uno stupido,  impulsivo, ma non scemunitu. Sono venuto a sapere che chi lo spinge a tenere questa condotta  un gruppo del nord. Sono personaggi importanti. Gli hanno fatto promesse, lo hanno convinto che se andranno loro al potere per Cosa Nostra sar tutta un'altra musica. Ecco il motivo di questo sconquasso politico. Stanno sgretolando la vecchia struttura dei partiti per nuove forze. E la nostra organizzazione far parte dell'apparato. Rano ci crede e fa come loro gli comandano. Ecco perch chiunque si mette contro di loro, viene eliminato senza rimorsi. Devi stare attento, Piddu. Saro non guarda pi in faccia a nessuno.
'U Tignusu pens che quello che gli aveva confidato Carollo cominciava a essere il segreto di Pulcinella. Ormai era seriamente preoccupato per la sua vita. Doveva scomparire per un po', ma prima doveva mettere in salvo la famiglia.

La caserma dei carabinieri di Corleone era un imponente edificio bianco che si trovava al centro della piazza centrale del paese, di fronte alla villa comunale. Una mattina d'autunno al giovane carabiniere di guardia all'entrata si present un uomo ben vestito, con una borsa di pelle, seguito da una donna con due ragazzi di sedici e nove anni.
L'uomo si present come l'avvocato Ardizzone di Palermo. Sono atteso dal capitano con la signora Isabella Chiaramonte.
Il carabiniere gli fece cenno di entrare: Il capitano ora non pu essere disturbato. Intanto potete accomodarvi nella sala d'attesa.
L'avvocato stent a mantenere la calma. Ma con voce tagliente gli ripet: Non mi sono spiegato. Il capitano non pu essere disturbato perch sta aspettando la signora Chiaramonte. Ci deve portare da lui im-me-dia-ta-men-te, scand quest'ultima parola sillaba per sillaba. I ragazzi sono i figli della signora e di Piddu 'u Tignusu.
Il carabiniere, appena sent quel nome, sbianc in viso e chiss perch scatt anche sull'attenti, neanche si trattasse di un suo superiore. Fece cenno di seguirlo e, pochi secondi dopo, l'avvocato, la donna e i due ragazzi erano seduti davanti alla scrivania del capitano della stazione di Corleone.
Isabella Chiaramonte era scomparsa dal mondo quindici anni prima, quando il suo primogenito non aveva ancora compiuto un anno. Da allora nessuno l'aveva pi vista, n sapeva dove si trovasse. Naturalmente polizia e carabinieri erano certi che stesse vivendo in latitanza con suo marito.
La camiciaia di Cinisi sin dagli anni Sessanta risultava proprietaria di beni immobili oltre a un feudo nelle campagne di Alcamo e alcune partecipazioni azionarie. Il suo patrimonio era valutato in centinaia di milioni: niente male per una sartina. Per questo era stata condannata per riciclaggio a tre anni. Non aveva scontato un solo giorno della pena perch la mattina in cui i carabinieri erano andati a casa per prelevarla aveva fatto perdere le sue tracce. La condanna per riciclaggio era stata poi commutata in favoreggiamento e, qualche mese prima della sua visita alla caserma dei carabinieri, era decaduto anche il mandato di cattura.
Il capitano di Corleone aveva di fronte la moglie di uno dei due latitanti pi ricercati d'Italia e non voleva lasciarsi sfuggire l'occasione per dare un inatteso slancio alla propria carriera. Cominci subito a interrogarla. Voleva sapere dove era stata per tutti quegli anni, se quel suo gesto era un segnale da parte di Piddu di volersi costituire.
Ma la donna - occhi celesti e una folta capigliatura castana violata dai primi fili bianchi della maturit - gli spieg che il suo povero compagno non c'entrava con quella sua decisione. E ogni volta che lo nominava, alzava gli occhi al cielo, come a chiedere la sua protezione.
Non ho conti aperti con la giustizia, concluse la siciliana. Mi sono decisa a tornare qui perch a Corleone ho una casa e la famiglia, e voglio che i miei figli crescano nei luoghi che hanno visto l'infanzia del loro padre.
Isabella Chiaramonte non disse altro. Non rispose alle successive mille domande del capitano che alla fine della mattinata, non potendola trattenere perch su di lei non pendeva alcuna accusa, fu costretto a rimandarla a casa. Prima che uscisse dall'ufficio, per, le fece un augurio: Spero che il padre dei suoi figli possa seguire il suo esempio e si consegni alla giustizia per tutto il male che ha fatto.
La donna si ferm e si gir: Piddu  un perseguitato, ribatt sdegnata. Sin da ragazzo gli hanno addebitato reati che non ha mai commesso. Questa  la vostra giustizia.
Nelle settimane successive gli investigatori dei carabinieri tentarono di dare una spiegazione logica alla decisione di Isabella di tornare a Corleone. Molti pensarono che l'avesse fatto perch il suo uomo era morto. Qualcuno ipotizz una trappola. Ma una scelta cos radicale, se Piddu era ancora in vita, non aveva alcuna logica razionale. Era impensabile che i due si fossero separati. 'U Tignusu era ricordato come un uomo molto attaccato alla famiglia, anche se lui e Isabella non si erano mai uniti nel vincolo del matrimonio. Per questo alla fine prevalse l'ipotesi che il mafioso fosse passato a miglior vita.
La donna si dimostr una roccia. Seppe crescere i suoi due figli secondo coscienza e i ragazzi non seguirono le orme del padre. Il primo si laure e il pi piccolo divenne dirigente all'estero.

7. Vogliamo trattare?.

L'ipotesi della morte di 'u Tignusu diede la certezza ai vertici dei carabinieri di Palermo che a comandare la Commissione fosse rimasto il solo Rano. Questa tesi era avvalorata dalle dichiarazioni di alcuni pentiti, che avevano confermato di non aver pi visto o sentito Piddu da diverse settimane. Inoltre dichiararono che prima i due boss si consultavano per ogni progetto e che da qualche tempo, invece, Saro prendeva da solo le sue decisioni.
Questa circostanza spinse il colonnello Mario Landi a cercare un contatto con lo stesso Rano per tentare una mediazione allo scopo di far cessare quei delitti destabilizzanti per l'ordine pubblico e la stessa democrazia. Per arrivare a Saro, pens di avvicinare Vito Pergolizzi, l'ex sindaco di Palermo, gi inquisito per associazione mafiosa e sospettato di avere contatti diretti con il boss di Corleone.
Tra gli uomini del colonnello ce n'era uno, il maresciallo Tommaso Pagano, che aveva il dono di saper imitare le voci e per questo gli amici lo chiamavano Fregoli. Il colonnello ebbe un'idea geniale. Gli fece ascoltare le registrazioni ambientali in cui si sentiva la voce di Giovanni Bova. Il maresciallo acquis la cadenza e i toni plebei del killer preferito di Saro Rano e una mattina, il colonnello e il suo diretto superiore, il capitano Luigi De Gregorio, lo fecero telefonare a casa di Vito Pergolizzi.
Vito sei tu? Puoi parlare? Sei solo?, domand accentuando la cadenza siciliana di Giovanni Bova.
L'ex sindaco rest interdetto dal tono della voce. Ma chi parla?, domand per sicurezza, pur avendo riconosciuto Bova.
Dai, scemunitu, sono io, Giovanni, il potere del vero Bova gli consentiva di potersi rivolgere cos anche a un uomo di rispetto come Pergolizzi.
Ma che vuoi? Lo sai che non mi devi chiamare a casa? Potrei avere il telefono sotto controllo, si lament l'ex sindaco.
Ci dobbiamo vedere. Domani al solito posto, alle dieci in punto.
Al solito posto!, ripet spazientito Pergolizzi. Ma dove? Conosco decine di soliti posti. Giovanni sapeva sparare, ma era proprio un testa di minchia, pens l'ex sindaco.
Al mercato del pesce. Al porto turistico, quello di Cala dei Normanni. All'una in punto, non mi fare aspettare e non parlare con nessuno del nostro appuntamento. Con nes-su-no!. Attacc senza dargli il tempo di ribattere.
Il colonnello e il capitano De Gregorio si congratularono con il maresciallo per la perfetta imitazione del killer e anche per l'interpretazione sicura e senza incertezze.
Vito Pergolizzi non ebbe il minimo dubbio nel ritenere che la voce al telefono fosse proprio quella di Giovanni Bova e il giorno dopo, poco prima dell'una, si rec a cala dei Normanni. Scese la rampa che portava al porticciolo e parcheggi la macchina in doppia fila.
Sotto il castello arabeggiante, alcuni avevano predisposto i loro banchetti e vendevano il pescato di quella mattina. Una piccola folla di uomini e donne di ogni ceto sociale si spostava da un banco all'altro dell'improvvisato mercatino. C'era chi cercava i pesci pi pregiati, altri che rovistavano sul fondo delle cassette alla ricerca di una frittura economica.
Vito Pergolizzi era arrivato con qualche minuto d'anticipo e si era avvicinato ai pescatori per curiosare tra i risultati della loro fatica. Era un grande buongustaio e magari se c'era qualche bella e pregiata preda, pens, ne avrebbe approfittato per portarsela a casa. Ma non trov n spigole, n dentici, n orate dall'aria appetitosa quella mattina.
Era intento a frugare con lo sguardo nelle cassette, quando un uomo con un maglione di lana a collo alto, che aveva vissuto stagioni migliori, gli si avvicin. Aveva la barba e i capelli lunghi. Lo tocc a un braccio per attirare la sua attenzione. Vito Pergolizzi pens fosse un barbone o uno di quei personaggi che girano nei mercati nella speranza di rimediare un'elemosina. Gli stava dicendo di non avere moneta, quando il barbuto lo anticip annunciandogli sottovoce: Giovanni ti aspetta in macchina.
Vito domand: Dove?.
Seguimi. Ci detto, si diresse verso la rampa di accesso al porto dov'erano parcheggiate le auto. L'ex sindaco lo segu allungando il passo per stargli dietro. L'uomo si ferm accanto a una macchina sportiva e apr la portiera posteriore. Vito Pergolizzi lo raggiunse e si sporse per vedere l'uomo che era al volante. Non riconobbe Giovanni Bova perch l'uomo era Fregoli e accanto a lui c'era seduto il capitano De Gregorio, anche lui vestito in modo dimesso. Pergolizzi s'insospett e disse: Ma dov' Giovanni?.
L'uomo con la barba rispose: Ci sta aspettando. Ma non posso dirti dove.
Prendendolo alla sprovvista, lo scaravent all'interno dell'auto, mentre Fregoli metteva in moto. Il brigadiere Lagan - vero nome dell'uomo con la barba e i capelli lunghi - richiuse la portiera e subito dopo immobilizz l'ex sindaco torcendogli il braccio dietro la schiena. Fu facile bloccarlo perch Pergolizzi non oppose resistenza, ma si lament per il dolore.
Il capitano disse al brigadiere: Non gli fare male.
Se te ne stai buono ti mollo il braccio, disse Diego Lagan a Pergolizzi. Per tutta risposta l'ex sindaco gli fece un cenno affermativo e finalmente il carabiniere lo lasci andare.
Ma che cazzo di modi, si lament Pergolizzi. Si pu sapere chi siete? Giovanni non c'entra niente, non  vero?.
Nessuno rispose alle sue domande. Il maresciallo diresse l'auto verso l'autostrada. Per tutto il tragitto i tre carabinieri rimasero in silenzio, mentre Vito Pergolizzi diventava sempre pi nervoso. Pens che lo stavano portando al luogo dell'esecuzione. Chi vi manda? Non pu essere Saro.  un mio compaesano, non pu fare quest'affronto ai corleonesi, riflett a voce alta, e neppure per un istante pens che i tre potessero essere poliziotti.
Dopo la galleria di Sferracavallo, Fregoli, alias il maresciallo Pagano, usc dall'autostrada e imbocc lo sterrato che correva parallelo. Pergolizzi pens seriamente che lo stessero portando a morire.
Tommaso Pagano entr in una galleria che passava sotto l'autostrada. Dalla parte opposta del sottopasso la carreggiata si restringeva diventando sempre pi impraticabile e cominci a inerpicarsi sul monte Castellaccio dove alcune cave di pietra avevano sfregiato i fianchi della montagna. Percorsero gli ultimi metri in prima, con il motore che ululava per lo sforzo. Parcheggiarono in uno spiazzo e fecero scendere Pergolizzi.
L'ex sindaco di Palermo pens di essere al capolinea. Il suo vestito di alta sartoria stonava in quell'ambiente brullo e desolato. Il capitano De Gregorio lo costrinse a salire ancora pi in alto, dove raggiunsero una seconda spianata. Il brigadiere Lagan e Fregoli restarono accanto alla Golf.
Vito Pergolizzi aveva il fiatone quando raggiunse lo spiazzo. Si gir guardando interrogativo il sequestratore per tentare di aprire un dialogo con lui. In macchina, nessuno di loro gli aveva rivolto la parola, n aveva risposto alle sue numerose domande.
Insomma, se volevate spaventarmi, ci siete riusciti. Voi non siete di Cosa Nostra, non vi ho mai visti. Chiunque siate, state facendo un grosso errore. Io sono Vito Pergolizzi, il sindaco di Palermo, poi si corresse. Ex sindaco. Ma ho amici molto potenti, non vi conviene farmi del male.
De Gregorio, senza rispondergli, lo spinse verso il bordo del precipizio. Sotto di loro si snodava il nastro dell'autostrada interrotto dai lavori per ripristinare il manto dopo l'esplosione che aveva ucciso il giudice Giovanni Pellegrino, sua moglie e i tre uomini della scorta.
Hai capito dove ci troviamo?, domand finalmente il capitano De Gregorio.
Sei uno sbirro! Siete poliziotti!, finalmente aveva capito in quale trappola era caduto. Io non c'entro niente con quello..., reclam indicando in lontananza gli operai al lavoro.
Lo so. Ma voglio che tutta questa storia finisca, ordin deciso il carabiniere.
E io cosa ci posso fare? Non ho alcun potere. Sono un pregiudicato, ormai. Non sono in grado di far iniziare o far smettere un bel niente.
Tu per conosci le persone giuste. Quelle che hanno il potere di decidere di farla finita con queste follie.
Vi sbagliate! Non conosco nessuno cos potente.
Il capitano stava perdendo la pazienza, ma s'impose di mantenere ancora la calma e tra i denti sibil: Senti, pezzo di merda, se sei vivo  soltanto perch ho bisogno che porti un messaggio a Saro Rano. Digli di smetterla con queste stragi.
Altrimenti?, l'ex sindaco aveva ritrovato la sua arroganza. Ormai aveva capito che gli serviva vivo e non gli avrebbero fatto niente di male. Lo capisci anche tu che non posso andare a perorare una causa del genere senza avere una contropartita.
Se i capi di Cosa Nostra si arrendono, noi rispetteremo le loro famiglie. Non possiamo offrire di pi. Le loro famiglie non verranno toccate. Questo devi dire, al tuo capo.
Non ho capi, io, rispose sdegnato Pergolizzi.
Se non vi arrenderete, allora i figli pagheranno per le colpe dei loro padri. Lo dice anche la Bibbia, mi pare. E tu riferiscilo al tuo padrone. Poi si gir e ridiscese agilmente la scarpata.
Pergolizzi lo guard incredulo, mentre si allontanava. Aspetta! Non vorrai lasciarmi qui da solo! Aspettatemi!. Affront la discesa, ma la friabilit del terreno lo fece scivolare all'indietro. I rovi e le rocce appuntite rovinarono il suo bel gabardine che si lacer in pi punti.
Il capitano De Gregorio, senza voltarsi indietro, raggiunse i suoi uomini. Il maresciallo Pagano si rimise alla guida della macchina sportiva, aspett che gli altri due chiudessero le portiere e con prudenza ridiscese la mulattiera che tornava all'autostrada.
Il capitano si gir e, attraverso il lunotto, vide in lontananza, sul dirupo, Vito Pergolizzi che si sbracciava e gridava tutta la sua impotenza e rabbia. Ma ormai pi nessuno poteva sentirlo.

8. La squadra di Ultimo.

Nonostante questa anomala operazione, durante le successive, convulse settimane le indagini non fecero importanti progressi. Gli investigatori speravano che prima o poi si presentasse un testimone o qualche pentito a indicare una traccia da seguire. Ma i pentiti avevano notizie vecchie di mesi, nessuno di loro aveva avuto nell'ultimo anno un contatto diretto n con Saro Rano, n con gli altri boss che lo sostenevano.
Fu allora che il capitano De Gregorio pens che le indagini dovevano cambiare sostanzialmente strategia. Si fece ricevere dal colonnello Mario Landi e gli espose la sua idea.
Colonnello, non possiamo pi stare in caserma ad aspettare che le informazioni ci piovano dall'alto, esord con fermezza. Oggi abbiamo gli strumenti per poterci muovere in modo diverso rispetto ai vecchi tempi.
Cos'ha in mente, capitano?, domand il colonnello, sulla difensiva.
Mi conceda il permesso di costituire un nuovo gruppo operativo, per molto speciale. De Gregorio si protese sulla scrivania. Non chiedo molto, ho bisogno soltanto di una dozzina di carabinieri. Opereremo al di fuori dei normali schemi dell'Arma. Non andremo in giro con le divise, vestiremo come gente qualsiasi per poterci mimetizzare meglio nei quartieri e infiltrarci dove sar necessario. E poi faremo un grande uso di queste, estrasse dalla borsa a tracolla due gadget tecnologici miniaturizzati mostrandoli al superiore. Questa  una microcamera e ci far vedere scene che altrimenti non potremmo mai vedere. E questa  una cimice e ci far sentire cose che mai potremmo ascoltare. Con simili strumenti e un'intensa attivit d'intelligence, le prometto di portarle in caserma Saro Rano e la sua banda di macellai nel giro di qualche mese.
Dovremo lavorare di concerto con la procura per l'attivit di rilevamento ambientale, obbiett il colonnello.
Signor colonnello, di questo non deve preoccuparsi. Ho bisogno di un po' di libert d'azione. Perci non voglio coinvolgerla su certe mie decisioni.
Capitano De Gregorio, non possiamo essere proprio noi i primi a infrangere la legge.
La legge sar rispettata, glielo prometto... ma con i miei tempi e modi.
Sa gi chi arruolare nel gruppo?
Eccoli, estrasse dalla borsa un fascicolo e lo porse al comandante.
Aveva gi previsto tutto, vero capitano? Anche le mie richieste.
Signor colonnello, dobbiamo bruciare i tempi. Sappiamo che le stragi e gli omicidi non sono finiti. Molti altri giudici e politici sono nella lista dei corleonesi e forse c' anche il nome di qualcuno di noi.
Il colonnello sfogli le schede degli uomini contattati dal capitano. Scorse velocemente le note personali di ognuno. Al termine della lettura sbott: Ma capitano, sono l'immagine peggiore dell'Arma. A parte il maresciallo Pagano e il brigadiere Lagan, tutti gli altri non sono un bell'esempio da seguire. Questo Cattaneo  stato relegato all'archivio per aver insultato un superiore.
Si ricorda del caso Pallavicino, il tiratore folle di Alessandria? L'appuntato Cattaneo aveva avuto ordine di mandare allo sbaraglio i suoi uomini contro quel pazzo. Si  rifiutato di farlo. Il killer aveva gi ucciso tre persone....
E quest'altro?. Il colonnello era sbalordito da quelle note. Tonino Ranieri  riuscito a entrare nell'archivio informatico dell'ambasciata americana, con il rischio di creare un incidente diplomatico.
Mi ha spiegato perch lo ha fatto, signor colonnello: doveva rintracciare un indirizzo per salvare la vita di un ostaggio. Tra l'altro, era proprio un cittadino americano. Era l'unico modo per arrivare in tempo, infatti....
Va bene, ho capito... ma anche questi altri, non sembrano militari esemplari... Francesco Gugliotta ha abbandonato il suo posto d'osservazione mandando a monte una complessa indagine... E Gennaro Sorrentino ha subto un processo per omicidio colposo, anche se poi  stato assolto... Marotta  un ragazzino, non sa fare niente, l'abbiamo destinato ai servizi di pulizia... per, capitano, perch ha scelto proprio questa gente? Nell'Arma ci sono uomini pi capaci.
Vede, colonnello, per quello che ho in mente di fare, ho bisogno di collaboratori altamente motivati, anzi direi appassionati.  vero, ognuno di loro ha commesso errori, per tutti dettati da un altissimo senso del dovere. Un dovere che non  stato preteso da un loro superiore, ma  scaturito direttamente dalle loro coscienze. Il nostro gruppo operativo non avr orari, lavoreremo giorno e notte. Per un po' dovranno dimenticare le loro famiglie. Dovranno dedicarsi anima e corpo alla nostra missione. E loro sono gli uomini giusti. Dovremo diventare invisibili. Le persone di cui ho bisogno debbono saper usare il loro cervello, fare delle scelte immediate, senza aspettare che gli piovano dall'alto. Se dovremo arrestare qualche pedina piccola, lo faremo fare ai nostri colleghi delle volanti. Noi prenderemo soltanto una persona: Saro Rano. Questa sar la nostra missione.
Se  ci che vuole, capitano, sono disposto ad accordarle la mia fiducia, concluse il colonnello alzandosi dalla sedia. Dar disposizioni che al suo gruppo venga assegnata una base logistica. Mi passi poi la lista degli strumenti di cui ha bisogno. Penser a inoltrarla direttamente alla Direzione generale.
Colonnello..., dalla tracolla il capitano estrasse un foglio. Queste sono le attrezzature di cui avremmo bisogno.
Consultando il foglio, al colonnello sfugg un sorriso. Buona fortuna, capitano... Ma mi porti Saro Rano in catene.
Il giorno successivo agli uomini scelti dal capitano De Gregorio pervennero i fogli di comparizione per un nuovo incarico. Dovevano presentarsi al Comando provinciale dei carabinieri che si trova in via delle Mura di San Vito, alle spalle del teatro Massimo.
Il capitano Luigi De Gregorio arriv con un giorno d'anticipo per prendere possesso della base logistica, come aveva pomposamente annunciato il colonnello. In realt, la base logistica era originariamente una vecchia stalla, trasformata poi in deposito di incartamenti e materiale vario, quando l'Arma aveva deciso di fare a meno dei cavalli.
Al suo arrivo il capitano trov alcuni giovani carabinieri che stavano caricando su un camion una montagna di vecchi faldoni, oltre a tavoli e sedie destinati alle caldaie.
Salv dal tragico destino alcuni armadi e ripiani che avrebbero potuto essere ancora utilizzati per la loro attivit e ordin di ripulire a fondo il magazzino. Soffriva di allergia e non voleva passare il tempo a soffiarsi il naso.
Il giorno successivo, la base del nuovo gruppo operativo era agibile. Addossato a una parete il capitano aveva fatto disporre un lungo tavolo, dove avrebbero preso posto i computer e le altre attrezzature tecniche, sul lato pi corto del salone campeggiava un grande pannello dove appunt la foto segnaletica di un giovane Saro Rano, ricordo del suo primo arresto nel 1963. Mentre sull'altra parete aveva fatto sistemare un armadio sottratto all'inceneritore.
Il maresciallo Tommaso Pagano lavorava con il capitano da lungo tempo. Erano come fratelli, s'intendevano con un'occhiata. Nelle missioni pericolose, De Gregorio lo aveva voluto sempre con s. Diceva che era la sua assicurazione sulla vita. Si fidava ciecamente di Pagano.
Anche l'altro graduato, il brigadiere Diego Lagan, era un veterano delle imprese del capitano, anche se anagraficamente era molto pi giovane dei suoi due superiori.
Gli altri prescelti arrivarono alla base alla spicciolata. Erano spaesati e curiosi al tempo stesso perch nell'ordine di convocazione era indicato genericamente di essere stati assegnati a un nuovo servizio, ma non si specificava quale.
Il primo a sopraggiungere fu l'agente semplice Tonino Ranieri. Era di Bergamo. I suoi modi rozzi non smentivano le origini montane. Era considerato un vero mago del computer. Il capitano aveva deciso di tirarlo fuori dal magazzino corpi di reato, in cui era stato relegato per punizione, e di offrirgli un'altra possibilit.
A seguire arrivarono Francesco Gugliotta e Gennaro Sorrentino, quest'ultimo un napoletano atipico, cos preciso, puntuale e pignolo com'era. Poi fu la volta di Nino Marotta, siciliano fino al midollo, e tra gli ultimi, tanto per non smentire le proprie origini romane, Claudio Cattaneo, anche lui sotterrato in un archivio per aver disubbidito al folle ordine di un suo superiore. Alla spicciolata, ma puntuali come un treno svizzero, arrivarono tutti gli altri convocati.
Nel vedere il capitano De Gregorio in abiti civili, con una pashmina al collo, capelli lunghi e barba incolta, lo presero per un lavorante esterno della caserma. Anche il maresciallo Pagano e il brigadiere Lagan erano in borghese, anche se indossavano abiti pi civili del loro comandante.
Quando la squadra fu al completo, Luigi De Gregorio inform gli uomini sul suo grado. Il maresciallo scatt sull'attenti e subito venne imitato da tutti gli altri.
I carabinieri si disposero su una riga, di fronte al capitano. Poi il maresciallo diede il riposo e l'ufficiale sfil davanti a ognuno per conoscerne i nomi. Infine si dispose al centro.
Sto formando un gruppo investigativo, inizi a parlare con tono amichevole. Un gruppo molto speciale. Avremo modalit particolari per dare la caccia ai boss di Cosa Nostra. Il nostro obiettivo  lui.... Si avvicin al tabellone dov'era appuntata una sola foto. Sapete chi ?.
In coro, tutti dissero: Saro Rano.
Bene, almeno conoscete il nostro obiettivo. Torn ad avvicinarsi al gruppo. Il nostro modus operandi sar innovativo, rispetto all'usuale pratica investigativa. Non aspetteremo la soffiata del pentito di turno o del delatore prezzolato. Ma agiremo sul territorio dei nostri avversari. Entreremo nei loro bar, giocheremo nelle loro sale da biliardo, mangeremo nelle loro trattorie, insomma dovremo mimetizzarci tra la loro gente. Per questo vi invito da domani a togliervi quelle divise e a vestire in modo da diventare invisibili. Dovremo trasformarci in mendicanti, se sar necessario andare a cogliere informazioni tra i barboni. Faremo gli spacciatori, se dovremo frequentare l'ambiente dei pusher. Delinquenti, se dovremo confonderci con la mala. Questo significa che non ci saranno pi orari per noi. Dovremo impegnarci ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni della settimana.  un grande sacrificio che vi chiedo. Un sacrificio che non avr ricompense. Non aspettatevi encomi, medaglie o riconoscimenti in denaro. Niente di tutto questo. Nessuno ci ringrazier alla fine del nostro lavoro. La bella figura la faranno i nostri capi. In compenso, per, non potremo avere nuove relazioni sentimentali, n potrete dire a nessuno di questo nuovo incarico, neppure a vostra madre. Vi ho scelto perch nessuno di voi  sposato. Forse siete fidanzati. Be', non vi chiedo di separarvi dalle vostre ragazze, ma se non  un sentimento serio, vi consiglio per onest di lasciarle libere: da oggi le nostre esistenze saranno stravolte da questa caccia all'uomo. E, se non restiamo concentrati, rischiamo la nostra vita e quella dei colleghi. Come vedete, non  una passeggiata quella che vi propongo. La mia scelta  caduta su di voi non a caso.  perch vi ritengo all'altezza del compito. Siete individualisti e avete dimostrato di saper ragionare con la vostra testa. Ho studiato i vostri profili e ho capito che avete un'etica, una vostra moralit, un attaccamento alla divisa e il rispetto del prossimo. Mi piace come la pensate, vi stimo, altrimenti non vi avrei convocato. Ora sapete perch siete qui. A questo punto, per, devo chiedervi una cosa: se qualcuno tra voi non se la sente di scomparire dalla vita per qualche mese, forse anche per un anno o due, pu dirlo liberamente. Io capir. Non bisogna vergognarsi, ma se accettate, da voi pretender anima e corpo. Naturalmente chi si ritirer dovr giurare di non dire una parola di quello che ha ascoltato qui oggi.
Li fiss uno a uno. Il maresciallo e il brigadiere Lagan avevano gi accettato quella proposta.
I giovani carabinieri si guardarono, spaventati per ci che li attendeva. Erano in attesa di chi si sarebbe ritirato per primo. Ma nessuno si mosse.
Gennaro Sorrentino, il napoletano, usc dalla fila. Con tono da ragioniere chiese: Capitano, posso fare delle domande?
Avanti, Sorrentino.
Abbiamo una copertura, nel caso venissimo arrestati insieme ai criminali?.
Il capitano sorrise. Per un istante aveva pensato che il napoletano volesse ritirarsi: Ma naturalmente!.
Non avremo neppure un giorno di riposo?
Certo che s, rispose il comandante. A meno di non trovarci nel pieno di un'azione, far in modo che ognuno di voi possa tornarsene a casa almeno una volta alla settimana.
Grazie, capitano. Sono onorato di essere stato scelto da lei. Il napoletano rientr nei ranghi. Anche gli altri annuirono, decisi a far parte della squadra.
Sono felice di non essermi sbagliato su di voi, comment il comandante di fronte all'adesione unanime del gruppo. Ma a proposito di casa: vorrei che ognuno di voi mantenesse l'anonimato. Non dovrete conoscere dove abitano i vostri compagni. Al di fuori della caserma e delle operazioni, non dovrete diventare amici, n frequentarvi. Questo perch, nel caso venissimo sequestrati, non saremo costretti a confessare chi sono gli altri del gruppo e dove abitano. Ognuno di voi sar un'unit. Anzi, vi chiedo di non dire agli altri neppure i vostri nomi. Prendiamo ora la nostra prima decisione. Dimentichiamo i nostri veri nomi e chiamiamoci con un soprannome, come facevano i nostri padri durante la Resistenza. Ci state?.
Il gruppo assent.
Bene. Cominciamo dal maresciallo. Come vuoi che ti chiamiamo?.
Il maresciallo Pagano ci pens un momento, poi rispose: Fregoli.
Poi tocc al brigadiere Lagan. Lui scelse Sagittario, forse perch era uno che ci sapeva fare con le armi.
E tu?, domand a Claudio Cattaneo, il romano. La risposta fu immediata: Fellini. Il successivo era Tonino Ranieri, il mago dell'informatica. La risposta era in tema: Linux. Francesco Gugliotta, senza che il capitano glielo chiedesse, disse: Io sono Amleto.
Il napoletano, Gennaro Sorrentino, scelse il suo idolo: E io il pi grande, Maradona. Nino Marotta, il pi giovane di tutti loro, si fece chiamare Donchisciotte.
E lei capitano? Ha scelto un nome?, domand alla fine il suo braccio destro, Fregoli.
S. Io mi chiamer Orlando. Come Vittorio Orlando, il primo carabiniere ucciso da Saro Rano. Orlando era vicino agli ultimi, difendeva i semplici, i giovani che avevano l'onest e il coraggio di rifiutare le cose facili. Noi carabinieri dobbiamo prendere esempio dal suo coraggio e dal suo altruismo. Saremo i suoi vendicatori. Quella che stiamo per fare  una vera e propria guerra. Noi siamo i buoni, ricordatevelo sempre.
Un applauso spontaneo suggell quelle semplici parole. Ma Orlando chiese il silenzio e concluse: Questi primi giorni li trascorreremo a montare le nostre attrezzature. Avremo a disposizione computer e strumenti per le rilevazioni in video e audio. Queste saranno le nostre antenne. Il nostro obiettivo non  catturare una gallina oggi. Anzi, noi non arresteremo nessuno. Se durante le indagini becchiamo qualche criminale, faremo intervenire i nostri colleghi delle auto blu. Noi dobbiamo mettere le mani su tutto il pollaio, con Saro Rano dentro. Quando lo avremo preso, sar terminato il nostro compito. Il corleonese  latitante da oltre vent'anni. Noi metteremo fine a questa latitanza.

9. 'U papellu di Rano.

Dopo il colloquio avuto con il capitano De Gregorio sul monte che dominava l'autostrada, Vito Pergolizzi, raggiunta Palermo in autostop, era riuscito a far arrivare a Saro Rano il messaggio. Qualche giorno dopo, in risposta, gli pervenne un papello. Glielo consegn Giovanni Bova, che a sua volta l'aveva avuto da un amico fidato di Saro, a sua volta passatogli da un suo familiare. Era un biglietto, ripiegato pi volte, contenuto in una scatolina di gomme americane.
Vito Pergolizzi lo apr e lesse la nota scritta di proprio pugno con una penna biro da Rano. Sul foglio era indicata una serie di condizioni: Per avere la nostra collaborazione, chiediamo che la sentenza del processone venga annullata. Dev'essere anche annullato il carcere duro per gli associati a Cosa Nostra. Il solo fatto di appartenere alla mafia non deve essere riconosciuto come reato. Vogliamo inoltre che vengano chiuse le supercarceri e che i detenuti siano imprigionati in penitenziari vicini ai familiari, cos potranno visitarli ogni volta che lo vorranno. I detenuti anziani, che abbiano superato i settant'anni, dovranno avere gli arresti domiciliari. Infine vogliamo la revisione della legge sui pentiti, che non dovranno pi godere di sconti e benefici da parte dello Stato. L'ex sindaco ripieg il foglio e lo infil di nuovo nell'involucro di cartone. Ora non rimaneva che contattare il signor Franco. Era lui la cerniera tra i mafiosi e gli organi dello Stato.
S'incontr con l'agente dei servizi segreti sotto la scalinata del teatro Massimo. L'uomo era facilmente riconoscibile perch aveva le guance sfigurate dal vaiolo, la testa rasata e la gamba destra claudicante. Era un ricordo, diceva, di uno scontro a fuoco con spie sovietiche, prima della caduta del muro di Berlino.
Camminando per via Maqueda, confusi tra la folla del sabato pomeriggio, Pergolizzi gli consegn il pacchetto di chewing gum.  qui dentro.
Il signor Franco si affrett ad aprirlo e lesse velocemente le richieste del capomafia. Ripieg il foglietto e lo infil nella tasca della giacca, scuotendo la testa in segno di sconforto. Amico mio, proprio non ci siamo. Il tuo capo  fuori di testa.
Tu portalo a chi di dovere, e lascia decidere a chi ha l'autorit per farlo, rispose severamente Pergolizzi.
Ma non c' margine per trattare.  proprio un contadino, buono soltanto a zappare la terra e ad ammazzare i cristiani.
Concedetegli una via d'uscita. Altrimenti sar una guerra con un'ecatombe di morti, lo volete capire?
 un problema suo. Ormai siamo alla stretta finale. Abbiamo centinaia di pentiti. Ha le ore contate.
Prima, quando vi faceva comodo, andava bene per i vostri sporchi giochetti di potere. E ora lo scaricate, senza riguardo? Non pensate che potrebbe sputtanarvi a tutti? Ma forse avete gi deciso di non farlo arrivare vivo davanti a un giudice,  cos?
Ti sbagli, amico. Il tuo boss non rispetta le alleanze. Ha deciso di scontare da solo il suo calvario. Si accomodi pure.
Lo dici proprio tu che praticamente hai acceso la miccia della bomba, gli rinfacci Pergolizzi.
Amico mio, io vado dove il padrone mi dice di andare. Non ho remore. Sono un perfetto esecutore di ordini.
Strano, dicevano cos anche i gerarchi nazisti al processo di Norimberga, fece sprezzante l'ex sindaco.
L'agente segreto gli volt le spalle e si allontan senza rispondergli.

Mentre, nemmeno un'ora dopo, il papello di Saro Rano arrivava nelle mani di chi di dovere a Roma, nell'ex magazzino della Caserma provinciale dei carabinieri di Palermo, il nuovo gruppo di Orlando aveva finito di allestire i macchinari informatici e quelli di telerilevamento. Fellini, il romano appassionato di video e hi-fi, aveva richiesto la dotazione di telecamere a intensificatori di luce ed era orgoglioso della strumentazione che aveva saputo mettere a punto.
Finalmente era arrivato il giorno in cui dovevano scendere in campo. Tutti si presentarono in jeans e giubbotto di pelle.
Ragazzi, per cos sembrate i boys di Vanda Osiris, scherz il capitano. Cos conciati anche un bambino vi scambierebbe per sbirri in libera uscita. Dovete crearvi una nuova, vera identit. Ci dovrete credere voi per primi, sia che decidiate di essere impiegati, avvocati, malavitosi, divorziati, single, gay o eterosessuali. L'importante  che teniate sempre un profilo basso, nessuno deve sospettare la vostra copertura, anche quando andate al supermercato dovrete comportarvi come il personaggio che avete deciso di impersonare.
I ragazzi della squadra eliminarono jeans e giubbotti di pelle e vestirono abiti pi comuni. Il capitano decise che erano pronti per iniziare la loro personale guerra contro Saro Rano. E aveva gi indicato la strategia da seguire: Nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, dobbiamo battere le strade come gli indiani Sioux. Dobbiamo parlare con la gente, naturalmente sempre in modo discreto e senza che possa sembrare un interrogatorio. Dobbiamo fiutare l'aria. Intuire se intorno ci sono ambienti dove i mafiosi vanno a riunirsi. Se lo scopriamo, Linux e Fellini penseranno a seminare cimici e telecamere. Non preoccupatevi di sbagliare. Meglio una cimice in pi che una in meno. Dovremo monitorare i quartieri pi a rischio. E non scoraggiatevi se i primi giorni non troverete il minimo indizio. Fa parte della fatica. Dovrete insistere e non lasciatevi prendere dallo sconforto. Ricordate: basta uno, un solo microfono messo al punto giusto, per determinare il successo di tutta l'operazione. E ora al lavoro, e buona fortuna.
Come il capitano aveva previsto, i primi giorni furono deludenti. Il gruppo batt le zone a pi alta densit mafiosa: Brancaccio, Ciaculli, Croceverde, Zen, Uditore, Bagheria.
Donchisciotte - il pi giovane del gruppo, con i suoi vent'anni compiuti da poco - si era recato sull'inseparabile Vespa a San Gaetano, una chiesa stretta tra due file di basse casette a via Brancaccio. Era il suo quartiere, qui era cresciuto e aveva avuto la fortuna di incontrare don Pino. Era un prete che aveva dedicato il proprio ufficio sacerdotale non per redimere i mafiosi, ma per insegnare ai ragazzi di strada che quel rispetto che i boss esigevano non era stima, bens paura. Per essere considerati persone degne di riguardo, invece, si doveva essere innanzitutto onesti verso se stessi e verso il proprio prossimo. Questo era l'insegnamento di don Pino.
Donchisciotte, dopo i primi furtarelli di autoradio e motorini, un giorno era stato arrestato dal commissario di zona. A quel tempo aveva soltanto dodici anni e l'aspettavano le tetre mura del riformatorio. Don Pino, per fortuna, intervenne e chiese al commissario di affidarlo alle sue cure per di evitargli il correzionale, dove sicuramente si sarebbe perso per sempre. Il prete lo fece studiare, tir fuori le sue qualit migliori e gli salv la vita.
Da allora, ogni volta che ne aveva la possibilit, il giovane poliziotto lo andava a trovare e spesso gli dava una mano a convincere i ragazzini pi ribelli, raccontando la sua personale esperienza.
Il giovane per don Pino era uno dei suoi fiori all'occhiello, come diceva spesso durante le omelie domenicali per convincere i genitori a far frequentare l'oratorio ai loro figli.
Anche quel giorno Nino and dal suo parroco e, senza spiegargli i motivi della sua missione, gli chiese: Don Pino, la famiglia Vitrano  sempre presente nel quartiere?
E quelli quando se ne vanno? Una volta conquistato il territorio, possono essere mandati via soltanto da altri pi forti di loro. Ma da qui i Vitrano non se ne andranno mai, comment il prete.
Io li conosco. Mi volevano arruolare.
Ringraziando il Signore, ti sei salvato. Ma stagli alla larga, Ninetto.  gente malvagia.
Chiss dove si riuniscono..., fece con indifferenza Donchisciotte.
Il prete sorrise. Ninetto, non fare il furbo proprio con me... Li state cercando?
Don Pino, non voglio coinvolgerti. So i bocconi amari che devi ingoiare con quei delinquenti.
 un equilibrio difficile da mantenere. Io li affronto tutte le domeniche sul pulpito, denunciando le loro malefatte nel quartiere. E loro mi tollerano. Non mi possono fare niente, perch sarebbero i primi a essere indagati.
Diciamo solo che stiamo con gli occhi puntati. Hanno i giorni contati. Don Pino, ora finalmente stiamo facendo sul serio. C' la volont di annientare Cosa Nostra.
Non mi farei tante illusioni..., rispose sconsolato il prete, che conosceva bene quanto radicato fosse il fenomeno mafioso tra la popolazione. Comunque i posti dove s'incontrano sono pi di uno. Quello che so per certo  che spesso li ho visti all'autoparco dei pullman.  qui vicino, al vicolo Chiazzese. I Vitrano, padre e figli, s'incontrano con quelli della famiglia Raimondi.
Erano informazioni pi che sufficienti per poter iniziare a disseminare le cimici. Infatti gli uffici della societ di trasporti La Freccia della Sicilia furono i primi che Linux e Fellini visitarono, quella notte stessa, per inserire i loro strumenti di rilevazione ambientale.

10. Catturate la belva.

Il colonnello Mario Landi passeggiava nervosamente nell'anticamera dello studio del capo di dicastero, al Viminale. Il ministro gli aveva dato un preavviso di sole ventiquattro ore per presentarsi da lui. Il colonnello aveva dovuto annullare tutti gli appuntamenti e si era precipitato nella capitale.
Era gi un'ora che aspettava di essere ricevuto e l'attesa lo stava innervosendo. Il colonnello aveva una sorta di allergia per i politici. Non sopportava la loro arroganza e quel loro modo di trattare i militari, come se fossero loro segretari particolari. E poi non amava la loro codardia: quando c'era da prendere encomi erano sempre in prima fila, quando per venivano criticati dalla stampa per qualche carenza, scaricavano tutte le responsabilit sui loro subalterni.
Era certo che la convocazione riguardava il papello del capomafia. Sicuramente avrebbe criticato il fatto che Rano aveva avuto l'ardire di avanzare simili proposte.
Sicuramente avrebbe dato la colpa al modo in cui gli era stata ventilata la possibilit di collaborare.
Sicuramente l'avrebbe accusato di aver fatto fallire quel tentativo di mediazione.
Il segretario particolare del capo di dicastero interruppe il flusso dei suoi pensieri e, aprendo la porta dello studio, gli disse: Il signor ministro ora pu riceverla, colonnello. Prego, si accomodi.
Il colonnello entr e salut militarmente l'uomo alla scrivania che, con un gesto della mano, lo invit a sedere.
Il ministro agit il foglio che De Gregorio gli aveva fatto pervenire. Colonnello, il suo amico ha perso il senso delle proporzioni, esord riponendo il papello in una cartella di cuoio. Non so chi possa avergliele messe in testa, queste idee. Credo che non ci sia la possibilit d'intavolare una trattativa. O sbaglio?
Signor ministro, Saro Rano non  un mio amico. L'abbiamo raggiunto, gli abbiamo detto di finirla con le stragi promettendogli esclusivamente un salvacondotto per le loro famiglie. Evidentemente Rano, nel suo delirio di onnipotenza, ha pensato di rilanciare la posta. Io sono d'accordo con lei, se  dell'avviso di interrompere qualsiasi altro contatto.
Crede di averci in pugno.  arrivato il momento di farla finita con questa storia. Colonnello, arrestate quella belva. Non voglio sapere come. Usate tutti i mezzi a vostra disposizione, ma portatelo tra le sbarre, possibilmente vivo.
Faremo del nostro meglio, come al solito, signor ministro, rispose pacatamente il colonnello. Ho gi attivato una squadra speciale. Ma user anche degli infiltrati.
Diramer una circolare in Sicilia affinch lei abbia la massima collaborazione anche dalla polizia di Stato. Quando avr notizie concrete, mi contatti direttamente.

Vito Pergolizzi stava vivendo giorni di profonda depressione. Non era facile abituarsi alla solitudine, dopo essere stato uno dei pi potenti uomini di Palermo e forse dell'intera Sicilia. Dopo le glorie, appannaggio dell'incarico di primo cittadino, dopo essere stato sostenitore e amico del capo dei capi, quindi ossequiato come uno degli uomini pi temuti della citt, ora veniva evitato da tutti, neanche fosse un lebbroso. Ripercorreva con la mente quegli anni gloriosi mentre si dirigeva all'appuntamento con il signor Franco. Questa volta il butterato aveva fissato l'incontro in un ristorante di Bellolampo, fuori Palermo, per non rischiare di essere visti casualmente da qualche mafioso amico di Rano.
Il signor Franco stava aspettando l'ex sindaco seduto a uno dei tavoli di una saletta interna del locale, sorseggiando un bicchiere di Nero d'Avola, mentre piluccava una panella.
Non si alz quando Pergolizzi lo raggiunse e si sedette davanti a lui. Scambiarono un freddo saluto con un cenno del capo. Il cameriere arriv, raccolse le ordinazioni e scomparve dietro il separ.
Come mai tutte queste precauzioni?, domand Pergolizzi, versandosi nel bicchiere un po' di rosso.
I miei superiori non sono contenti di come sono andate le trattative con l'amico di Corleone.
Con lui pu trattare soltanto il diavolo, comment Pergolizzi. In questo momento  l'unico a dirigere l'orchestra. La Commissione non conta pi niente.
Dobbiamo trovare il modo di neutralizzarlo, disse perentorio il signor Franco.
L'ex sindaco sorrise amaramente: Non posso fare niente di pi di quello che ho gi fatto. Per c' una persona che potrebbe darvi una mano..., disse con aria ambigua.
Chi sarebbe?, domand il butterato.
Dovete sapere che i corleonesi non sono pi uniti come una volta. Le azioni dissennate di Rano a molti di loro non vanno a genio. Ma tutti sono costretti a tacere per non fare la fine dei tonni. Tra questi, c' Piddu 'u Tignusu. Per Saro  come un fratello, ma so per certo che lui non condivide pi le idee dell'amico di un tempo. Sta cercando alleanze per togliergli il trono da sotto il culo. Da parte sua, anche Rano sta tramando per eliminare l'ex amico del cuore. Naturalmente, per, dovrete concedergli qualcosa in cambio.
Girava voce che fosse morto, disse il signor Franco.
Piddu  molto scaltro. Non  impulsivo come Saro. Ogni mossa la studia mille volte. Non fa errori, rispose con ammirazione per il corleonese.
Puoi fissare un appuntamento con lui?, domand il butterato.
Ci prover. Conosco qualcuno che sa dove si nasconde. Le dir per tempo giorno e ora.
Proprio in quel mentre, arriv il cameriere con una pirofila colma di tranci di carne arrostita, spiedini di cinghiale e patate.
Bene. E ora gustiamoci questa grigliata. Mi  venuta una fame da lupo, concluse il signor Franco, afferrando l'osso bruciacchiato di una cotoletta.

Saro Rano, nel frattempo, non restava ad aspettare che la Provvidenza si accorgesse di lui. Riun i fedelissimi per studiare una strategia d'attacco, per non dare respiro alle autorit e dimostrare che quello spiegamento di forze non aveva affatto influito sui suoi programmi.
La riunione della Cupola avvenne nel retrobottega della macelleria di Giacomo Vitrano, capomandamento di corso dei Mille. Giacomo aveva ereditato il negozio dal padre e lo gestiva con l'aiuto del figlio Rodolfo. Erano macellai da generazioni. Il bisnonno aveva iniziato come pastorello, ai primi del secolo; poi, stanco di essere sfruttato dal padrone, lo aveva derubato di alcune pecore e capre. Dopo averle macellate clandestinamente, aveva portato le carni al mercato di Palermo, vendendole sottocosto. Era cominciata cos la sua carriera da macellaio, fino ad arrivare a possedere uno spaccio nella strada pi importante della citt.
Il negozio era diventato la base pi discreta dove i capimafia si riunivano, sicuri di non destare sospetti.
Saro arriv tra i primi con l'inseparabile Giovanni Bova a guardargli le spalle. In attesa che giungessero gli altri convocati, si avvicin a Balduccio De Cataldo, un giovane di San Giuseppe Jato che aveva cresciuto personalmente nella sua famiglia. Saro lo aveva nominato reggente al posto di Bova, quando questi era stato arrestato. Balduccio non aveva niente da invidiare all'abilit e all'efferatezza dello scannacristiani. Se Saro gli ordinava di far sparire un rivale nell'acido, lui eseguiva senza chiedere spiegazioni. Se c'era da sparare a qualche nemico, lui non si tirava mai indietro ed eseguiva personalmente l'incarico. Insomma, era un sicario affidabile e, con il tempo, sarebbe stato anche un bravo capomandamento.
Quando Bova era uscito dall'Ucciardone e tornato a San Giuseppe Jato, Balduccio gli aveva restituito il comando, adattandosi a fare il secondo. Ma chi ha assaporato il potere mal si adatta a rientrare tra le fila dei sudditi. Balduccio in poche settimane aveva perso tutto il credito acquisito nei mesi. Cominci a ignorare sempre pi spesso gli ordini di Bova. Poi gli accadde di innamorarsi della figlia di un costruttore palermitano, Elisa. In questo non ci sarebbe stato niente di male, se Balduccio non avesse gi avuto una moglie e due figli.
Cosa Nostra non vedeva di buon occhio le avventure clandestine dei boss, sia per un fatto di moralit, sia perch una moglie tradita potrebbe far saltare in aria un intero mandamento. La relazione fu molto contrastata dalle famiglie di San Giuseppe Jato.
Persino i genitori di Balduccio fecero di tutto per convincerlo a tornare dalla moglie e dai suoi due figli. Ma De Cataldo era irremovibile. La tresca era arrivata inevitabilmente anche alle orecchie di Saro che l'aveva criticata severamente con i suoi pi vicini collaboratori. Eppure, vedendolo in un angolo del retrobottega della macelleria, gli si era avvicinato allargando le braccia in modo plateale, invitandolo ad abbracciarlo.
Rano lo strinse a s, per quanto gli consent il suo voluminoso pancione, poi lo baci su entrambe le guance con aria paternalista. Un brivido percorse la schiena di Balduccio. Quante volte aveva visto il padrino baciare con deferenza l'ospite e poi farlo sgozzare con un coltello da cucina, dopo un lauto pranzo. Una volta gliel'aveva visto fare con le sue stesse mani. Cominci a temere per la propria vita.
Balduccio, figlio mio. Ho saputo cose che mi hanno rattristato sul tuo conto, disse Saro, sussurrando per non farsi sentire dai Vitrano.
Ma padrino, io la amo.
Amo, amo... ma che significa amo? L'amore  bello i primi tempi, quando c' la passione. Poi diventa rispetto, amore coniugale, protezione. L'amore per il potere invece non muore mai. Anzi, cresce con il tempo. Pi passa e pi la nostra sete di potere s'allarga. Ne vorremmo di pi, sempre di pi. Tu sei portato per il comando. Io ti conosco da quando eri picciriddu. Eri figlio di un pecoraio. Che saresti oggi, se non ti avessi preso sotto la mia protezione?
Devo tutto a voi, padrino.
Io ti ho imparato a sparare. A non parlare troppo. E devo dire che sei stato sempre un bravo caruso. Ma ora... questa cosa mi fa star male. Se continui cos non avrai il comando neppure tra mille anni. Pensaci, Balduccio. Promettimi di farlo seriamente. Ti voglio tra i miei capomandamento. Ma per diventarlo sai che devi fare. Non mi deludere.
Si sciolse dall'abbraccio e si avvi verso il tavolo al centro della stanza, dove nel frattempo si erano accomodati anche gli altri due capimandamento: Aldo Santaniello di Bagheria e Antonino Cascio, uno degli uomini del massacro del giudice Pellegrino.
Quando furono tutti seduti, Saro prese la parola.
La situazione, dopo i recenti fatti, sta volgendo a nostro favore. Gli uomini dello Stato sono venuti a chiederci di far cessare le stragi, dopo che altri tra loro ci avevano persino indicato gli obiettivi da colpire. Il momento  propizio per mettere una pietra tombale sulle nostre azioni e continuare a governare la Sicilia, prima di invadere il resto dell'Italia. L'arrivo dei soldati non ha influito sui nostri traffici. Hanno soltanto diminuito l'attivit dei piccoli criminali, e a noi ci sta perfino bene, disse sorridendo, subito imitato dagli altri boss. Ora quello che dobbiamo decidere  come proseguire nei nostri piani. Qualcuno di voi ha proposte da fare?. In genere Saro non dava mai spazio alle opinioni degli altri, ma in quell'occasione era a corto d'idee e si mostr generoso verso i suoi subalterni.
Tra tutti, Cascio chiese la parola. Padrino, se permettete, io avrei una proposta.
Antonino, avanti, dicci di cosa si tratta. Non essere timido, lo sfott Saro.
Grazie, padrino. Il capomandamento si port al centro della sala. Voglio premettere che l'idea non  mia, ma di un certo Baldini, un nero che traffica in opere d'arte. Ci conosciamo da anni, siamo stati per parecchi mesi nella stessa cella del carcere di Sciacca. Io so quale ambiente bazzica, e lui sa che appartengo a Cosa Nostra. Insomma, ci fidiamo e ci rispettiamo.
Antonino, attento a queste amicizie, lo rimprover Saro Rano.
Tengo a precisare che Baldini non  mio amico, ma di tanto in tanto ci scambiamo notizie.  un personaggio ben introdotto in certi ambienti, tanto che  stato inquisito anche per aver partecipato alla strage di Bologna. Insomma, lo uso come informatore.
Dopo aver tranquillizzato Saro, continu. Un giorno mi ha fatto uno strano discorso, riguardo ai modi per portare lo Stato a una trattativa. Mi ha detto che avremmo dovuto esportare il terrorismo sul continente. Pensa cosa significherebbe far crollare la Torre di Pisa, oppure spargere siringhe infette sulla spiaggia di Rimini. Il turismo crollerebbe. Quale turista vorrebbe venire in un Paese dove i monumenti storici potrebbero essere colpiti? I magistrati si possono sostituire, come i commissari, ma i monumenti e le chiese no. Poi mi ha confidato che aveva avuto la dritta da un uomo di un altro ambiente....
Gli amici dei servizi segreti?, precis Giovanni Bova.
Proprio loro. Quando ingenuamente gli ho chiesto il nome dell'agente, mi ha fatto un mezzo sorriso, come per dire si dice il peccato e non il peccatore, concluse Antonino Cascio.
Saro Rano lo aveva ascoltato con attenzione, scuotendo la testa. Ma che minchiata  mai questa? Ora ci mettiamo a bombardare i monumenti? A che serve? Lasciamo perdere, Nino. Restiamo in Sicilia e facciamoci gli affari nostri.
Per quel giorno l'idea di distruggere con le bombe i monumenti storici italiani fu bocciata e dimenticata.

11. Fuga dai corleonesi.

Balduccio De Cataldo doveva molto a Saro Rano. Se poteva permettersi di costruire una villa hollywoodiana con colonne e piscina olimpica, era grazie a Cosa Nostra. Per i corleonesi aveva smerciato droga, fatto saltare case di gente che doveva essere messa in riga, trafficato in bazooka e kalashnikov, acquisito appalti per lavori di pubblica utilit. Ma il bacio ricevuto da Saro lo aveva turbato. Non si sarebbe meravigliato se, un istante dopo la sua uscita dalla riunione, avesse dato a Giovanni Bova l'incarico di ucciderlo.
Ormai quest'idea gli si era ficcata nella testa e non riusciva a darsi pace. Per giunta, in quei giorni era arrivata un'altra notizia che lo legava per sempre alla sua amante: Elisa aspettava un bambino.
Questo annuncio lo spinse a prendere la decisione di fuggire dalla Sicilia, da Saro, da Cosa Nostra e di andare a nascondersi in qualche paese del nord d'Italia.
Elisa era spaventata dalle conseguenze della loro relazione, ma per amor suo abbandon tutto - genitori, amici e comodit - e lo segu in un paese nelle vicinanze di Novara, presso alcuni parenti. L'uomo era talmente spaventato da quello che gli poteva capitare che aveva preso l'abitudine d'indossare sempre un giubbotto antiproiettile. Ma quando lei lo scopr, gli fece una tale scenata che per poco non rischi di perdere il bambino. Balduccio riflett a lungo sulla sua condizione. Non poteva continuare a nascondersi con Elisa e il bambino che stava per nascere. Doveva trovare una soluzione... Ne escogit una, ma gli avrebbe stravolto l'esistenza. Poi, per, pens che cos la sua vita non aveva pi alcun valore. Doveva soltanto aspettare il giorno in cui qualcuno avrebbe bussato alla porta di casa per chiudere i conti con il corleonese e l'organizzazione.
Il destino aveva deciso altrimenti. L'occasione arriv inattesa un giorno, quando per un banale incidente stradale nel centro di Novara, un vigile della strada scopr che indossava un corpetto antiproiettile. Gli chiese le generalit. Balduccio gli mostr una carta d'identit falsa. La guardia domand altre spiegazioni sul perch del giubbotto e, di fronte alle motivazioni confuse di Balduccio, decise di condurlo al comando dei carabinieri della citt piemontese.
Il picciotto cap che per lui era finita. Prima del trasferimento, nella cella di Novara, trascorse una nottata insonne. Sapeva bene che c'erano degli infiltrati di Cosa Nostra presso le principali sedi della polizia di Stato e dei carabinieri. E Saro Rano avrebbe saputo della sua cattura nel breve volgere di una giornata.
Quando fu rinchiuso in una delle celle di transito, mentre il carabiniere richiudeva il chiavistello, sollev la testa e gli disse: Il mio vero nome  Balduccio De Cataldo.
L'agente non gli prest attenzione e con sufficienza rispose: Dirai tutto domani al maresciallo che raccoglier la tua deposizione.
Non hai capito, insistette il mafioso. Sono Balduccio De Cataldo, di San Giuseppe Jato. Sono un affiliato dei corleonesi. Io vi posso spiegare come catturare Saro Rano.

Qualche giorno dopo, Balduccio fu fatto arrivare a Palermo con un volo segreto. Venne scortato con tutte le precauzioni fino alla caserma di Corso Calatafimi, la pi sicura e impenetrabile tra quelle della citt, dov'era acquartierato il contingente dell'Operazione Beati Paoli.
Fu indetta una riunione alla quale avrebbero preso parte gli investigatori impegnati nella caccia ai capi di Cosa Nostra. Il capitano fu avvisato dal colonnello Landi che un pentito dell'ultima ora, Balduccio De Cataldo, aveva deciso di collaborare. Era stato l'autista personale di Saro Rano per qualche tempo, quindi poteva raccontare episodi e circostanze utili alla cattura del capomafia.
Quando Olrando entr nell'ufficio del comandante, la stanza era gi satura di fumo e di graduati. Riconobbe alcuni commissari con cui, tempi addietro, aveva lavorato. E anche alcuni ispettori provenienti da Roma. Al centro, seduto su una sedia di legno, vide il pentito.
Balduccio De Cataldo fu sottoposto a un tiro incrociato di domande: Perch aveva deciso di collaborare, i nomi dei mafiosi della sua famiglia, dov'era il covo di Saro Rano, se era vera la voce che ora odiava il suo pi caro amico, Piddu 'u Tignusu, chi era il prossimo nella lista dei condannati a morte del corleonese... Balduccio rispose a molti interrogativi, e su molti altri si astenne, riservandosi le informazioni pi ghiotte quando qualcuno gli avesse dato maggiori assicurazioni riguardo la protezione sua, di Elisa e del loro bimbo.
Tutti miravano al bersaglio grosso: dove si trovava Rano.
Ma era una risposta impossibile da dare.
Se volete scoprire dove si nasconde, dovete seguire gli uomini dell'Uditore. Saro si fida soltanto di loro e dei corleonesi.
Orlando invece gli chiese pi semplicemente se poteva indicargli i luoghi dove generalmente si riunivano i boss dell'Uditore.
Uno dei loro ritrovi  il retrobottega della macelleria della famiglia Vitrano, rispose docilmente Balduccio. Ma non  l'unico posto.
Al termine di quel primo incontro, il generale Caradonna gli promise che avrebbero pensato anche alla sua compagna, facendoli riunire in quella caserma dove avrebbero vissuto almeno fino alla nascita del bambino. Poi li avrebbero affidati al Servizio centrale di protezione, da poco costituito per i pentiti come loro.
La testimonianza di Balduccio De Cataldo era stata preziosissima per il capitano perch gli aveva saputo dire con precisione uno dei luoghi di ritrovo dei capi di Cosa Nostra. Egli attiv immediatamente i suoi uomini e quella notte stessa Linux e Fellini, con il supporto del gruppo, si diressero alla macelleria per seminare un po' delle loro cimici. Viaggiavano su un Iveco, capace di toccare i centotrenta chilometri all'ora. Era stato attrezzato come uno studio televisivo mobile, con registratori, monitor riceventi e microfoni per poter comunicare con gli operatori che agivano all'esterno.
Arrivarono in prossimit della macelleria poco dopo mezzanotte. Il negozio si trovava in un isolato di antiche casette a un solo piano sovrastate, dall'altro lato della strada, da grattacieli di undici piani, tipico esempio della mostruosit del sacco edilizio di Palermo. Sagittario parcheggi il furgone poco distante dalla bottega. Fellini e Linux, con due borsoni pieni di attrezzature, scivolarono fuori dallo sportello scorrevole. Anche Maradona usc e si posizion dall'altro lato della piazza per sorvegliare il furgone. Amleto, Sagittario e il giovane Donchisciotte erano rimasti all'interno per controllare il funzionamento dei collegamenti con le apparecchiature esterne. Il capitano e il maresciallo Fregoli, collegati con i radio microfoni, li seguivano dal magazzino della caserma.
La macelleria aveva un'entrata principale sul corso - chiusa da una saracinesca dipinta di rosso su cui era scritto, con una vernice nera, Lasciare libero il passaggio - e una secondaria, cui si accedeva da un cortiletto interno. I due incursori optarono naturalmente per l'ingresso di servizio.
Il cortile era deserto. Linux si avvicin al portoncino e studi la serratura. Si trattava di una semplice chiusura di tipo Yale. Estrasse dalla borsa un paio di spiedini d'acciaio, li introdusse nella serratura, manovr qualche secondo, poi si sent scattare la molla del chiavistello e la porta si apr. Fellini ogni volta restava sbalordito dall'abilit di Linux.
Ma nun potevi fa' er ladro? Sai i sordi che facevi?, gli sussurr il romano.
Entrarono nella stanza. Con le torce elettriche sventagliarono i fasci luminosi sulle pareti, per rendersi conto della geografia del locale. Al centro si trovava un tavolino quadrato e intorno c'erano delle sedie. Nella parete posteriore una doppia porta: sicuramente conduceva al negozio. Ma anche sulla parete di destra c'era una porta. Forse era il magazzino. Dall'altro lato un lettino: a dire il vero, pi una cuccia di fortuna che un vero e proprio letto. Accanto, c'era un armadietto che provarono ad aprire, ma era chiuso a chiave. Al soffitto era fissato un verricello elettrico da cui scendeva una catena. Al centro pendeva una lampada, simile a quelle delle cucine di tutto il mondo civile.
Fellini la indic a Linux: Io metto l la telecamera.
Il collega approv. Ora doveva trovare un nascondiglio per il suo microfono. Mentre Fellini si era subito attivato, svitando il portalampada per inserire la microtelecamera, Linux continu a perlustrare la stanza alla ricerca di un buco dove nascondere il suo ricevitore. Non trov di meglio che una delle prese elettriche. Estrasse l'interruttore della lampada centrale e inser una microspia direzionale.
Nel frattempo, Fellini aveva messo il trasmettitore a onde radio e la microcamera nello zoccolo dove si avvitava una delle due lampade del diffusore. Qui Fellini. Donchisciotte, dovresti essere collegato alla telecamera, ci vedi?, disse Fellini parlando nel radiomicrofono.
Nel furgone, il ragazzo cerc il segnale radio, ma il monitor continuava a rimandare uno sfarfallio per l'assenza di sintonia. Qui Donchisciotte. Guarda che non si vede niente. Hai fatto partire l'alimentatore?.
Fellini dovette smontare di nuovo lo zoccolo per controllare che il contatto tra la microcamera e le batterie fosse in funzione. Riposizion i morsetti elettrici e richiuse il tutto.
Donchisciotte, va meglio ora?, domand speranzoso Fellini.
Sul monitor dell'Iveco comparve la stanza e il viso di Fellini. Lo sai che sei proprio fotogenico?, scherz Donchisciotte, battendo con soddisfazione la spalla di Amleto. A che punto  Linux con l'audio?
Sta completando i collegamenti.
Maradona si era acceso una sigaretta, ma dovette spengerla subito e nascondersi nell'oscurit di un portone perch una macchina di grossa cilindrata si era fermata proprio davanti alla saracinesca della macelleria. A bordo vide tre persone. Attraverso il radiomicrofono lanci l'allarme ai colleghi. Attenzione. C' un'auto con tre persone davanti alla bottega. Non fate rumore. Si tratta di due uomini e una donna. Anzi, due uomini e una mignotta.
Cosa stanno facendo?, s'inform Amleto.
Sembrano su di giri. Sono scesi. A questa distanza non li distinguo. Uno  anziano, ben piazzato. Attenzione, si sta dirigendo verso la saracinesca. La apre. Attenzione dentro. Linux, Fellini, nascondetevi!, disse allarmato Maradona.
I colleghi sentirono sollevarsi la saracinesca e poco dopo nel negozio udirono alcune voci. Linux, nel retrobottega, stava finendo di avvitare l'interruttore. Fellini gli faceva cenno di sbrigarsi. Afferr la sua borsa e si diresse verso la porta laterale. Le voci si avvicinavano alla porta a doppia anta. Erano allegre. La donna sembrava ubriaca. Si udivano brani di conversazione: Ti piacer...  una sorpresa... poi ci ringrazierai....
Fellini apr la porta laterale. Si ritrov in un vero e proprio magazzino stracolmo di cianfrusaglie: c'erano valigie, un divano, tendaggi, catene, corde, roba che c'entrava poco con una macelleria. Linux stava completando febbrilmente la sua opera, quando sent la maniglia cigolare. Raccolse i suoi strumenti e la borsa e s'infil nello sgabuzzino nell'istante esatto in cui Giacomo Vitrano spalanc le porte del retrobottega. Una donna, fasciata in una minigonna, con una elegante maglietta ricoperta di lustrini a v che mostrava le sue forme abbondanti, era abbracciata a un giovane, Rodolfo, il figlio del capomafia.
La donna straparlava e rideva a ogni sua battuta, mentre padre e figlio la lasciavano fare, indaffarati com'erano a carezzarle le cosce e i seni.
Non mi  mai capitato di farlo con padre e figlio...  questa la sorpresa che mi volevate fare, vero?, diceva distribuendo baci ora all'uno e ora all'altro.
Veramente la sorpresa  un'altra, le rispose il padre con voce untuosa mentre il figlio estraeva dalla tasca del giubbotto una bottiglia di grappa. Blocc la donna per le spalle e le infil tra la labbra la bottiglia, facendole ingurgitare un lungo sorso di alcol.
Linux avvicin la bocca al suo microfono e con un filo di voce chiese ai compagni nel furgone:  in funzione il microfono?.
Donchisciotte, dall'Iveco, rispose: Stiamo vedendo e ascoltando tutto perfettamente. Ho collegato anche il capitano alla microcamera, anche lui vi sta seguendo dalla caserma. Bravi ragazzi, ottimo lavoro.
La voce del capitano filtr negli auricolari della squadra. Qui Orlando. Fellini, nella stanza dove vi trovate non c' una finestra da dove potete andar via?
Negativo.  uno sgabuzzino. Non ci sono aperture, rispose sussurrando il romano.
E allora non muovetevi. Maradona, Amleto, Donchisciotte, pronti a entrare in azione, se si mette male per Linux e Fellini. Ma soltanto quando lo dir io.
Nel monitor le immagini mostravano il giovane Rodolfo Vitrano che aveva cominciato a togliere minigonna e maglietta alla donna, mentre il padre si accontentava di guardare le contorsioni erotiche dei due. Il giovane spinse la donna sul lettino e, senza neppure togliersi del tutto i pantaloni, le si adagi sopra cercando goffamente di penetrarla. Il padre era eccitato, e sfogava la sua impotenza cercando di dirigere la performance del figlio. Falla girare, prendila da dietro, gli suggeriva ansimando.
Ma il giovane, disturbato dalla invadenza del genitore, gli url: Cazzo, lasciami in pace!. Cercava di concludere, ma evidentemente la presenza paterna non lo aiutava. Tent di nuovo con rabbia la giusta via. Si aiut con l'indice, ma ormai il momento magico era passato.
Il padre allora, assistendo al fallimento del figlio, esclam: Vaffanculo!. E si diresse verso la porta laterale del retrobottega, dov'erano nascosti i due poliziotti.
Donchisciotte avvis i compagni: Attenti, sta arrivando. Tenetevi pronti! Entriamo in azione, capitano?.
La voce di Orlando si sovrappose alla sua: Ragazzi, nascondetevi. Altrimenti tutta l'operazione va a puttane!.
Fellini e Linux si guardarono smarriti. Diedero un'occhiata allo sgabuzzino con la poca luce che filtrava da sotto la porta e, scorgendo il divano, si nascosero dietro la spalliera, dimenticando a terra le borse.
Un istante dopo la porta si apr. Giacomo Vitrano si era sfilato la camicia ed era rimasto a torso nudo... Inciamp sulla borsa di Fellini, le diede un calcio e prosegu avvicinandosi a una valigia di cuoio nero. L'apr, frug all'interno ed estrasse un gigantesco fallo di legno che lasci senza fiato i poliziotti ai monitor.
Vitrano, impugnandolo come un pugnale, torn nel retrobottega, lasciando la porta dello sgabuzzino aperta.
Il figlio era ancora alle prese con il suo membro che non ne voleva sapere di fare il proprio dovere. Il padre lo scost con violenza e si gett sulla donna che, ubriaca, continuava a ridere e a prendere in giro i due amanti.
Il mafioso cerc un brivido sulla pelle liscia dei seni della donna sfiorandola con il suo torace nudo, ma il brivido non arriv. Con la mano libera le strinse un capezzolo fino a farle male e con le labbra le morse l'altro. La donna si ribell, ma lui le diede con forza uno schiaffo che quasi la tramort. Lei tent di divincolarsi. Tienila ferma. Bloccala!, url al figlio, che ubbid meccanicamente all'ordine del padre. Maledetta puttana!, grid e nello stesso tempo, con la mano che impugnava il fallo, tent di penetrarla. Allarga le gambe! Puttana! Allargale!. Cos dicendo la trafisse pensando di volerle dare piacere. Ma il dolore fu intenso perch l'arnese era troppo grande. L'uomo, nella speranza di avere un minimo di soddisfazione, nel sentirla gemere, continuava a spingere in alto il fallo, senza fermarsi. La donna mand un urlo disperato.
Nella stanzetta, dietro il divano, Fellini mand un messaggio al capitano: Orlando, la sta ammazzando. Interveniamo?.
Lui non ebbe indecisioni: Fermi! Fermi dovete stare!.
Ma comandante..., Fellini era infuriato, ci nonostante si trattenne. L'amico Linux gli fece cenno di calmarsi.
Giacomo Vitrano era ormai fuori di s. Continuava ad agitare il fallo ma la donna era ormai svenuta, in una pozza di sangue. Il figlio grid: Pap fermati! Smettila!, gli and alle spalle e lo sollev di peso. L'uomo, ormai impazzito, lo respinse e prov a colpirlo con un pugno. Il ragazzo lo schiv e a sua volta lo centr in pieno viso tramortendolo. Il padre si pieg su se stesso con le mani che coprivano il volto, un po' per la vergogna, un po' per lenire il dolore.
Il giovane Vitrano si avvicin alla donna. La visione fu raccapricciante. Il letto e il pavimento erano inondati di sangue. Tra le gambe della donna quello strumento sembrava una terza gamba. Lo estrasse lentamente dal corpo. Tent di rianimarla, ma lei non dava pi segni di vita.
Nel furgone, Amleto, Donchisciotte e Sagittario avevano assistito alla scena annichiliti. Nessuno dei tre osava parlare. Quello che avevano visto e l'ordine del capitano li avevano umiliati. Videro il ragazzo scuotere il padre, ma il vecchio Vitrano non si muoveva. Allora il figlio si chin sul petto della donna per ascoltarle il cuore. Poi lo videro alzarsi, distrutto dalla disperazione. Il padre sembr scuotersi, si sollev anche lui e si diresse nello sgabuzzino da dove torn con una coperta. I due Vitrano avvolsero il cadavere, il pi giovane la caric sulle spalle e, preceduto dal padre, la port fuori dalla macelleria.
Maradona, appostato a un centinaio di metri dalla bottega, vide la scena. Qui Maradona. Stanno uscendo con un fagotto. Aprono il bagagliaio. Ma che fine ha fatto la donna?
 nel fagotto, gli rispose sconsolato Donchisciotte. L'hanno ammazzata.
Il padre abbass la saracinesca e raggiunse il figlio che stava richiudendo il cofano. Andiamo. Domani far ripulire tutto da Ciro. Nessuno si accorger della scomparsa di questa cagna, concluse.
Quando sentirono il rombo della macchina allontanarsi, Fellini e Linux emersero da dietro il provvidenziale divano. Il romano raccolse la borsa con le microcamere e usc dal retro del negozio.
L'altro, prima di andarsene, sollev la chiusura della valigia di cuoio nero. Nell'interno c'era un intero sexy shop: vibratori, falli di tutte le dimensioni e materiali, strani aggeggi colorati con lampadine, frustini, maschere di cuoio e decine di altri gadget per pervertiti. I due Vitrano si davano da fare, ma a quanto aveva visto con scarsi risultati. Anche Linux raggiunse poco dopo i suoi colleghi nel furgone. Maradona gli and incontro. Ma si pu sapere cosa  successo?, domand, ignaro di tutto.
Una cosa che non mi  piaciuta affatto, esclam Linux. Oggi mi sono sentito come uno di Cosa Nostra ed  una strana sensazione... ho capito che il confine tra l'essere mafiosi e fare gli sbirri  veramente sottile.

12. Una vita borderline.

La base del capitano Orlando era in piena attivit. Tre postazioni riceventi lavoravano ventiquattro ore al giorno. Una controllava la macelleria dei Vitrano. La seconda, un cantiere edile che era stato segnalato come appartenente a un capo di una famiglia di San Lorenzo. La terza, un ufficio di una sala corse all'Uditore.
Fellini, di ritorno dalla missione alla macelleria dei Vitrano, volle incontrare il capitano. Dopo ogni operazione, il capo gruppo aveva il compito di redigere un rapporto che doveva essere sottoscritto dagli altri componenti della squadra. Il capo della missione era Sagittario. Questi, secondo il regolamento, consegn al capitano una relazione che per il romano non aveva voluto sottoscrivere. Orlando aveva intuito che c'era aria di fronda e la mattina successiva all'operazione decise di affrontare Fellini.
Cosa c' che non va nel rapporto del brigadiere? Perch non l'hai voluto firmare?, gli domand alla presenza degli altri compagni.
Non ha scritto tutta la verit, fu la risposta pronta del romano.
Mi vuoi dare del bugiardo, ora?, fece risentito Sagittario.
Quel rapporto racconta solo una parte di ci  successo.  incompleto, se posso permettermi, il tono di Fellini era rispettoso, ma deciso.
Ma, pezzo d'imbecille, vuoi insegnarmi come si scrive un rapporto?, continu stizzito il brigadiere.
Calmati! Lasciamolo parlare. Coraggio, fuori il rospo!, ordin Orlando.
Ieri notte  morta una donna e noi potevamo salvarla. Ecco il rospo, capitano. Non abbiamo mosso un dito per fermare quell'indemoniato. Ci siamo resi complici di un omicidio!. Quelle parole calarono come una mannaia sulle loro teste. Non siamo molto differenti da quegli assassini! Lei doveva ordinarci di entrare in azione. E invece ci ha detto di stare fermi. Di non muoverci.
Piano, un momento, il capitano tent di placare la reazione degli altri. Poi si avvicin a Fellini. Non dire fesserie. Noi non siamo certo responsabili delle azioni di quel pazzo. Non potevamo prevederle. Io non vedevo cosa stava facendo. Per me era di fondamentale importanza portare a termine l'operazione. Se poi c' stato quell'increscioso intermezzo, non  colpa n mia, n vostra. Questa  una guerra, dovete mettervelo bene in testa. E dobbiamo essere pi figli di puttana di loro, se vogliamo vincerla. Guardatevi intorno: non ci sono scrivanie. Non ho un ufficio, mi appoggio dove trovo una sedia libera. Noi non portiamo cravatte o divisa. Perch dobbiamo lavorare in modo diverso da come  stato fatto finora. Dobbiamo avere una mentalit nuova, diversa da quella a cui eravamo abituati. Stiamo facendo la guerra alla mafia, anzi alla Cupola di Cosa Nostra. Quella  gente che non scherza, l'avete visto. Quando decidono di ammazzare, perch gli diamo fastidio, lo fanno senza indugi. Ecco perch dobbiamo lavorare nel segreto pi assoluto. Ma mettetevi bene in testa che noi non siamo come loro.  vero, potr accadere qualche incidente come quello di stanotte, per dobbiamo considerarlo un danno collaterale, non la regola. Loro uccidono, noi arrestiamo. La differenza  sostanziale.
Gli uomini lo ascoltavano in silenzio, con la testa bassa. Fellini per sembrava fermo sulle sue posizioni. Capitano, io ieri sera mi sono sentito un assassino. Ho dei valori, per questo mi sono arruolato nell'Arma. Sento che quel confine, ieri notte, l'abbiamo superato... e siamo diventati come loro.
Mi dispiace che la pensi cos, Fellini. Ti fai troppi scrupoli. Io ho bisogno di combattenti, di gente che nel momento cruciale non si tiri indietro, con il rischio di far naufragare il lavoro di venti persone. O, peggio ancora, mettere in pericolo la vita di qualcuno di noi. Ho la responsabilit di riportare a casa i miei uomini sani e salvi. Te lo ripeto, stiamo combattendo una guerra tutta nostra e non voglio caduti sulla coscienza. Perci ti chiedo di ritirarti, se non te la senti. Nessuno ti criticher.  una scelta e va rispettata. Ricordati, per, che sei tenuto al massimo riserbo sulla nostra squadra. Penser io a trovare una giustificazione al Comando per il tuo ritiro.
Pu contare sul mio assoluto silenzio, capitano. L'agente lo salut militarmente. Il capitano e gli altri compagni risposero, guardando con dispiacere Fellini che si allontanava con aria mesta dopo aver raccolto i suoi effetti personali.

Nel breve volgere di qualche giorno, grazie alle confessioni dei pentiti, la squadra del capitano impiant microfoni e microcamere in altri quattro ambienti sospetti di essere frequentati dai capiclan. Uno era un bar della Kalsa, il secondo una sala biliardo del centro di Palermo, gli altri, due locali in periferia.
Ma quello che segn il loro primo successo fu proprio il retrobottega della macelleria della famiglia Vitrano. La riunione dei capimandamento avvenne due giorni dopo l'omicidio della prostituta. Linux, addetto al rilevamento, fece chiamare immediatamente il capitano Orlando, quando comprese che nel retrobottega stava per iniziare un summit tra i boss del quartiere. Erano entrati per primi Giacomo Vitrano, seguito dal figlio Rodolfo, insieme a Giovanni Bova. I loro identikit erano appesi al tabellone e Linux identific immediatamente Bova come il braccio destro di Saro Rano. Poco dopo, entrando dal retro, arriv Antonino Cascio. Anche lui era conosciuto dal gruppo dei carabinieri perch pregiudicato.
Gli uomini del gruppo si erano radunati alle spalle di Linux e del capitano, che avevano preso posto ai lati dell'operatore, davanti al monitor. Il sonoro era ottimo e la visione, dall'alto del lampadario, riusciva a prendere oltre al tavolino, gran parte della stanza. Fellini ha fatto un grande lavoro, comment Linux. Si vede tutto.
Hai cominciato a registrare?, domand Orlando.
Certamente, rispose Linux.
Nel monitor videro arrivare un altro personaggio. Tutti lo riconobbero:  Vito Pergolizzi!.
Lo sapevamo da sempre che era uno legato ai corleonesi, disse il capitano, senza scomporsi.
I convenuti si sedettero attorno al tavolo del retrobottega, cominciando a discutere. Ma un rumore alle loro spalle li interruppe. Tutti si voltarono e nell'inquadratura entr un ultimo convocato. Si sistem accanto agli altri. Orlando, nel vederlo, ebbe un sussulto e Linux se ne accorse.
Chi ? Lo conosce?.
Il capitano si avvicin al monitor, come per scrutare meglio il viso dell'uomo. Certo.  Ferruccio Carnevali. Un poliziotto. Anni fa  stato il capo della mobile di Palermo.  la talpa che cercavamo!.
Pezz'i mierdda!, esclam Donchisciotte.
Silenzio, stanno parlando!, disse Linux, zittendo le colorite espressioni dei compagni contro il collega venduto.
Balduccio De Cataldo  passato anche lui con gli sbirri, annunci Carnevali, l'ex capo della mobile. Sta cantando pi di un merlo. E ha parlato anche di questa macelleria.  meglio non usarla pi per le riunioni. Sicuramente la metteranno sotto controllo, aspettando il momento buono per una retata.
Ne sei sicuro?, chiese ingenuamente Giacomo Vitrano.
Ho assistito personalmente a una riunione tra funzionari della polizia e ufficiali dei carabinieri. Questo posto  bruciato,  inutile insistere. Ogni indizio per la polizia  oro colato perch non hanno niente tra le mani. Le uniche tracce gliele forniscono quei cornuti dei pentiti.
Il capitano Orlando si precipit al telefono e chiam il suo comandante, Mario Landi.
Colonnello, stiamo registrando una riunione tra capimafia nella macelleria dei Vitrano. Potremo prendere in un colpo solo Vito Pergolizzi e la talpa della Questura. Si tenga forte, colonnello... la talpa  Ferruccio Carnevali. S proprio lui, l'ex capo della squadra mobile. Lo abbiamo incastrato finalmente. Ci sono anche Antonino Cascio e Giovanni Bova, il braccio destro di Rano. Non ce li possiamo far scappare. Dovete intervenire immediatamente. La riunione  appena iniziata.
Attacc e per la prima volta i suoi uomini videro l'ombra di un sorriso sul suo viso di pietra.

Quella stessa sera i telegiornali riportarono il successo della retata effettuata dai carabinieri nel covo della famiglia Vitrano. I giornalisti non parlarono di Antonino Cascio, l'unico del gruppo che nella confusione era riuscito a filtrare tra le maglie dei carabinieri e a scappare. L'attenzione dei cronisti fu assorbita completamente dalla cattura della talpa della questura: il commissario Ferruccio Carnevali. La notizia fece scalpore nel resto della nazione, soprattutto per via della cattura di Carnevali. Il poliziotto era molto conosciuto per aver effettuato alcune memorabili operazioni contro la mafia all'inizio degli anni Ottanta.
Il suo arresto fece scalpore e impression gli amici, i colleghi e tutti quei cittadini che ancora avevano fiducia nelle istituzioni. Sapere che un funzionario di quello spessore e con un curriculum di tutto rispetto era un associato a Cosa Nostra faceva crollare ogni speranza di riscatto. Carnevali si difese dicendo che si trovava a quella riunione come infiltrato, ma nessuno volle dargli credito: non esisteva alcun riscontro in questura.
Quando Saro Rano vide il suo pi stretto collaboratore, Giovanni Bova, sfilare davanti alle telecamere con i ferri ai polsi, fece una delle sue leggendarie sfuriate. Se la prese con i pentiti, giur di sterminare tutta la famiglia di Balduccio De Cataldo: quella serpe lo aveva morso a tradimento, dopo tutto il bene che lui gli aveva fatto, sin da quando lo aveva tirato fuori dal porcile in cui l'aveva messo suo padre. E gli aveva pure fatto guadagnare una barca di soldi, come non si sarebbe sognato mai in vita sua. Saro, con la bava alla bocca, sfog il suo rancore: si sentiva impotente perch non poteva passare immediatamente all'azione.
Convoc Aldo Santaniello e gli amici fidati dell'Uditore, Fred Scalia e Filippo Cusimano, coloro che proteggevano la sua latitanza nel lussuoso comprensorio di via Nicol Mineo.
Quando arrivarono, era quasi mezzanotte. Saro Rano aveva avuto tutto il tempo per sfogare la sua ira, ma era ancora profondamente amareggiato. La pressione alta lo faceva sudare e si asciugava con un fazzoletto a quadri la fronte e le grosse, flaccide guance.
Lo trovarono al centro del salone, su una poltrona con l'alta spalliera intarsiata in legno che la faceva somigliare a un trono. Ninetta, la moglie, aveva tentato di consolarlo, ma sapeva che in certi momenti era inutile parlargli: non ascoltava nessuno, se non i suoi pensieri di morte e distruzione. Appena i tre entrarono nel salone, lei si alz, port un vassoio con un bricco di caff e liquori vari. Li poggi al centro del tavolino. Servitevi pure. Con la scusa di andare a sistemare la cucina, usc e li lasci soli.
Avete visto il telegiornale? Sapete chi  l'aricchiuni che ha portato i carabinieri dai Vitrano?, domand rabbioso Saro.
Tu lo sai?, chiese Santaniello.
S che lo so. Me lo ha detto Carnevali, il commissario.  Balduccio. Proprio lui, quel curnutu!.
De Cataldo!, esclamarono increduli Fred Scalia e Filippo Cusimano.
Fa il pentito!, prosegu Saro. Dopo tutto quello che ho fatto per lui. Ma io so perch. Si  montato la testa quando ha fatto da reggente per Bova. Il potere, una volta che lo assaggi,  come il miele: non ne puoi fare pi a meno. Io gli avevo promesso un mandamento. Ma poi lui si  messo con quella puttana. Si  preso l'amante. E tiene una moglie e due figli. Glielo avevo detto: cos non diventerai mai un capo neppure tra mille anni. E lui con quella puttana ci  andato a fare anche un figlio. Maledetto testa i minchia. Prosegu quella litania per una buona mezz'ora e nessuno dei presenti os interromperlo. Il commissario mi ha detto qualche giorno fa che  operativo a Palermo un nuovo reparto di carabinieri.  un gruppo segretissimo. Ma lui sa dove si trova la loro base.  nella caserma del comando provinciale dei carabinieri. Il loro comandante si fa chiamare Orlando. Anche gli altri carabinieri del reparto hanno nomi di battaglia. Peccato che Ferruccio Carnevali  stato arrestato, perch mi aveva promesso che entro qualche giorno mi avrebbe fatto sapere i veri nomi di capi e agenti. Dobbiamo trovare questo Orlando, poi sequestrarlo e farlo parlare. Poi penseremo a mettere a posto lui e i suoi.
Come facciamo a identificarlo?, domand Fred Scalia.
In quella caserma abbiamo pi di un amico. Promettetegli un mucchio di soldi. Voglio quel capitano vivo. Prima lo far parlare e poi lo ammazzer con le mie mani.

13. Il patto scellerato.

La retata alla macelleria dei Vitrano venne considerata la prima autentica vittoria del gruppo del capitano Orlando. Fu festeggiata con un brindisi nella sala operativa della caserma di via Mura di San Vito. Ma tutti erano coscienti che, se avevano vinto una battaglia, la guerra da combattere era ancora lunga e incerta.
La squadra non allent il ritmo delle ricezioni audiovideo, delle battute sul territorio, degli appostamenti con il furgone, nella speranza di imbattersi prima o poi in qualcuno dei pezzi da novanta.
I loro sforzi furono premiati e la fortuna arrise ad Amleto e Maradona. Una sera, dopo cinque ore trascorse a girovagare per le strade della zona Guadagna, avevano deciso di tornarsene in caserma quando Amleto riconobbe Antonino Cascio, l'unico mafioso che era riuscito a sottrarsi alla cattura nel blitz alla macelleria dei Vitrano.
Lo indic a Maradona. Guarda l.  Cascio.  lui, ne sono sicuro.
Maradona stent a riconoscerlo, ma alla fine convenne che poteva essere proprio Cascio.
Si divisero e lo seguirono a distanza. Poco dopo lo videro entrare in uno dei palazzoni da undici piani. L'ascensore arriv all'ultimo. Controllarono sulla cassetta della posta i cognomi degli inquilini di quegli appartamenti. Li annotarono su un taccuino. Ma una delle cassette era contrassegnata soltanto da un numero.
Il 33  senza nome, disse Amleto.
Andiamo a riferirlo al capitano, decise Maradona.
Orlando ordin dei turni di guardia. La mattina successiva Antonino Cascio usc dal portone e, mentre due del gruppo lo pedinavano, Linux e Sagittario s'introdussero nell'appartamento contrassegnato con il numero 33, installando nelle stanze cimici e microcamere.
Il furgone stazionava non lontano dal palazzo e ci rimase per quattro settimane. Per l'intero periodo il gruppo si altern in turni di sei ore. Ma durante un appostamento i minuti sono lunghi come ore, si rischia di stordirsi di noia e magari di non accorgersi di una frase o di un gesto importante. Per fortuna, con la sua parlantina Cascio riusciva a tenere viva la loro attenzione. Trascorreva gran parte del pomeriggio all'interno della mansarda e spesso gli faceva compagnia un vecchio amico di Bagheria, Aldo Santaniello.
Quando c'era lui, Cascio diventava un'enciclopedia vivente di Cosa Nostra. Conosceva ogni particolare di ci che accadeva nel mandamento di San Giuseppe Jato, e in generale di Palermo. Parlava degli appalti, del racket delle tangenti, con nomi e cifre, raccontava i pettegolezzi delle famiglie e le liti interne tra alcuni componenti dei clan, i contatti con le altre famiglie mafiose, specialmente con quelle di Catania. Sembrava un fiume in piena e spesso Santaniello si assopiva sul divano del salotto, non riuscendo a seguire i suoi tortuosi ragionamenti. E mentre chiacchierava, nel furgone parcheggiato fuori del portone, i volontari del capitano Orlando appuntavano informazioni preziose che poi riportavano scrupolosamente nei loro rapporti.
In uno dei lunghi pomeriggi da latitanti, Cascio fece riferimento a misteriosi personaggi esterni a Cosa Nostra. Nelle trascrizioni si leggeva: Ormai non siamo pi noi a governare Cosa Nostra, diceva.
Gente pericolosa sono, rispondeva Santaniello.
L'altro riprendeva: Noi non abbiamo pi un reggente che ci comanda, abbiamo un pupo al suo posto ed  Rano. I pupari sono altri. Ora sono iddi che ci dicono cosa dobbiamo fare.
Chi saranno?, s'interrogava Amleto.
Nella registrazione di un altro pomeriggio, Cascio parlava anche del massacro del giudice Battaglia. Nel ventre saturo di fumo di sigarette dell'Iveco, Linux e Donchisciotte si fecero pi attenti.
I due mafiosi stavano guardando in televisione Colpo Grosso, sbracati sul divano con una bottiglia di birra in mano, quando Antonino Cascio indic il nuovo concorrente all'amico. Niii, guarda l sembra Augusto. Ma  lui.  proprio lui!.
Chi  Augusto?, domand annoiato Santaniello, anche se non gliene fregava niente saperlo, tanto non lo conosceva.
Ma come,  il capo dell'officina dove abbiamo imbottito la macchina prima dell'attentato. Ma guarda quel figghiu ri buttana che fine ha fatto! Sta a Colpo Grosso con tutte quelle sucaminchie.
Hai sentito?, domand Linux a Donchisciotte. Abbiamo beccato uno del commando della strage del giudice Battaglia!.
Avviso immediatamente Orlando, fece Donchisciotte.
Venuto a conoscenza dell'importante rivelazione, il capitano attiv tutti gli uomini a sua disposizione. Fece seguire gli spostamenti dei due. Registrarono l'incontro tra Aldo Santaniello e un certo Fred Scalia, un boss dell'Uditore. E lo seguirono per identificarne l'abitazione. Lo videro entrare in un comprensorio di ville in via Nicol Mineo.
Dal registro del catasto, il capitano fece analizzare tutti i proprietari delle abitazioni. Salt fuori che due delle ville appartenevano alla famiglia Cusimano, i costruttori che in passato erano stati accusati di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Orlando ordin di piazzare il furgone davanti all'uscita del comprensorio e di seguire Fred Scalia e Filippo Cusimano, il patriarca della famiglia.
La mattina successiva, la telecamera piazzata davanti al cancello del comprensorio, riprese l'uscita di un'utilitaria.
Eccolo, sta uscendo.  Scalia, avvert Amleto.
Il maresciallo Fregoli, che stava bevendo un caff fumante, moll la tazza e si avvicin al monitor. C' una donna con lui, osserv. Hai potuto inquadrare la targa?
L'ho gi trascritta. Amleto gli mostr l'appunto.
Il maresciallo afferr il foglio. La trasmetto al capitano. Magari qualcuno dei nostri riesce a incrociarli. Chiam il comando. Comunic a Orlando la targa della macchina. Il capitano a sua volta trasmise il messaggio a tutte le squadre operative in citt. Ordin di non fermarla per nessun motivo, ma di seguirla: li avrebbe portati al nano, come definiva con disprezzo Saro Rano.

Nel frattempo, Piddu 'u Tignusu fu raggiunto nel suo covo, alla periferia di Palermo, da Onofrio Carollo, uno dei suoi pi stretti collaboratori. Il picciotto era stato avvicinato dal signor Franco, che gli aveva chiesto di poter incontrare il suo boss.
Come ci possiamo fidare?  sempre uno sbirro, domand sospettoso Piddu.
 uno sbirro molto particolare. Fino a oggi non mi ha mai dato fregature.
Incontriamoci in un campo neutro, allora. Cerca un posto sicuro da cui, al momento giusto, possiamo ritirarci senza lasciarci la pelle.
Onofrio Carollo fece un sopralluogo al faro di San Vito Lo Capo. Era una lingua di terra, che si protendeva sul mare, subito dopo il porticciolo di San Vito, piatta come il tavolo di un biliardo. Un'automobile poteva essere segnalata a chilometri di distanza.
Carollo pens alla via di fuga mediante un motoscafo d'altura, ormeggiato nelle vicinanze del faro. Se il signor Franco li avesse traditi, avevano tutto il tempo di salire sull'imbarcazione e scomparire in una delle numerose calette della vicina riserva naturale.
Parl con il responsabile del faro, Jorio, un suo giovane amico che aveva ereditato il lavoro dal padre. Il faro non aveva pi bisogno di una manutenzione costante, ma era necessario che un guardiano ne controllasse l'ordinaria attivit. Il ragazzo fu felice di assentarsi per una mezza giornata dal suo lavoro: ne avrebbe approfittato per andare in paese a trovare la sorella.
Carollo stabil il giorno dell'incontro e il signor Franco accett le condizioni. Lui stesso l'avrebbe condotto a destinazione con la sua auto.
Lo perquis per accertarsi che non avesse addosso rilevatori ambientali, poi all'ultimo momento, per estrema sicurezza, rinunci a usare la propria automobile e chiese a un amico di prestargli la sua utilitaria, ideale per passare inosservati.
Jorio pot cos concedersi una brevissima vacanza, approfittandone per abbracciare i suoi nipotini.
'U Tignusu arriv al faro un'ora prima dell'appuntamento. Era molto meticoloso e voleva accertarsi che Onofrio avesse organizzato ogni dettaglio con scrupolo. Prima di tutto, verific che il motoscafo fosse ormeggiato dove aveva indicato Carollo. Controll il livello del carburante. Anche Piddu non si fidava di nessuno, per questo gli amici lo chiamavano con il soprannome di 'u Tignusu.
Vide in lontananza una nuvola di polvere. Stava arrivando una Ford Fiesta. Grazie a un binocolo pot riconoscere la sagoma di Onofrio. Accanto a lui c'era il famoso signor Franco. Lo aveva sentito nominare cento volte, ma non lo aveva mai incontrato personalmente. Era curioso di conoscere quale proposta volesse fargli.
La sua faccia era indimenticabile. Faceva paura a vederlo, con le guance devastate dal vaiolo, il cranio pelato e un ghigno da ergastolano della Cajenna. I due si strinsero la mano ed entrarono nella sala centrale del faro, mentre Onofrio rimase fuori dalla porta, a guardia dell'incontro.
I due restarono in piedi a squadrarsi in silenzio per alcuni secondi. Poi fu il signor Franco a rompere per primo la naturale diffidenza. La ringrazio per aver accettato di vedermi.
Mi chiami pure Piddu, come tutti gli amici, ribatt 'u Tignusu, con il suo solito tono accomodante.
Il butterato capt una nota di disponibilit e si rilass: Bene, Piddu. tutti mi conoscono come il signor Franco e vorrei continuare a mantenere l'anonimato, se non le dispiace. In questo momento rappresento alcuni gruppi molto potenti che vorrebbero riportare un po' di ordine in questo nostro dissestato Paese.
'U Tignusu si sedette su una sedia e il suo interlocutore fece altrettanto.
Perch ha voluto vedermi?, domand Piddu.
La questione  molto delicata.  delicata perch le debbo parlare di Saro Rano.... Poi attese una reazione, che per non trapel dall'espressione del viso del suo interlocutore. Continu: Non voglio girarci intorno e sar diretto con lei. Rano sta creando grossi danni all'immagine della nazione. Le persone che ora rappresento sono stanche dei suoi massacri. Stanno pensando di liquidarlo. Naturalmente a lei assicurerebbero anni di tranquilla latitanza, cos da poter governare Cosa Nostra con pi saggezza e tornare a instaurare un equilibrio accettabile alle istituzioni statali. In pratica, ritornare allo status quo dei tempi precedenti al vostro arrivo a Palermo. Cosa ne pensa?.
All'esterno del faro Onofrio Carollo si strinse nel suo cappotto. Il cielo si era annuvolato e minacciava pioggia. In lontananza vide un gregge di pecore che si avvicinava. Due maremmani abbaiavano dirigendo gli animali proprio verso di lui. Pi indietro, scorse il pastore, coperto da un tabarro nero impermeabile con il cappuccio fin sopra la testa.
Onofrio gli and incontro sbracciandosi per fargli capire che si doveva allontanare da l. Era proibito, era una zona del demanio. Ma il pastore continuava ad avanzare preceduto dalle pecore e dalle capre che brucavano ogni filo d'erba e ogni stelo a portata di bocca.
Ti ho detto di portarle via!  vietato!. Carollo aveva ormai raggiunto il pastore e lo aveva colpito al petto per farlo retrocedere. Il cappuccio vol dalla testa e scopr il volto di un vecchio terrorizzato.
Sgran gli occhi e, congiungendo le mani, lo scongiur: Vi prego, padrone, non mi mandate via o quell'uomo ha detto che mi ammazza. Io ho figli ancora piccoli da far crescere. La prego, non mi cacci....
Chi ti ha minacciato?. Onofrio stava cominciando a capire. Si guard intorno, estraendo la pistola dalla cinghia. Il povero pastore, vedendo l'arma, si spavent a morte e si accovacci, come a cercare riparo tra le sue stesse pecore.
Aldo Santaniello era sgusciato da un lato del gregge ed era corso verso la rete di recinzione che circondava il faro, scavalcandola senza difficolt. Si trovava ora nell'area demaniale. Si avvicin all'edificio e scrut all'interno alla ricerca di Piddu.
Dicono che il destino venga scritto nel momento in cui si compie, ma per Aldo Santaniello non fu cos. Il suo destino era stato scritto molto tempo prima, il giorno in cui la sorella di Jorio era convolata a nozze con Arcangelo, proprio il fratello minore di Aldo. Avere il fratellino a cena era un avvenimento, e per questo aveva detto a suo marito di farsi trovare a casa per la cena. Arcangelo avvert a sua volta Aldo, fedelissimo di Saro Rano. E fu cos che questi venne a sapere che Jorio aveva ceduto per la serata il faro a un suo vecchio amico, Onofrio Carollo, per incontrarsi in segreto con un pezzo grosso di Cosa Nostra. In Sicilia, per, spesso i segreti sono come quelli del napoletanissimo Pulcinella.
Saro Rano non si fidava pi di Piddu e aveva istruito i suoi fedeli sodali di stare all'erta su sue eventuali mosse. Quella riunione segreta aveva subito insospettito Aldo Santaniello che si era immediatamente attivato per conoscerne i dettagli...
Intanto Onofrio era in fibrillazione. Temeva per il suo boss. Cerc nel piazzale dove poteva essersi nascosto l'intruso. Non lo aveva visto scavalcare il recinto e quindi non poteva supporre che fosse gi all'interno della zona proibita.
Aldo Santaniello scavalc una delle finestre del pianterreno e si diresse verso le voci che provenivano dal salone centrale. Vide Piddu e il signor Franco seduti intorno al tavolo. Aveva sentito parlare da Rano del butterato, pur non avendolo mai visto di persona. Ma dalla descrizione doveva essere sicuramente lui: non potevano esistere due persone con il viso cos devastato, pi simile a quello di un mostro che di un essere umano.
Con la pistola pronta a sparare usc dal nascondiglio. Piddu lo vide per primo e si alz di scatto dalla sedia.
Allora  vero quello che si dice di te, che te la fai con gli sbirri!, disse l'inviato di Rano.
Santaniello, abbassa quella pistola.  un ordine, il suo tono era come sempre pacato, ma dentro'u Tignusu era sconvolto da una tempesta di emozioni.
Non sei pi in grado di dare ordini a nessuno. Appena Saro sapr quello che stavi organizzando, mi dar una medaglia.
Uno sparo riverber tra le nude pareti del salone. Aldo Santaniello chin lo sguardo e vide sbalordito una chiazza rossa allargarsi al centro del suo petto. Si pieg sulle ginocchia e croll a terra, la faccia sul pavimento. Alle sue spalle Onofrio Carollo, impugnando la pistola ancora fumante, si avvicin all'infiltrato. Con un calcio allontan l'arma dalla sua mano e lo rigir. Santaniello respirava a fatica e, ricacciando l'aria dalla gola, emetteva un rantolo spaventoso. A mano a mano che il sangue riempiva i polmoni, il respiro si fece sempre pi contratto e spasmodico. E quando fin di gemere, ebbe termine anche la sua sofferenza.

14. La resa dei conti.

Palermo, 15 gennaio 1993.

Gli analisti di Orlando avevano accumulato ore e ore di registrazioni video di gente sospetta. Un giorno, il capitano ebbe l'idea di mostrarle a Balduccio De Cataldo, uno degli ultimi pentiti che, dalle dichiarazioni fatte, si era dimostrato attendibile e molto informato sui segreti di Cosa Nostra.
Lo fece trasferire alla loro sede e, dopo i soliti convenevoli, gli chiese di accomodarsi dietro un paravento.
Linux gli mostr i filmati degli ultimi giorni. Doveva cercare di identificare tutti i mafiosi di sua conoscenza. Sul monitor iniziarono a sfilare le immagini riprese negli ambienti sospetti in cui erano state installate le microcamere. Ma anche scene riprese in alcune strade della citt, nelle piazze e davanti ad abitazioni che si pensava ospitassero famiglie mafiose.
Balduccio De Cataldo si concentr per cercare di riconoscere le facce che comparivano per pochi secondi nelle inquadrature. Le scene si susseguivano l'una all'altra senza alcun nesso. E alla lunga, dopo oltre un'ora di visione, prese a sbadigliare dalla noia e a essere pervaso da una specie di sonnolenza.
Ma all'improvviso si sollev dalla poltrona. Chiese a Linux di tornare indietro e di fermare il fotogramma su una macchina che stava uscendo dal comprensorio di ville all'Uditore.
Fece ingrandire l'immagine, osserv attentamente l'uomo al volante e la donna che era seduta accanto. Poi, indicandoli, disse senza alcuna incertezza: Quello  Fred Scalia, l'autista di Saro Rano, e la donna  Ninetta, sua moglie!.
Orlando batt con forza il pugno sul tavolo, fu la sua sola dimostrazione di giubilo.  in trappola!.
I ragazzi lanciarono invece un grido di gioia: dopo mesi di ricerche senza tregua avevano finalmente identificato il covo di Saro Rano.
Ma il capitano smorz gli entusiasmi di tutti. Calma, non ce l'abbiamo ancora nel sacco. Non  detto che viva con la moglie... anche se  molto probabile, con quell'ultima affermazione strapp un sorriso ai suoi uomini. Da oggi turni di ventiquattr'ore davanti al cancello del comprensorio. Portiamo il furgone e due auto civetta.
In quelle stesse ore il signor Franco s'incontr con Mario Landi in uno dei bar del porticciolo turistico della citt. Il colonnello era in borghese, vide l'uomo butterato scendere da un taxi. Per abitudine professionale si guard intorno alla ricerca di qualche individuo sospetto, ma la gente era presa nei propri problemi e nessuno sembrava occuparsi di loro.
Il signor Franco si sedette al tavolino e ordin un caff doppio.
Allora, com' andato l'incontro?, domand il colonnello.
C' stato un fuori programma.
Problemi?
Saro ha capito che Piddu gli sta togliendo la reggenza e ha mandato un killer per farlo fuori. Non riesco a capacitarmi come possa essere venuto a conoscenza del nostro incontro. Evidentemente anche loro hanno talpe da una parte e dall'altra della barricata.
Com' finita?, domand preoccupato il colonnello.
Bene. Il killer  stato ammazzato dalla guardia del corpo di Piddu.
Perfetto. E con 'u Tignusu, hai potuto parlare?
 disposto a darci le coordinate del covo di Rano. Io gli ho promesso che per un po' l'avremmo lasciato in pace. Ma lui ha rilanciato con una nuova richiesta.
Non gli basta la libert?, domand contrariato il colonnello. Cos'altro vuole?
Precise garanzie che i documenti custoditi nella cassaforte di Saro non siano in alcun modo prelevati. Rano ha raccolto quelle carte per rovinare un mucchio di gente. Piddu vuole che siano lasciate al loro posto.
Ma una pretesa del genere  assurda! Saremmo immediatamente tutti inquisiti dal procuratore, se tralasciassimo di perquisire il covo!.
Queste sono le condizioni, signor colonnello.  in attesa di una risposta. Per, se mi permette, consideri che la cattura di Saro Rano sar la notizia dell'anno. Un mafioso del suo calibro, latitante da oltre vent'anni, far un grande scalpore nell'opinione pubblica. Come avvenne con la cattura e la morte del bandito Giuliano. La mancata perquisizione del covo sar considerato un errore di poco conto. Lei e il capitano Orlando sarete acclamati come eroi nazionali.
Piddu ha posto dei limiti di tempo?, domand il colonnello.
Mi ha dato quarantott'ore. Comunque gli ho fatto capire che, se non arriveremo a un accordo, Saro non avr certo piet di lui, come per tanti altri suoi amici.
Bravo!, approv il colonnello. Utilizzer tutte le quarantott'ore, prima di dare una risposta.
In realt il colonnello aveva gi saputo dal capitano Orlando del rifugio della moglie di Saro. Se erano fortunati, era possibile che anche il superboss si nascondesse l. Per scoprirlo, avevano bisogno ancora di qualche giorno. Durante le notti successive aveva predisposto un'incursione nel comprensorio, che per era sorvegliato da agenti privati e da cani da guardia. Non sarebbe stato facile raccogliere prove della sua presenza.
Quarantott'ore erano poche. Se lo prendevano prima di quella scadenza, l'accordo con Piddu era superfluo. Ma se non l'avessero preso, avrebbe dovuto accettare le richieste del mafioso...
Quella notte Linux e Amleto scavalcarono l'inferriata ricoperta di bouganville e installarono due telecamere sui pali della luce, prima di venir presi di mira dai cani da guardia, che misero in allarme i vigilantes.
Fecero appena in tempo ad attivare le microcamere. Poi si precipitarono verso l'inferriata e, districandosi nel cespuglio, la scavalcarono stracciandosi per pantaloni e maglioni. Le spine graffiarono i loro visi e, cos malconci, finalmente tornarono nel ventre del furgone, evitando per un soffio di venire scoperti dagli agenti privati.
Due giorni dopo, per non perdere l'appuntamento con Piddu, il colonnello Landi contatt il signor Franco e gli conferm di accettare tutte le richieste del malvivente.
Questa volta non fu necessario incontrarsi di nuovo. Franco comunic la decisione al figlio di Vito Pergolizzi, che si era messo a disposizione fin dal giorno in cui il padre era stato arrestato dai carabinieri.
Piddu, in cambio dell'immunit, forn agli investigatori il luogo esatto in cui Saro Rano si era nascosto negli ultimi tempi. Corrispondeva al comprensorio tenuto sotto sorveglianza dal capitano Orlando e dai suoi uomini. Ora, per, conoscevano esattamente anche la villa in cui si nascondeva.
Quella sera, il gruppo organizz un piano per invadere la zona e catturare il ricercato. Il capitano non volle chiedere il supporto del reparto mobile dei carabinieri. Era un regolamento di conti tra loro e Rano. Soltanto i suoi agenti, che per tutti quei mesi si erano sacrificati stando lontani dalle famiglie e dai loro affetti, dovevano avere la soddisfazione della cattura del pi pericoloso latitante di tutti i tempi.
La mattina successiva arrivarono davanti al cancello del comprensorio con l'Iveco e le loro auto civetta. Erano pronti al blitz, quando all'improvviso nel monitor del furgone, ripresa da una delle telecamere poste sul palo della luce all'interno del comprensorio, Linux vide l'utilitaria verde bottiglia muoversi verso l'uscita. Chiam immediatamente il capitano. Zoomando l'immagine, riconobbero al volante Fred Scalia e al suo fianco un uomo, corpulento, grasso, con la faccia gonfia e le guance cascanti.
 Saro Rano!, esclam Orlando. Poi nel radiomicrofono grid ai suoi uomini: Saro sta uscendo dal comprensorio sull'utilitaria. Il blitz  annullato. Ripeto, il blitz  annullato. Seguiamo l'auto verde. Dobbiamo improvvisare.
Lasci il microfono e balz fuori dal furgone, dirigendosi verso la sua auto personale, parcheggiata poco distante dal cancello. Il maresciallo Pagano aveva gi acceso il motore ed era pronto per l'inseguimento. Il capitano sal e accese la levetta del radiomicrofono. Ragazzi, le fatiche di questi mesi stanno per concludersi. Stiamo per arrestare Saro Rano.  un giorno memorabile. Io e Sagittario saremo i primi a stargli attaccati al culo. Voi restate vicini. Vi dar le disposizioni volta per volta. Niente cazzate e buona fortuna a tutti.
Qualche istante dopo videro il cancello automatico aprirsi e la macchina verde bottiglia uscire dal comprensorio.
Il capitano le lasci un certo margine, poi ordin al maresciallo di seguirla. Subito la vettura di Maradona, con Donchisciotte al fianco, si mise in moto e dietro part anche quella di Amleto e Sagittario. Linux, al volante dell'Iveco, chiudeva il corteo.
La macchina di Scalia viaggiava a velocit moderata. Costeggi il parco dell'Uditore, poi svolt a sinistra dirigendosi verso la superstrada. Poco dopo avrebbero incrociato piazza Einstein con il cavalcavia che oltrepassa la superstrada, formando una specie di grande ovale per convergere in viale Leonardo da Vinci.
Il capitano, in una frazione di secondo, decise che era il posto giusto per un agguato, e nel microfono ordin: Maradona e Amleto, tra poco arriveremo a piazza Einstein. Voi prendete il cavalcavia dal lato sinistro.
Ma  senso unico, disse Amleto.
Lo so. Andrete in senso contrario. Cercate di evitare i frontali. Suonate con il clacson e mettete fuori dal finestrino un fazzoletto bianco. Noi, insieme al furgone di Linux, continueremo a seguire Saro sulla corsia di destra. Maradona e Amleto, dovete correre alla confluenza dei due cavalcavia e bloccare con le vostre macchine la nostra corsia. Noi da dietro impediremo che possano fare retromarcia. Andate!.
L'auto verde era arrivata nel punto in cui il cavalcavia diverge in due corsie. A sinistra arrivavano le macchine in senso contrario, a destra il flusso correva regolare per scavalcare la superstrada. Scalia imbocc la corsia di destra, mentre Maradona e Amleto con le auto civetta s'infilarono contromano nella corsia di sinistra. Suonarono i clacson a distesa, agitando fuori dal finestrino due pezzi di stoffa bianchi per simulare un'emergenza. Le macchine che venivano in senso opposto inchiodavano con stridenti frenate o si facevano di lato, qualcuno inveiva contro i pazzi al volante delle due vetture.
Saro Rano e Fred Scalia non si erano ancora accorti di essere seguiti, ma quando videro nella corsia opposta il caos provocato dalle due auto che correvano contromano, ebbero un attimo di esitazione.
Ma che cazzo fanno quei due!, esclam sconcertato Fred continuando a guidare.
Saro osserv una delle due auto civetta procedere a tutta velocit e dirigersi verso la confluenza del cavalcavia. Era sorpreso da quella bizzarra manovra. Si gir istintivamente e alle sue spalle vide un'altra vettura e un furgone disposti in parallelo sulla corsia, cos da impedire alle auto dietro di loro di superarli.
Guard di nuovo le due auto che zigzagavano per evitare il flusso di quelle che procedevano in senso contrario. A quel punto, non ebbe pi dubbi: era caduto in una trappola. Fred, accelera, portami via da qui, gli url.
Ma Scalia non fu reattivo quanto il suo capo: Questo bidone non cammina.
Accelera. Via, via!, grid spaventato Saro.
Erano arrivati alla confluenza dei due cavalcavia. Fred fu costretto a una frenata disperata perch di fronte si trov due auto ferme, che ostruivano praticamente l'intera carreggiata. Alle loro spalle sentirono uno stridore di pneumatici. Saro si volt e osserv l'altra macchina che, con un'abile derapata, si mise di traverso alla strada, proprio dietro di loro. A fianco s'arrest poco dopo anche l'Iveco.
I due individui nell'abitacolo dell'auto non avevano facce rassicuranti. Non li conosceva, ma pens a due killer di una famiglia nemica. Saro apr la portiera e, sebbene appesantito nel fisico, tent un'impossibile fuga. Nel frattempo dalle macchine civetta quattro individui, altrettanto minacciosi, si proiettarono come forsennati verso di loro. Due si diressero su Fred Scalia e tutti gli altri su Saro.
Il capomafia era atterrito, ma una forza sovrumana lo spinse in avanti e lo fece rotolare a terra. Altre mani lo rovesciarono a faccia in gi. Si sent serrare la gola da una sciarpa che un po' alla volta cominci a togliergli il respiro. In un attimo pens a quante esecuzioni aveva fatto compiere dai killer strangolando i suoi nemici. Un paio di volte l'aveva fatto lui stesso, con le proprie mani. La morte per soffocamento  una delle pi atroci. Qualcuno gli pieg le braccia dietro la schiena e gli serr le manette. La lunga pashmina si allent e Saro ricominci a respirare. Forse l'avrebbero fatto vivere... ma chi era quella gente?
La risposta la conobbe qualche istante dopo. Fu rigirato di nuovo e pot vedere i suoi inseguitori. Orlando, che lo teneva con la pashmina da cui non si separava mai, disse: Saro Rano, hai finito di ammazzare innocenti! Sei in arresto.
Amleto e Donchisciotte lo presero sotto le ascelle e lo misero in piedi sollevandolo di peso.
Ma non sono quello che avete detto. Guardate la mia carta d'identit. Vi state sbagliando, prov a barare con tono stridulo e lamentoso, non certo quello di un feroce boss.
Il capitano ebbe un attimo d'incertezza. Estrasse dalla tasca della giacca il portafogli e apr il documento.
Michele Scalone sono... di Ragusa.  scritto l. Saro aveva ripreso un po' del suo sangue freddo.
Orlando lo fiss negli occhi. Aveva le pupille umide e nel profondo scorse un'ombra di paura. Rano, non hai mai avuto una briciola di dignit.
Ma voi siete poliziotti o carabinieri?.
Senza rispondere, il capitano lo condusse verso l'auto, lo fece salire sul sedile anteriore, mentre lui si accomod su quello posteriore. Un momento dopo i quattro automezzi in corteo, suonando i clacson per la felicit, conversero verso la caserma del comando dei carabinieri.
I passanti non capirono il motivo di quella gioia: non era un corteo di nozze, perch mancava l'auto della sposa.
Il capitano diede l'annuncio al colonnello Mario Landi della cattura di Saro Rano e del suo autista, Fred Scalia. Quando varcarono con le auto il portone della caserma, tutti gli uomini dei vari reparti li accolsero con un prolungato applauso e grida di compiacimento. Al colmo della gioia, i ragazzi di Orlando si esibirono in un carosello con le auto, poi si fermarono davanti alla scalinata che conduceva al Comando generale. Infine scese Orlando, trascinando dietro di s Saro Rano: il feroce capo dei corleonesi, la Belva, come molti ormai lo chiamavano, sembrava ora un agnellino. Aveva sempre gli occhi umidi e impauriti. Si doveva ancora riprendere dalla sorpresa della cattura. Fu portato nella stanza degli interrogatori e fotografato davanti alle immagini dei giudici Pellegrino e Battaglia.
Fu perquisito e nel portafogli gli trovarono seicentomila lire in contanti, una foto di Ninetta con i loro quattro figli davanti a una torta nel giorno di un compleanno, foglietti di appunti e un'immaginetta sacra di San Giuseppe.
Lui si lasci manipolare, senza mai ribellarsi, senza pretendere nulla. Non chiese neppure un bicchier d'acqua. Bocca cucita e occhi pietosi. Ma pensava al Giuda che l'aveva venduto.

15. Affari di Stato.

La latitanza di Saro Rano era durata ventitr anni, sei mesi e otto giorni: davvero troppo per un mafioso che aveva vissuto quasi sempre nei dintorni di Palermo.
I telegiornali fecero rimbalzare la notizia della cattura del boss di Cosa Nostra in Italia e nel mondo. I commenti di politici, procuratori della Repubblica, magistrati e responsabili delle forze dell'ordine furono un unico grande osanna alla squadra del colonnello Mario Landi e del capitano Orlando, che in mesi e mesi di duro lavoro era riuscita a mettere le manette alla superprimula di Corleone.
Ma mentre l'Italia intera s'inchinava alla vittoria della legge, davanti al comprensorio dell'Uditore si stava svolgendo l'ennesimo dramma che negli anni successivi avrebbe oscurato la fama degli eroi di quel giorno.
Nelle ore immediatamente successive all'arresto di Rano, il fratello di Ninetta, Leoluca Culicchia e Filippo Cusimano prelevarono lei e i suoi quattro figli e li condussero a Corleone. Per tutto il viaggio la donna non apr mai bocca. Se i figli si lamentavano del disagio di doversi sempre nascondere, li riprendeva ricordando che il padre era vittima di gente invidiosa e che dovevano rispettarlo. Giunta a Corleone e preso possesso della casa dei genitori, il giorno dopo il suo arrivo si rec nella caserma dei carabinieri, dove dichiar con fierezza di essere la moglie di Saro Rano. Disse che aveva deciso di trasferirsi definitivamente a Corleone perch voleva che i suoi figli crescessero nel paese dove era nato il loro padre. Il tenente dei carabinieri cerc d'interrogarla sulle azioni criminose del marito, chiedendole cosa sapesse in merito. Ma Ninetta fu perentoria: Saro era una persona buona, un marito affettuoso e un padre ideale. Tutto il resto era il frutto della fantasia delle malelingue.
Di fronte a quelle risposte, il tenente cap che non le avrebbe cavato nulla, e la rimand a casa, non avendo prove contro di lei per trattenerla.
Mentre Ninetta lasciava la villa nel comprensorio, il procuratore generale ne ordinava la perquisizione. Ma il colonnello Mario Landi blocc i carabinieri territoriali, che stavano per compiere il sopralluogo, convincendo il procuratore che era pi produttivo aspettare qualche giorno, prima di entrarvi. Poich Rano era stato arrestato lontano dall'abitazione, il rifugio non era bruciato. Lo scopo dell'attesa era quello di riuscire a catturare i mafiosi che si fossero avvicinati a quel nascondiglio per impossessarsi di prove compromettenti. Il procuratore accord una dilazione, prima della perquisizione ufficiale, con l'obbligo naturalmente di continuare a tenere la villa sotto sorveglianza assoluta e costante.
Il pomeriggio di quel 15 gennaio, la squadra del capitano Orlando smont le telecamere e le riceventi audio poste sui lampioni della luce, all'interno e all'esterno del comprensorio e ritirarono l'Iveco e le auto preposte alla sorveglianza, paghi della vittoriosa impresa della mattina.
Una calma irreale era scesa tra le villette del comprensorio dell'Uditore. Filippo Cusimano, che abitava non lontano da Rano, scrutava dalla finestra della mansarda la villa, in attesa che i carabinieri la mettessero sotto sequestro. Non osava entrarvi perch temeva di cadere in trappola. Ma i giorni passavano e nessuno si presentava a mettere i sigilli alla casa.
Comunic a Leoluca Culicchia la singolare circostanza. Il genero di Rano decise allora che era venuto il momento di entrare in azione.
Per non dare nell'occhio, arriv con tre grosse auto. Vi caricarono sopra la collezione di orologi di pregio di Rano, oggetti d'arte, quadri, vasellame, argenteria, insomma tutto quello che era di valore e che potesse essere facilmente trasportato.
Cusimano convoc alcuni suoi operai e si port via la cassaforte, smurandola dallo studio a picconate. Aspettarono ancora qualche giorno, ma non arrivarono n polizia, n carabinieri. Allora Filippo Cusimano fece caricare il resto dei mobili e tutto ci che non avevano portato via nel primo trasloco, comprese le pellicce di Ninetta e il corredo della madre, e li fece bruciare in una discarica. Per completare l'opera, con una squadra di manovali, tolse la carta da parati e ridipinse soffitti e pareti, modificando anche la planimetria della villa.
Diciotto giorni dopo l'arresto di Saro Rano, l'ufficio del procuratore venne a sapere che l'ordine di tenere la villa sotto costante osservazione era stato eluso. Il procuratore and su tutte le furie e apr immediatamente un'inchiesta. Quando torn nella casa, scopr che era stata addirittura ristrutturata, modificando la pianta originaria, ridipinta in ogni stanza, passato l'aspirapolvere. Non era pi il rifugio dove Saro Rano aveva abitato con la sua famiglia per oltre due anni, e dove aveva ricevuto amici, killer, capimandamento.
Il procuratore indag il colonnello Mario Landi e il capitano Orlando per favoreggiamento alla mafia. Ma i due erano gli eroi del momento, avevano catturato il pi pericoloso mafioso del secolo, sicuramente nella filiera dei comandi c'era stato un corto circuito. E i due ufficiali furono scagionati dalla pesante accusa.

16. Menti raffinatissime.

La cattura di Saro Rano coincise con una crisi epocale della politica e della finanza italiana. In quegli anni l'inchiesta denominata Mani Pulite, promossa da alcuni giudici milanesi, travolse come in un gorgo i maggiori partiti del fronte anticomunista. Tutti i sondaggi davano, per le successive elezione politiche, la vittoria del nuovo partito dei postcomunisti, trasformatosi in un pi bonario Partito democratico della Sinistra.
Per fronteggiare la gioiosa macchina da guerra delle sinistre, scesero in campo nuove forze conservatrici. Questi nuovi interlocutori per infrangere la spinta progressista del post comunismo cercarono alleanze con chiunque fosse in grado di aiutarli nell'impresa, inclusa Cosa Nostra. Con l'ausilio di alcuni apparati statali infedeli alle istituzioni democratiche e l'alleanza dei servizi segreti stranieri, le organizzazioni mafiose, comandate ora da Piddu 'u Tignusu, prepararono per l'Italia una nuova stagione di stragi e massacri, seguendo le direttive di coloro che volevano imporre un nuovo ordine. Intanto il progetto eversivo fu sviluppato su due binari che progredirono paralleli. A Cosa Nostra fu affidato il compito di sviluppare e reinventare una vera e propria strategia della tensione con stragi e bombe, questa volta da portare fuori del territorio siciliano e con la novit assoluta di colpire luoghi e monumenti storici.
Si segu insomma il suggerimento di quel misterioso personaggio di nome Baldini che al boss Antonino Scalia aveva indicato come Cosa Nostra avrebbe dovuto colpire a morte lo Stato.
Il 14 maggio 1993, alle 21,40, un'autobomba esplose a Roma in via Fauro mentre transitava l'auto di un famoso anchorman televisivo che aveva registrato numerose trasmissioni contro la mafia. Si salv perch viaggiava in una macchina blindata, ma la deflagrazione provoc ventidue feriti e uno di loro mor qualche giorno dopo in ospedale.
Tredici giorni pi tardi, il 27 maggio tocc a Firenze, in via dei Georgofili. Un'altra autobomba esplose danneggiando parte degli Uffizi, uccidendo cinque innocenti e ferendone trenta.
Il 2 giugno, la festa della Repubblica, di nuovo a Roma, in via dei Sabini, non distante da Palazzo Chigi, i carabinieri scoprirono casualmente una macchina imbottita di tritolo, evitando un vero e proprio massacro e forse la morte del presidente della Repubblica e del Consiglio, che sarebbero dovuti passare poco dopo per portare il loro omaggio all'Altare della Patria.
L'attacco frontale della mafia contro lo Stato ebbe un effetto immediato perch il presidente del Consiglio destitu il responsabile del Dipartimento della polizia penitenziaria, che interpretava con rigore le normative del 41 bis. Fu sostituito con un funzionario che non considerava quell'articolo del regime penitenziario importante per la detenzione dei capi di Cosa Nostra. Inoltre il ministro di Grazia e Giustizia decise di non rinnovare il rigore del 41 bis per centoquaranta detenuti dell'Ucciardone. Malgrado ci le dimostrazioni di forza non solo non cessarono, ma diventarono sempre pi disastrose. La mafia stava dunque vincendo?
Il 27 luglio dello stesso anno, tre bombe esplosero contemporaneamente a Milano, in via Palestro, provocando la morte di cinque passanti, e a Roma, a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro.
Quella notte si verific poi un episodio che fece temere un vero e proprio colpo di Stato. Contemporaneamente alle bombe, Palazzo Chigi sub un blackout delle linee telefoniche restando isolata per diverse ore dalle altre sedi istituzionali. Soltanto in un'altra occasione la sede del governo era rimasta con le linee del telefono isolate: il 16 marzo del 1978, il giorno in cui l'onorevole Moro fu sequestrato dalle BR...
Quel giorno Antonino Cascio, uno dei sette mafiosi che si trovava sulla collina da cui fu premuto il pulsante che provoc il massacro del giudice Pellegrino, della moglie e di tre uomini della scorta, alla notizia degli attentati ai monumenti storici, chiese subito di poter parlare con il direttore del carcere.
Gli disse che non poteva pi vivere con quel fardello sulla coscienza. Sono stato io a suggerire agli uomini di Cosa Nostra di colpire i monumenti. Ho ripetuto quello che un compagno mi aveva suggerito.
Il direttore della prigione gli promise che la mattina successiva avrebbe chiamato la procura per metterlo a disposizione del magistrato. Per premiare la sua presa di coscienza, lo tolse quella sera stessa dal regime duro e lo fece spostare in una cella pi confortevole. Ma le voci in carcere corrono pi veloci del vento, e la notizia che Antonino Cascio si andava ad aggiungere alla schiera sempre pi folta dei pentiti raggiunse persino Palermo.
A mezzanotte nella prigione arriv una tradotta, il furgone adibito al trasporto dei detenuti. Era piuttosto insolito che si decidesse di trasferire uno dei carcerati a quell'ora e cos all'improvviso, per una testimonianza che l'uomo avrebbe dovuto tenere tre giorni dopo. Era strano, s, ma il direttore non si meravigli pi di tanto. Era abituato a ordini discutibili. A quell'ora tarda prepar le carte necessarie per il viaggio. Nel braccio del detenuto da trasferire ci fu un po' di trambusto. I compagni lo salutarono, gli fecero i rituali auguri, i secondini gli ordinarono di preparare i suoi effetti.
Nessuno fece caso a un uomo con la divisa delle guardie carcerarie, che di soppiatto scese dalla tradotta, e si un ai secondini che si dirigevano alla sezione dove risiedeva il detenuto. Una volta dentro il braccio, l'uomo si stacc dal gruppo e si diresse verso la cella di Antonino Cascio. Trov la porta e il cancelletto che qualcuno aveva aperti per agevolare il suo passaggio. Entr richiudendoli alle spalle.
Cascio era sdraiato nel lettino, ma non dormiva. Alla vista del secondino, domand: Cosa c' ancora?.
L'uomo gli ordin: Alzati!.
E tu chi sei? Non ti ho mai visto, disse Cascio, guardandolo bene in faccia.
Un colpo alla fronte lo tramort. Tent una disperata resistenza, ma alcune percosse al torace lo fecero cadere in terra. L'uomo allora gli gir attorno al collo una corda e cominci a stringere con tutte le sue forze. Antonino Cascio si dimenava come un indemoniato, prov invano a reagire. L'uomo strinse ancora pi forte, aiutandosi con il ginocchio piantato dietro la schiena del malcapitato. Finalmente lo sent rilassarsi ed esalare l'ultimo respiro.
Cerc freneticamente nella cella qualcosa che assomigliasse a una corda. Decise per i lacci delle scarpe di gomma. Li leg tra loro, poi li strinse attorno al collo del cadavere. Lo sollev con uno sforzo sovrumano appoggiandolo a un tavolino che si trovava sotto la grata della finestra. Fece passare il capo dei lacci su una delle grate e lo lasci per verificare la tenuta del nodo. Ammir il suo capolavoro. Tutto sommato, pens, poteva passare per un suicidio. Usc dalla cella, riaccostando le porte. Pi tardi sarebbe passato un complice a chiudere le serrature. Torn al furgone e attese che il detenuto da trasferire venisse condotto nel cortile.
Quando il mattino seguente arriv il sostituto procuratore per raccogliere la testimonianza del pentito Cascio, trov il cadavere del boss di Altofonte disteso sul lettino della cella. I secondini, trovandolo appeso alle sbarre della finestra, l'avevano immediatamente liberato, sperando di salvarlo, ma il medico legale attest che la morte era avvenuta la sera precedente, almeno dieci ore prima. Si domandarono come poteva essersi provocata l'ecchimosi alla tempia e le due costole rotte. E soprattutto non si spiegavano come aveva potuto morire appeso alla grata, con il tavolino sotto la finestra. Il responso tuttavia fu di morte per soffocamento, un probabile suicidio.
Cascio preso dal rimorso per le morti di tanti innocenti, aveva deciso di rivelare le trame che stavano dilaniando l'Italia. Sul piano del tavolo della cella fu trovato un foglio scritto di suo pugno la sera della morte. Le frasi lasciavano trasparire la soddisfazione di aver deciso di chiudere con Cosa Nostra. Aveva scritto: Questa mia decisione  stata molto sofferta. Ma ora che l'ho presa, sento di aver ritrovato la serenit che avevo perduto tanti anni orsono. Ho fatto cose orribili e ho aiutato i miei compagni a farne altrettante. Non si pu sprecare una vita in questo modo. Ma io l'ho fatto... Spero che questo mio gesto serva di ammonimento a tanti altri miei compagni....

17. La fine del corleonese.

Dopo l'arresto di Saro Rano, la Guardia di Finanza sequestr gran parte dei suoi beni: palazzi interi, ville, negozi, fattorie, garage, camion, auto, terreni. In comunione con Piddu, il superboss possedeva azioni di aziende e societ che operavano nei settori pi disparati: dalle forniture mediche al tessile, dall'agroalimentare allo smaltimento dei rifiuti urbani e industriali, dalla produzione audiovisiva alla pubblicit, per un totale di duecentosettanta miliardi di lire. Ma i dirigenti della fiamme gialle stimarono che i beni sequestrati costituivano soltanto una piccola parte dell'autentico patrimonio del corleonese, nascosto in vari paradisi fiscali.
Eppure Saro Rano, dopo la traumatica cattura, riprese il suo spirito caustico e la sua tipica arroganza. Anzi, li esib sfacciatamente nei numerosi processi dove accumul ben diciannove ergastoli.
Nel suo primo atto pubblico, si mostr sorridente e sicuro di s. Neg di essere legato alla mafia e dichiar di guadagnare duecentomila lire a settimana lavorando come manovale dei cantieri edili. Si prese gioco della Corte, non avendo pi niente da perdere. La sua posizione era indifendibile, le prove a carico, portate da testimoni oculari, cos schiaccianti che nessun verdetto sarebbe mai stato contestato. La sua unica difesa era distruggere moralmente i suoi accusatori. E spesso ci riusc, perch chi ora lo denunciava in passato era stato un mafioso, anch'egli autore di efferati omicidi e orribili fatti di sangue.
Sono un povero contadino, continuava a dire senza ritegno. Non conosco la mafia, non so cosa sia. Ne sono venuto a conoscenza dai giornali e dalla televisione.
La squadra del colonnello Mario Landi e del capitano Orlando, dopo le vicende processuali dei due ufficiali, fu sciolta. I ragazzi del gruppo, con la preziosa esperienza ereditata dalle indagini per la cattura del superlatitante, furono inviati nelle zone pi calde dominate dalla criminalit organizzata.
Il pi giovane di loro, Donchisciotte, torn nella sua Sicilia e fu assegnato proprio alla tenenza di Corleone. Qui, un anziano maresciallo, prossimo alla pensione, gli fece da Cicerone, facendogli conoscere le strade e le abitazioni dove si trovavano le mogli e i parenti dei latitanti.
Passeggiando nei pressi dell'abitazione di Ninetta, un giorno Donchisciotte chiese al maresciallo: Ma gli abitanti di Corleone come hanno preso la cattura di Saro?.
Il paese  considerato dall'opinione pubblica il posto a pi alto tasso di mafiosit dell'intera Sicilia, rispose l'anziano maresciallo. Ma  un giudizio ingiusto. Dopo la sua cattura, la gente mi fermava per strada per stringermi la mano ed esprimermi sincera gratitudine per i sacrifici che avevamo fatto in tutti questi anni. Pensa che molti si sentivano anche un po' in colpa per non averci mai aiutati come forse avrebbero potuto.
Purtroppo non tutti sono cos, consider con rammarico il giovane carabiniere. Le persone oneste sono abituate alla fatica, al lavoro, alla terra.
 vero, c' anche una parte della cittadinanza che ha il culto della sopraffazione, del potere, dell'usura, conferm il maresciallo. Gente che  cresciuta all'ombra di protezioni illecite, di diritti che non gli competevano, ma che riuscivano a conquistare con la forza delle armi e dell'intimidazione. Loro hanno vissuto la cattura di Saro Rano come un segnale preoccupante, di destabilizzazione. La sicurezza offerta dalla mafia, anche se  fondata sul terrore,  pur sempre una sicurezza. Cosa si devono aspettare adesso? Quale altro prepotente arriver al posto di Saro? Queste sono le due anime di Corleone. Per chi  cresciuto con le leggi della mafia  comprensibile il silenzio. Davanti a quelle donne che hanno da sempre subto la cultura mafiosa,  comprensibile che dicano: E ora chi ci protegger?.
Donchisciotte, che nella sua breve vita aveva percorso l'intera parabola esistenziale - dalla polvere del crimine alla dignit e al rispetto della gente - rispose con decisione: L'ultima opportunit  affidata alle giovani generazioni. A loro, che hanno ancora la possibilit di scegliere, dobbiamo far capire che le leggi servono a proteggerli. Ma soprattutto, dobbiamo insegnare che rifiutare il crimine  la strada pi facile per realizzare i loro sogni. Io ci ho creduto fermamente e oggi eccomi qui, maresciallo, dalla parte giusta della barricata.

18. 57 giorni di agonia.

Quella stessa sera anche le luci della masseria di Pinu Manganaru restarono accese fino a notte fonda, ma qui l'atmosfera era del tutto diversa. I picciotti e i boss brindavano tra loro alla morte del pi accanito dei loro nemici. Il gruppo che aveva portato a termine l'attentato venne accolto dai mafiosi come si accolgono gli eroi. Saro Rano in persona volle baciarli uno per uno. In particolare, abbracci Giovanni Bova, il suo pupillo, e lo propose ad esempio agli altri boss, elogiandolo per il modo impeccabile con cui aveva organizzato e concluso l'operazione.
Stanno diventando pazzi, esclam euforico. Da Roma mi dicono che hanno contattato i servizi segreti americani perch loro non sanno dove cominciare.
Non si era mai visto prima un colpo del genere, intervenne Pinu Manganaru.
Ed  soltanto l'inizio, gli confid Saro. Dovevamo dichiarare la guerra per ottenere la pace. Se riuscir a ribaltare la sentenza del maxiprocesso, potr tornarmene a Corleone come un libero cittadino. L potremo governare sulla Sicilia in pace e serenit, con gli altri boss delle province. Ma fino a quel momento, sar guerra all'ultimo sangue. Dovranno venire a chiederci in ginocchio la pace.

Dopo il massacro, tutti i cittadini onesti d'Italia aspettavano la riscossa dello Stato. Ci si chiedeva quando sarebbe iniziata la grande svolta nella lotta alla mafia. Si era in attesa che i collusi venissero epurati dalla polizia e dalle istituzioni, che gli incapaci messi da parte per far posto a funzionari motivati e nemici della criminalit. E che i magistrati incompetenti e pavidi si facessero da parte a favore di chi voleva ridare fiducia a quanti chiedevano giustizia.
Ma, come al solito, prevalsero le chiacchiere da bar, e furono imboccate una quantit di false piste: quella dei narcos colombiani, dei trafficanti turchi, dei conti svizzeri.
Il giudice Paolo Battaglia sapeva soltanto che aveva le ore contate per cercare la verit. Se voleva vivere, doveva battere i corleonesi sul tempo. Ma erano troppi gli impegni da assolvere. In Germania seguiva le tracce dei killer che avevano ucciso un maresciallo ad Agrigento qualche mese prima. Poi si precipitava a Roma per interrogare un pentito. Nel frattempo, dava supporto ai magistrati di Caltanissetta che indagavano sulla strage.
Battaglia non sapeva che avrebbe avuto soltanto cinquantasette giorni di vita, dalla morte del caro amico e collega. Non conosceva l'ora fatale, ma sapeva che doveva far presto. Fu infaticabile, in quei mesi. I colleghi che lo incontravano restavano impressionati dall'angoscia che gli attanagliava la gola e lo faceva respirare con affanno. Le sigarette facevano il resto. Una volta, preso dalla sofferenza, ne accese due insieme, portandole alle labbra una dopo l'altra.
Devo far presto, non devo perdere neppure un minuto, ripeteva nervoso alla moglie, disperata per quel suo stato di perenne ansia.
In quei drammatici giorni, l'unica sua consolazione fu quella di osservare le testimonianze di sdegno dei suoi concittadini siciliani. I palermitani appesero alle finestre lenzuoli bianchi con slogan contro la mafia. Non era mai accaduta nella popolazione una presa di coscienza cos determinata. Centomila siciliani manifestarono per le strade la loro rabbia contro i macellai mafiosi. Era il segno che qualcosa stava cambiando. Battaglia pens che il seme gettato insieme a Pellegrino stesse dando finalmente i suoi frutti.
Ma quanto lavoro c'era ancora da fare...
I pentiti avevano la precedenza su ogni altra attivit. Potevano rivelare dettagli, fatti che, se riscontrati per veri, avrebbero potuto portare ai mandanti della strage. Paolo Battaglia lottava soprattutto per scoprire questa verit.
La strage anche per i mafiosi costitu una sorta di spartiacque. La mafia raramente aveva colpito cos alla cieca. Gli attentati erano sempre mirati all'eliminazione di un nemico, di un avversario della famiglia mafiosa. Raramente aveva sparato nel mucchio, e raramente aveva usato quintali di esplosivo per ammazzare una sola persona.
Quell'azione fece incrinare anche le coscienze pi pietrificate degli stessi killer.
I funerali del giudice Giovanni Pellegrino, di sua moglie Francesca e dei tre uomini della scorta scatenarono la furia dei siciliani onesti. Tutta Palermo, tutta la Sicilia si rivers alla basilica di San Domenico, stipando oltre che l'interno anche l'intera piazza e le strade adiacenti. Le urla dei palermitani, al passaggio dei politici, espressero i sentimenti di ogni italiano. Tutti complici, gridavano i ragazzi delle scuole. La gente non vi crede pi, url una signora vestita a lutto. Lo Stato non  con noi, gridarono dei poliziotti in borghese. Poi un altro, con i baffi, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, lo chiam, poi indicando i colleghi alle sue spalle, strill senza ritegno: I morti sono qui!. A un cronista della televisione uno dei magistrati, con le lacrime agli occhi, confid sottovoce: Forse mafia  poco per capire questa strage. Mafia  poco....
Nelle carceri i detenuti osservavano quelle sequenze in silenzio. Non come quando il telegiornale aveva informato l'Italia della morte del giudice e di sua moglie. Allora erano state stappate bottiglie di champagne per brindare all'eccidio, tra le risate e le pacche sulle spalle dei mafiosi.
Ora, di fronte alle immagini dell'ira della gente e allo sfilare tra le navate delle cinque bare - ma soprattutto davanti allo strazio dei familiari degli agenti della scorta - gli assassini ammutolirono. E lo schianto definitivo degli animi si ebbe con il pianto inconsolabile di una delle giovani vedove degli agenti e le sue parole di fuoco che scesero come fendenti sulle loro coscienze, invitandoli a inginocchiarsi per chiedere perdono.
All'Ucciradone quella sera, Peppuccio Nocera, per non farsi vedere dai compagni di cella, si chiuse in bagno e poter dare sfogo al rimorso, scoppiando in un pianto liberatorio.
Da quel giorno inizi un percorso interiore che lo condusse a rinnegare la vita scelta fino a quel momento, decidendo alla fine di diventare anche lui un collaboratore di giustizia.
L'attentato spinse molti mafiosi, oltre duecento, a rompere il giuramento di omert con le cosche per rifugiarsi tra le braccia della giustizia.
Ma per Saro Rano, tra tutti i tradimenti, quello di Nocera fu il pi doloroso. Peppuccio era stato infatti uno dei suoi pupilli. Sin da quando, diciassettenne, lo aveva preso sotto la sua ala protettrice. Il giovane sparava bene e Saro aveva predetto che sarebbe diventato il migliore tra tutti i picciotti. Inoltre Peppuccio era il fratello della moglie di Leoluca Colicchia, a sua volta fratello di Ninetta, sua moglie, quindi in qualche modo erano anche diventati parenti. E per i corleonesi, essere traditi da un parente era la pi grande infamia che si potesse immaginare.
Negli ultimi tempi era diventato l'autista pi fidato di Saro. Peppuccio fu il primo corleonese a infrangere il giuramento di fedelt. Al giudice Paolo Battaglia raccont dei suoi oltre venti delitti, dei rifugi del capo dei corleonesi. Rivel come faceva uccidere i suoi nemici, descrisse come si arriv al delitto dell'eurodeputato Salvo Zappa, e compil il lungo elenco degli omicidi voluti da Saro, fino alla strage di Capaci.
E poi la confessione pi sconvolgente. Nella polizia c'era un funzionario dei servizi segreti, grande amico del compianto commissario Boris Galeffi, che collaborava con Saro Rano. Era lui la talpa all'interno della questura. E fece anche il nome di un altro avvicinato dalla mafia, un giudice che aveva istruito numerosi processi di Cosa Nostra agevolando con le sue sentenze i boss inquisiti.
In quelle fatidiche settimane, furono decisive le confessioni di un altro picciotto, affiliato alla famiglia di Saro. Era Gaspare Musolino. Negli anni Sessanta aveva diviso la cella all'Ucciardone con Saro Rano ed era stato lui a insegnargli a giocare a dama, e sempre lui a dipingere i quadri che Ninuzzu 'u Ciancatu firmava per dargli pi valore.

19. L'orgia dei pentiti.

Il giudice Paolo Battaglia, in quei giorni convulsi di luglio, volle interrogare personalmente Gaspare Musolino. Nel momento in cui il mafioso espresse il desiderio di voler parlare con il magistrato, fu trasferito in un appartamento segreto alla periferia di Palermo.
Battaglia stava vivendo giorni di grande affanno. Alternava le istruttorie con il tribunale, gli interrogatori dei testimoni con le inchieste ancora aperte.
Musolino era considerato uno degli uomini pi vicini al corleonese, quindi un testimone preziosissimo.
Allora, Gaspare, anche tu hai ripudiato i metodi del tuo capo?, domand provocatoriamente il giudice.
Saro Rano  un traditore. La sua Cosa non  pi mia. Non c' pi posto per me in quel covo di macellai.
In molti la pensano come te.
Lei deve stare attento, signor giudice, perch anche nel suo ufficio ci sono funzionari compromessi con la mafia.
La tua parola non mi basta. Per poter procedere con gli accertamenti, ho bisogno di prove.
E io gliele fornir. Ma lei deve colpire innanzitutto questa gente, altrimenti Cosa Nostra non riuscir mai a fermarla. La mafia  collegata a politici, poliziotti, magistrati. Deve prima tagliare questo cordone ombelicale, se vuole sconfiggerla.
Il giudice apr la sua agenda e cominci a scrivere i nomi che Gaspare Musolino gli dettava. La lista degli uomini collegati alla Cupola erano quelli di importanti avvocati, notai, medici, funzionari della Regione, un esercito di fiancheggiatori che costituiva la spina dorsale stessa dell'organizzazione. Anche Musolino fece il nome dell'uomo servizi segreti e del giudice istruttore, menzionati per la prima volta da Peppuccio Nocera.
Per uno abituato a credere nella giustizia e nello Stato, era difficile accettare quell'elenco di persone al di sopra di ogni sospetto.
Poi arrivarono anche i nomi dei politici. Gaspare Musolino conferm che i suoi capi avevano incontrato il Presidente pi di una volta. E conferm anche che l'europarlamentare Salvo Zappa era il principale referente e il collegamento siciliano diretto con il potere centrale a Roma.
Per la mafia quella valanga di pentiti fu una vera disfatta. Questa volta lo Stato, su indicazioni specifiche di Giovanni Pellegrino, aveva decretato una legge sui pentiti che prevedeva un programma protezione in stile americano. Il governo aveva predisposto un rilevante fondo economico per le famiglie dei collaboratori di giustizia e s'impegnava ad aiutarle a rifarsi una vita in Italia o all'estero, fornendo identit e documenti falsi.
Non appena Saro Rano venne a conoscenza di questi traditori, scoppi in una delle sue epiche crisi. Quando la vita delle persone a lui sottomesse sfuggiva al suo controllo, era il momento che poteva arrivare a commettere qualsiasi pazzia. Divenne sempre pi diffidente. Dirad gli incontri, se non erano strettamente necessari. Cominci a sospettare di tutti e, in un raro incontro con alcuni boss, lanci il personale anatema contro quella razza infame: I pentiti debbono essere cancellati dalla faccia della terra. Senza di loro, Cosa Nostra pu continuare a progredire. Con loro,  destinata a scomparire. Quindi io ordino di ammazzarli tutti, fino al ventesimo grado di parentela, a partire dai bambini di sei anni.
Poi chiam Giovanni Bova e gli disse: Devi togliermi dai piedi quel giudice perch ora i pentiti vogliono parlare con lui. Per favore, fallo tacere per sempre.
Giovanni Bova si attiv immediatamente. La sua specialit era diventata la dinamite. Avevano avuto successo con il giudice Rocco Cosentino e aveva fatto scalpore con Giovanni Pellegrino. Lui la pensava come il suo boss: 'fanculo i timori di Piddu 'u Tignusu. Se c'era da dimostrare la forza di Cosa Nostra, che c'era di meglio di un bel botto? Anche per quella volta, d'accordo con Saro Rano, si decise per la bomba.
Nelle settimane successive, insieme a Gaspare Gazzola, della famiglia di Brancaccio, segu i movimenti del magistrato. Ma fu un amico, un certo Giuseppe Fiore, a dargli l'idea perch abitava nello stesso condominio della madre del giudice Paolo Battaglia.
Il giudice spesso la domenica pomeriggio va a fare visita alla madre, gli confid. Lo so perch ogni volta arriva con la scorta e tutti quei poliziotti fanno un gran casino.
Giovanni Bova pens di ripetere con la carta carbone l'attentato di Rocco Cosentino.
Gaspare Gazzola ebbe l'incarico di rubare l'automobile che avrebbero inzeppato di esplosivo.
Nel frattempo, Bova, torn a contattare tramite un mercante d'arte il signor Franco, l'ufficiale dei servizi segreti butterato con il quale aveva aperto una collaborazione in occasione dell'attentato alla villa del giudice Pellegrino.
Il mercante al porticciolo aveva ormeggiato un potente fuoribordo che usava spesso per convincere i clienti pi testardi ad acquistare le sue preziose opere d'arte. Li portava a fare un giro verso le coste selvagge della Riserva dello Zingaro. A volte invitava anche due volenterose e avvenenti ragazze e, al ritorno, l'affare era concluso. Non aveva mai fallito un colpo.
Anche per l'incontro con il signor Franco, propose a Giovanni Bova l'opzione di una gita in mare. L'avrebbe fatti incontrare in alto mare, davanti a Capo Gallo. Anche l'ufficiale dei servizi era un patito dei motoscafi e ne possedeva uno classico, con il quale si spostava lungo la costa per i suoi traffici illeciti.
Un pomeriggio, i due natanti accostarono e il signor Franco invit sul suo Giovanni, per restare soli a chiacchierare. Non voleva che il mercante d'arte ascoltasse ci che avevano da dirsi.
Bova, con la sua imponente mole, non era un tipo dal piede marino e, per saltare da un natante all'altro, scivol sul pagliolo e per poco non fin in mare. L'ufficiale dei servizi lo afferr per un braccio e lo tir a bordo. Bova gli fu riconoscente e tent di giustificarsi: Mi piace la terraferma, si  capito, vero?.
Ma l'ufficiale rest imperturbabile.  un po' che non ci vediamo. Allora, Giovanni, cosa state combinando?
Il programma continua. Ormai si fa sul serio.  questo che volevate, no?
Noi non vogliamo niente. Stiamo soltanto a guardare quello che accade, rispose calmo.
Non parlavate cos, l'altra volta.
Ognuno deve andare per la propria strada. Se per un tratto il nostro cammino  comune, bene. Ma voi non potrete mai pretendere di andare a braccetto insieme a noi, fece lapidario l'uomo.
Io non sono istruito. E non so capire al di l delle parole. E dalle parole e dai fatti, mi sembra di capire che non soltanto stiamo andando a braccetto, ma che addirittura cavalchiamo lo stesso cavallo, fece di rimando Bova. Non siete voi a stabilire gli obiettivi?.
Il signor Franco reput bene di non proseguire quella discussione. Allora, di cosa hai bisogno, adesso?
Di cento chili di esplosivo.
Continuate con i botti?
Visto che l'ultima volta hanno funzionato..., rispose Giovanni con un certo orgoglio.
Cento chili sono un bel po' di roba. Avete usato tutti i quattrocento che vi abbiamo gi dato?
Il conto  presto fatto, rispose di rimando Giovanni Bova. Trecentocinquanta chili sono serviti a Capaci. Trenta per la prova simulata. Mi sono rimasti una ventina di chili.
Va bene. Vi dar un esplosivo diverso da quello dell'altra volta. Anche questo  molto stabile. A disposizione ho soltanto del C4 in quel quantitativo. Presumo che si tratti del giudice.
Non ne vuol sapere di mettersi da parte, conferm Bova. Anzi, ha accelerato i lavori delle inchieste su cui sta lavorando. Bisogna fermarlo, ha ordinato il boss.
Sono pienamente d'accordo. Presto avrete il materiale. Mi rifar vivo io. Il signor Franco accese l'entrobordo.
Giovanni si alz dal divanetto e si avvicin al parapetto per risalire sull'altro natante.
Signor Franco, lo chiam prima di spiccare il salto, magari un giorno io e lei ci ritroveremo seduti accanto sui banchi del Senato. Le piace l'idea?.
L'ufficiale fece una smorfia. Non era esattamente quello il futuro che si era prefigurato quando, tanti anni prima, aveva giurato fedelt alla bandiera.

Tessera dopo tessera, il puzzle di Giovanni Bova stava prendendo forma.
Gaspare Gazzola rub una vecchia Fiat. Ma guidandola verso il garage dove avrebbe sostituito la targa con una falsa, s'accorse che era fin troppo malandata. Rischiava di restare in mezzo alla strada con il carico di esplosivo nel bagagliaio. Perci devi e si rec all'officina di un amico per farle rifare la frizione e i freni.
Nel frattempo, Giovanni Bova aveva allertato gli artificieri di Saro Rano di tenersi pronti per un lavoro d'innesco.
Il giorno successivo un furgone di una falsa ditta di laterizi entr in un garage dove lo stavano aspettando alcuni picciotti, anche questi della famiglia Brancaccio. I ragazzi scaricarono dal furgone le casse con l'esplosivo.
La Fiat fu rimessa quasi a nuovo dai meccanici di Gaspare Gazzola, che la port al garage dov'era anche il materiale per la bomba. Mentre sostituivano la targa, gli altri caricarono nel portabagagli l'esplosivo. Quindi entrarono in azione i due artificieri che misero in azione l'innesco e misero a punto l'antenna ricevente. Fecero la prova con il telecomando, quindi attivarono la micidiale carica dell'esplosivo militare. Richiusero il cofano anteriore e riconsegnarono le chiavi a Gaspare.
Il mafioso guid con grande prudenza dal garage alla via di Palermo in cui viveva la madre del giudice. Si fermava agli incroci e soltanto quando era sicuro di poter passare attraversava procedendo lentamente. Alle sue spalle pi di un automobilista impaziente suon ripetutamente il clacson per sollecitarlo a premere sull'acceleratore.
Arriv davanti al portone. Appena il compare che occupava il parcheggio lo vide, sal sulla Fiat e liber il posto. Gazzola, con un'accorta manovra, parcheggi al posto suo. Scese dalla macchina, chiuse la portiera con una chiavetta universale e sal su quella dell'amico. Diede un'ultima occhiata all'autobomba, e i due si allontanarono, fieri di aver portato a termine il loro compito. Ora non rimaneva che inserire il telecomando nel citofono del palazzo. Operazione che avrebbero attuato la notte seguente.
Era venerd 17 luglio 1992. Due giorni dopo il giudice Paolo Battaglia si sarebbe recato dalla madre, come faceva ogni domenica...
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FINE.